Non voltarti, non farlo, guarda la strada, mantieni la calma, mantieni il controllo.
Tamburella coi polpastrelli, tieni il tempo, cristo stacca il cervello, fai qualcosa.
Ero stranamente eccitato, non nel senso maschile e fisicamente tangibile del termine, nel senso che la testa ribolliva, scoppiava da un lato all’altro della parete cranica saltando da una sinapsi all’altra. Tieni quest’immagine, è buona, mantienila.
Scaccia la paura.
Svoltai, il Piccolo Squalo Rosso si lasciò scappare uno stridìo, ma non ci feci molto caso, forse era colpa del mio nervosismo; ogni genere di paranoia saliva lungo la spina dorsale, si arrampicava oltre il colletto colorato della camicia e mordeva il cervelletto sotto ai capelli legati.
Cos’è questo suono? Chi parla?
Alzai il volume su It’s alright Ma di Robert McGuinn, dando due cazzotti netti al frontalino lasco dell’autoradio, evidentemente più nervoso del sottoscritto; ancora una svolta, mentre gli occhi guizzavano rapidi sullo specchietto retrovisore, assicurandomi che nessuno mi stesse seguendo, mentre le voci nella mia testa si zittivano in sequenza senza troppe proteste.
Ci siamo, li hai mollati almeno due isolati fa, controllati, cristo.
I freni risposero bene, avevo fatto revisionare il tutto poche ore prima, in vista della Grande Fuga che avremmo messo in atto di lì a poco; mi attaccai al clacson con impazienza, sporgendomi oltre il finestrino spalancato, puntando il naso verso il cielo ancora scuro e minaccioso.
Là, da lassù, dal monocromatico casermone vidi sporgersi una sagoma minuta, agitare qualcosa quindi scomparire di nuovo nella luce molliccia che le aveva concesso di uscire per quel paio di secondi.
Passò meno di un minuto, o almeno credo.
Non hai le idee molto chiare in certi momenti, credimi.
Passò poco, comunque, fino al momento in cui lei spuntò dal portone, a passi veloci e con uno sgraziato scatolone rattoppato, pieno di ogni possibile cianfrusaglia a suo dire utile.
Se è per questo, pensai tra me e me, il mio scatolone non se la passava meglio…
Aprì la portiera, scaraventò malamente il monolito di cellulosa sui sedili posteriori e si infilò sbuffando al mio fianco, con gli occhi ingordi puntati all’orizzonte.
"Cazzo, parti."
Il ragionamento filava.
Un tocco alla frizione, un gesto violento sul pomello del cambio, una sgasata nella notte.
Eravamo partiti, il Sogno della Blogosfera in azione.