Uncategorizeddi Etere

Prima della Grande Fuga, anzi, del Grande Inseguimento, ricordo di essere stato uno studente universitario.
Non uno di quelli apatici, piatti, parcheggiati studenti, ma un decoroso, riflessivo, silenzioso studente con le alcune occasioni di rivalsa sulla massa informe di molti altri commilitoni generici.
Ebbi un’epifania, un giorno, mentre ero al Centro del Sapere.

Un uomo, uno degli inservienti del luogo, il tipico tuttofare da chiamare per ogni improbabile evenienza, armeggiava con l’impianto audio dell’aula: costosissime levette e slider scivolavano e ruotavano alla ricerca del suono perfetto, fino a quel momento muto.
Ricordo che mi trovavo nei suoi paraggi, col mio fedele Chandler steso su un banco lì vicino, lo schermo alzato sfrontatamente a mostrare agli infedeli tutta la luminescenza candida della sua mela. Comunque, ero lì. L’uomo si volta, mi passa un jack audio e io, con un "Beh, perché no?" rimuginato tra i denti, lo inserisco tra le costole del mio assistente.
Pic Indolor. Fatto? Sì, già Fatto.
"Dai metti qualcosa, proviamo" mi disse l’ometto scavato in volto, coi suoi occhietti a mezz’asta.
"Qualcosa di che tipo?" faccio io.
"…Hendrix. Ce l’hai Hendrix?" c’è un guizzo, impercettibile, nella sua espressione. Ringiovanisce, per le persone che riescono a vedere certe cose.
"Ci guardo" faccio io, di nuovo.

Parte. Credo fosse Hey Joe, cristo non ricordo, la memoria fa cilecca troppo spesso ultimamente, devo rifare il tagliando ai neuroni.
Mentre la voce e gli strimpelli si riaffacciano attraverso il tempo, sparati lungo il cavetto audio e liberati dall’impianto dell’aula a tutto volume, l’Uomo sospira.

"Cazzo io c’ero"

Mi volto. Aveva parlato? Me l’ero immaginato io? C’era veramente un ometto sulla sessantina in camicia pallida a quadri e jeans slavati a pochi metri da me?
"Io c’ero" ripeté più sicuro, stavolta voltandosi verso lo sparuto gruppo di miei fedelissimi compagni d’avventura; sembrava che stavolta non fosse un sussurro nostalgico solo per lui, era una commossa affermazione d’orgoglio.

In quell’istante un mio compare di disavventure, con qualche anno e professionalità in più di me, journalist pungente e grande amico, teme di aver capito e non può credergli, non così a cuor leggero.
"Dove??"
E Lui, con la naturalezza che solo i Grandi Spiriti hanno quando scendono per alcuni istanti a calpestare i nostri stessi, dissestati marciapiedi, aggiunse solo:

"Lì, mentre lui era su quel palco. Io c’ero. A Woodstock."

Uncategorizeddi Etere

Il bar era umido, tristemente ordinato, rassettato, immacolato e praticamente disabitato. Inutile.

Dopo aver ordinato due schifezze con mescal a parte, al bancone, io e la mia taciturna esperta di lingue trangugiammo qualcosa da mangiare, per dare una smorzata alla fame chimica che ci stava attanagliando da almeno un paio di miglia a questa parte. Dovevo metter su qualcosa per il lavoro, dovevo trovare qualche idea, qualcosa da illustrare.

Per ammortizzare il biascicare delle mascelle lessi un giornale vecchio di qualche giorno: articoli su articoli si srotolavano per alcune righe sotto ai miei occhi, mentre nella penombra del locale, troppo pigro per togliermi gli shaders dal naso, aguzzavo la vista per distinguere le o dalle a e le i dalle l. Ad un tratto, in un trafiletto, qualcuno citava le parole di un certo Frank Zappa, mica uno come tanti.

E, in fondo, dopo aver dato una gomitata alla compare per attirarne l’attenzione, convenimmo che era una viziosa, pungente, sacrosanta verità:

"La droga non è cattiva. La droga è un composto chimico. Il problema è quando quelli che prendono droga la considerano una licenza per comportarsi come teste di cazzo."

        F. Zappa

Uncategorizeddi Etere

"Ah, dannazione, guarda qui…" passai la mano sul parafango posteriore del Piccolo Squalo Rosso, dove campeggiava con arroganza e strafottenza una striatura bianca.

"Maledizione, quegli stronzi bastardi… Se li incontro di nuovo giuro che mi metto a tirargli i ceci…"
"Senti, la strada da qui per un buon paio d’ore è tutta dritta, fatti ’sta rossa prima di guidare e vedi di darti una calmata, ok?" sbottò lei.

Mi lanciò una rossa, buttai un occhio sullo sterminato punto esclamativo che correva invariato per miglia e miglia, quindi buttai giù la pillola, sperando facesse effetto presto. Sì, mi ci voleva una calmata: quei bastardi avevano ferito lo Squalo, cristo, e siccome non è nemmeno del tutto mio la faccenda mi stava facendo incazzare più del dovuto, da qui la necessità di sdraiarmi scomodamente sul suo cofano attendendo gli effetti del nirvana lisergico.

- I fatti, come sono andati, pochi minuti prima -

Eravamo dalle parti della periferia, ai limiti del deserto, quando lungo la strada notammo un capannello di individui rasati, avvolti nei loro indumenti scuri e i loro anfibi monocromatici dalle stringhe bianche.
Siamo professionisti, cazzo, ma di fronte a questi spettacoli avevamo il dovere di tirare fuori tutta la nostra coscienza civica e dare fiato ai nostri sfoghi. La banda di fascistoni aveva le ore contate…

Abbassai entrambi i finestrini, la mia compare era piombata in un mutismo surreale, carica d’odio, pronta a detonare come un preciso e micidiale siluro contro un U-Boat crucco.
Appena arrivammo affianco a loro rallentai vistosamente e dalla nostra vettura uscì ogni genere di epiteto, insulto, spregio e atto di violenza verbale fino ad allora noto all’homo sapiens sapiens.
I rasati non la presero bene, e mentre sgasavo per ripartire qualcuno di loro, dando sfogo al primitivo istinto violento che rappresentava anche il loro più alto e aulico stadio espressivo, iniziò una sassaiola contro di noi.
Una pietra del cazzo colpì il parafango dello Squalo Rosso che si lamentò con un sordo e sommesso stonk.
Da qui in poi la faccenda è nota.

Eppure io sono ancor oggi convinto, mentre le droghe mi aiutano a riprendere il controllo sulla mia mente e a sgonfiare l’ira, che questa gente debba esprimersi. Sì, deve poter lanciare i suoi sassi, grugnire, apostrofare ed inneggiare ai suoi miti, ai suoi orrendi pupazzoni. Devono poterlo fare, checcristo, sennò abbiamo perso. Perso, capito?

Il concetto fondamentale (ma anche l’enorme bugia) che la fine della guerra aveva portato con sé, in fondo, era la credenza che il mondo era finalmente libero di esprimersi in ogni direzione gli fosse parsa più consona. La cosiddetta Democrazia auspicava infatti voci libere, sguinzagliate nei cori, capaci di remare controcorrente avversando ogni spettro di regimi, controlli coatti, imposizioni.
Peccato sia una balla. Se oggi diamo un bavaglio a queste persone, a questi mostri dalla testa rasata e dal mito del baffo a mosca, abbiamo perso.
La paura si sarà impadronita di noi e le loro parole mai dette avranno vinto automaticamente.
No, cristo, io voglio che parlino, io voglio che ci provino, io voglio che neghino.

Io voglio vederli affondare nella loro stessa idiozia sotto il peso incontrastabile delle nostre parole; sì, cheddiamine, voglio un confronto, voglio il manifesto della nostra inevitabile superiorità logico-politica, non voglio aver paura di loro.
Che gridino, che neghino i loro orrori, che provino a revisionare, che facciano quello che vogliono. Io sarò lì, seduto comodo, a controbattere, e con me milioni di altre persone.

Perché nessun bavaglio è giusto, a qualunque mostro lo si applichi.
Lasciateli parlare, abbiate coraggio e fiducia nelle nostre convinzioni.

Uncategorizeddi Etere

La discussione procedeva da almeno un’ora: un andirivieni sconnesso di batti e ribatti basati su un unico e  apparentemente inappellabile punto: la mia compare, qui, non sapeva minimamente cosa scrivere.
I miei pensieri strabordavano sulla carta o invadevano pixel dopo pixel i fogli intonsi di multiformi editor testuali, mentre la sua matita non si era ancora consumata, a quanto pare.
Decisi di buttarmi, tentare il tutto per tutto per sbloccare la situazione.

"OK!", affermai deciso. Nel farlo la saliva mi andò di traverso e passarono alcuni minuti prima che riuscissi a sedare la tosse convulsa e potessi finalmente riprendere il discorso…

"Ok…", ci andai più pacato stavolta, "…il nostro semplice scopo ultimo è cambiare il mondo! Qui dobbiamo far svegliare la gente, la dobbiamo smuovere dai loro letti comodi d’ignoranza, mostrare loro una nuova via possibile, metterli di fronte ai loro veri potenziali! Il Sogno della Blogosfera è anche questo, no? Lo stiamo cercando, no? Diamine, lo creeremo, amica mia, lo creeremo noi! E sono sicuro che le tue parole ce la faranno, creeranno seguito, sento che è la volta buona, questa! Avanti, dai una speranza a questo mondo infame, esplodi su quel foglio di carta una volta per tutte, stupiscili!"

"Mioddio, è vero! Ce l’ho, ci sono!"

Detto ciò, notando un suo occhio contrarsi nervosamente tra le palpebre, la vidi gettarsi a capofitto sul foglio, la sigaretta accesa di fresco e i capelli abbassati tra lei e me a mo’ di baldacchino, china sul preziosissimo taccuino.

Lo scrib scrib continuò per qualche minuto buono; alla fine, garrula, la Gonza riemerse col sorriso soddisfatto, rimbalzando gioiosa sul sedile, col foglio tra le mani, pregandomi implicitamente di chiederle una declamazione dell’opera.
Non c’era bisogno di chiederlo, ero impaziente altrettanto e la risposta non si fece attendere. Lei per circostanza mise in chiaro che era ancora una bozza, quindi partì:

"Here’s to the crazy ones.
 The misfits.
 The rebels.
 The troublemakers.
 The round pegs in the square holes.
 The ones who see things differently.
 They’re not fond of rules,
 and they have no respect for the status quo.
 You can praise them, disagree with them, quote them,
 disbelieve them, glorify or vilify them.
 About the only thing you can’t do is ignore them.
 Because they change things.
 They invent. They imagine. They heal.
 They explore. They create. They inspire.
 They push the human race forward.
 Maybe they have to be crazy.
 How else can you stare at an empty canvas and see a work of art?
 Or sit in silence and hear a song that’s never been written?
 Or gaze at a red planet and see a laboratory on wheels?
 We make tools for these kinds of people.
 While some see them as the crazy ones, we see genius.
 Because the people who are crazy enough to think
 they can change the world, are the ones who do."

Rimasi basito, anche un po’ inquietato, era il primo caso di perfetto plagio involontario a cui ebbi la fortuna di assistere. Il problema, ora, era che non sapevo assolutamente come sistemare la situazione senza che lei se la prendesse a male…
Quindi feci un timido tentativo:

"Ehm… Think different…"

Uncategorizeddi Etere

Che ore sono?
Dannazione, avevo perso il conto e il mio orologio si era fermato da un pezzo. La mia coinquilina d’assalto, approfittando di una sosta mattutina ai bordi della spada asfaltata, stava bazzicando senza meta all’orizzonte, scalciando sassi, polvere ed erba mobile, credo declamando qualcosa.

"Yawp! Yawp!"

Gridai, agitando un pugno al cielo in modo rassicurante. Ci fu uno scambio a distanza di sguardi interrogativi. Credo abbia pensato fossi completamente diventato scemo, come se il mio cappello alla pescatora non fosse riuscito ad evitare del tutto la cottura à la cocque del mio cerebro.

"Ah, lascia stare", aggiunsi, tornando a farmi la barba grazie a uno specchietto del Piccolo Squalo Rosso.
Rigirai ancora un po’ la testa di qua e di là, scrutando meticolosamente  la mia faccia; gesù, pensai, e se avesse ragione? In effetti il mio naso oggi sembrava più grosso del solito, la gobbetta si era espansa pericolosamente oltre i limiti permessi dal tacito contratto stipulato da me medesimo con l’entità di competenza durante i mesi di prigionia uterina.
Quindi? Mi avevano colpito? Ero svenuto sul volante durante la notte? Diavolo, che era successo?
Avevamo passato troppo e in una sola volta il limite sottile tra il legale e l’illegale, senza accorgercene, magari sotto l’effetto di qualche potentissimo acido? No, impossibile, escludilo.

Siamo professionisti, cristo, non saremmo mai caduti in un simile tranello da pivelli, avremmo attirato solo altre faine sulla nostra traccia. E per cosa, eh?
Chiesi delucidazioni al leone marino mollemente adagiato sulla sabbia rovente, poco più in là.

Non seppe darmi spiegazioni, nemmeno lui.

Uncategorizeddi Etere

Il rollio spensierato del Piccolo Squalo Rosso rifletteva l’atmosfera nell’abitacolo: due inafferrabili e spregiudicati gonzo-fuggiaschi assorti nei loro pensieri, con solo qualche nota diffusa dalla radio e il respiro leggero della mia compare sonnecchiante con la testa appoggiata al finestrino.
Non c’era molto di cui parlare, a dirla tutta, gli argomenti sarebbero venuti con calma lungo la strada; avremmo fatto presto il punto della situazione e deciso il tragitto, scelto il percorso da fare, le voci da inseguire e dato un volto ai mostri da cui scappare.

La nostra missione non era un dogma né un ordine preciso e inequivocabile: eravamo due cani sciolti che seguivano una pista fiutata di fresco, mossi dalla curiosità, dalla sfrontatezza, da una strana adrenalina.
Mi ritrovai vittima dei miei pensieri, e mentre lasciavo che l’asfalto scivolasse ordinatamente sotto la vettura mi abbandonai a qualche ricordo, a qualche ragionamento.

Il Sogno della Blogosfera ci aveva catturati: contemporaneamente fuggiaschi e gonzo journalists, ci saremmo barcamenati tra questi due ruoli, appuntando ogni osservazione anche sul retro di tovagliolini da fastfood se fosse stato necessario, nell’intento di non lasciar svanire il frutto del nostro Shuffle quotidiano.

Uncategorizeddi Etere

 

Non voltarti, non farlo, guarda la strada, mantieni la calma, mantieni il controllo.
Tamburella coi polpastrelli, tieni il tempo, cristo stacca il cervello, fai qualcosa.

Ero stranamente eccitato, non nel senso maschile e fisicamente tangibile del termine, nel senso che la testa ribolliva, scoppiava da un lato all’altro della parete cranica saltando da una sinapsi all’altra. Tieni quest’immagine, è buona, mantienila.

Scaccia la paura.
Svoltai, il Piccolo Squalo Rosso si lasciò scappare uno stridìo, ma non ci feci molto caso, forse era colpa del mio nervosismo; ogni genere di paranoia saliva lungo la spina dorsale, si arrampicava oltre il colletto colorato della camicia e mordeva il cervelletto sotto ai capelli legati.

Cos’è questo suono? Chi parla?
Alzai il volume su It’s alright Ma di Robert McGuinn, dando due cazzotti netti al frontalino lasco dell’autoradio, evidentemente più nervoso del sottoscritto; ancora una svolta, mentre gli occhi guizzavano rapidi sullo specchietto retrovisore, assicurandomi che nessuno mi stesse seguendo, mentre le voci nella mia testa si zittivano in sequenza senza troppe proteste.

Ci siamo, li hai mollati almeno due isolati fa, controllati, cristo.
I freni risposero bene, avevo fatto revisionare il tutto poche ore prima, in vista della Grande Fuga che avremmo messo in atto di lì a poco; mi attaccai al clacson con impazienza, sporgendomi oltre il finestrino spalancato, puntando il naso verso il cielo ancora scuro e minaccioso.
Là, da lassù, dal monocromatico casermone vidi sporgersi una sagoma minuta, agitare qualcosa quindi scomparire di nuovo nella luce molliccia che le aveva concesso di uscire per quel paio di secondi.

Passò meno di un minuto, o almeno credo.
Non hai le idee molto chiare in certi momenti, credimi.
Passò poco, comunque, fino al momento in cui lei spuntò dal portone, a passi veloci e con uno sgraziato scatolone rattoppato, pieno di ogni possibile cianfrusaglia a suo dire utile.
Se è per questo, pensai tra me e me, il mio scatolone non se la passava meglio…
Aprì la portiera, scaraventò malamente il monolito di cellulosa sui sedili posteriori e si infilò sbuffando al mio fianco, con gli occhi ingordi puntati all’orizzonte.

"Cazzo, parti."

Il ragionamento filava.
Un tocco alla frizione, un gesto violento sul pomello del cambio, una sgasata nella notte.
Eravamo partiti, il Sogno della Blogosfera in azione.