"Ah, dannazione, guarda qui…" passai la mano sul parafango posteriore del Piccolo Squalo Rosso, dove campeggiava con arroganza e strafottenza una striatura bianca.
"Maledizione, quegli stronzi bastardi… Se li incontro di nuovo giuro che mi metto a tirargli i ceci…"
"Senti, la strada da qui per un buon paio d’ore è tutta dritta, fatti ’sta rossa prima di guidare e vedi di darti una calmata, ok?" sbottò lei.
Mi lanciò una rossa, buttai un occhio sullo sterminato punto esclamativo che correva invariato per miglia e miglia, quindi buttai giù la pillola, sperando facesse effetto presto. Sì, mi ci voleva una calmata: quei bastardi avevano ferito lo Squalo, cristo, e siccome non è nemmeno del tutto mio la faccenda mi stava facendo incazzare più del dovuto, da qui la necessità di sdraiarmi scomodamente sul suo cofano attendendo gli effetti del nirvana lisergico.
- I fatti, come sono andati, pochi minuti prima -
Eravamo dalle parti della periferia, ai limiti del deserto, quando lungo la strada notammo un capannello di individui rasati, avvolti nei loro indumenti scuri e i loro anfibi monocromatici dalle stringhe bianche.
Siamo professionisti, cazzo, ma di fronte a questi spettacoli avevamo il dovere di tirare fuori tutta la nostra coscienza civica e dare fiato ai nostri sfoghi. La banda di fascistoni aveva le ore contate…
Abbassai entrambi i finestrini, la mia compare era piombata in un mutismo surreale, carica d’odio, pronta a detonare come un preciso e micidiale siluro contro un U-Boat crucco.
Appena arrivammo affianco a loro rallentai vistosamente e dalla nostra vettura uscì ogni genere di epiteto, insulto, spregio e atto di violenza verbale fino ad allora noto all’homo sapiens sapiens.
I rasati non la presero bene, e mentre sgasavo per ripartire qualcuno di loro, dando sfogo al primitivo istinto violento che rappresentava anche il loro più alto e aulico stadio espressivo, iniziò una sassaiola contro di noi.
Una pietra del cazzo colpì il parafango dello Squalo Rosso che si lamentò con un sordo e sommesso stonk.
Da qui in poi la faccenda è nota.
Eppure io sono ancor oggi convinto, mentre le droghe mi aiutano a riprendere il controllo sulla mia mente e a sgonfiare l’ira, che questa gente debba esprimersi. Sì, deve poter lanciare i suoi sassi, grugnire, apostrofare ed inneggiare ai suoi miti, ai suoi orrendi pupazzoni. Devono poterlo fare, checcristo, sennò abbiamo perso. Perso, capito?
Il concetto fondamentale (ma anche l’enorme bugia) che la fine della guerra aveva portato con sé, in fondo, era la credenza che il mondo era finalmente libero di esprimersi in ogni direzione gli fosse parsa più consona. La cosiddetta Democrazia auspicava infatti voci libere, sguinzagliate nei cori, capaci di remare controcorrente avversando ogni spettro di regimi, controlli coatti, imposizioni.
Peccato sia una balla. Se oggi diamo un bavaglio a queste persone, a questi mostri dalla testa rasata e dal mito del baffo a mosca, abbiamo perso.
La paura si sarà impadronita di noi e le loro parole mai dette avranno vinto automaticamente.
No, cristo, io voglio che parlino, io voglio che ci provino, io voglio che neghino.
Io voglio vederli affondare nella loro stessa idiozia sotto il peso incontrastabile delle nostre parole; sì, cheddiamine, voglio un confronto, voglio il manifesto della nostra inevitabile superiorità logico-politica, non voglio aver paura di loro.
Che gridino, che neghino i loro orrori, che provino a revisionare, che facciano quello che vogliono. Io sarò lì, seduto comodo, a controbattere, e con me milioni di altre persone.
Perché nessun bavaglio è giusto, a qualunque mostro lo si applichi.
Lasciateli parlare, abbiate coraggio e fiducia nelle nostre convinzioni.