Uncategorizeddi Etere

Non è che avessimo molto da dire, ce ne rendevamo conto. Gonzo bastardi in viaggio senza una vera e propria meta, scarrozzando la vettura sostanzialmente da una pompa di benzina all’altra. Eravamo pronti a questo cozzare di punto in punto, svogliatamente, riempiendo i silenzi dell’abitacolo con fumi e delirii poco raccomandabili.

Il governo era caduto, e la mia compare con lui: nubi nere le avvolgevano la testa, lo sguardo si era stretto in un’espressione rabbuiata e preoccupata; e anche io, nonostante le ultime rosse che mi ero sparato, mi sentivo angosciato nel profondo.

Il problema, mi trovai a pensare in uno sprazzo di lucidità ampio quanto le chiappe di un colibrì, non era la paura in sé del ritorno di un imprenditore pappone, "vecchia" conoscenza di questo paese. No. Era la delusione bipartizan (che a loro piace tanto parlare con questi termini per pochi eletti, no pun intended) di non vedere soluzione a un carro di facce rugose, smorte e prive di qualsivoglia effettiva passione politica, asservite in un gioco di specchi che continui, di fatto, a confondere l’elettore sulla reale esistenza di un’ala sinistra e di un’ala di destra della politica italiana. Le droghe mi avevano liberato da tempo dalla stretta di tale illusione, e lo spettacolo non era dei migliori, adesso…

Mentre l’attimo di lucidità si affermava, continuai nelle mie elucubrazioni di delusione: sarebbe stata prevista una pastetta di governo, a quanto pare, un tentativo scialbo di riciclo che ha la mia unica e personale, ma ancora remota, consolazione nel fatto che dovrebbe tenere l’uomo basso lontano dallo scranno maximo del potere, almeno per qualche altro mese.

E noi, qui, in questa macchina, pur non essendo una coppia di fatto ma, come avrete capito, una coppia di fatti, siamo alquanto delusi, che poi è una parola eufemistica, nel veder scomparire di nuovo i Di.Co. dal "programma" di governo. O dal veder il fantasma di Follini che si avvicina per dare sostegno. O dalla chiesa che, a quanto pare, l’ha avuta di nuovo vinta. Ma dei porporati ci occuperemo, non temete.

Insomma, qui si è parecchio parecchio parecchio delusi, e non parlo per le coalizioni, parlo di politica nel senso di ampio respiro, un sistema fatiscente, irresponsabile e stantio dove persino la coca che gira, sarei pronto a giurarlo, è sovrapprezzata rispetto alla sua effettiva qualità.

Torniamo a votare, per favore, fatemi imbucare per la prima volta una bella e linda scheda bianca.

Uncategorizeddi Etere

Non potevo crederci, ci avevano scovato!
Avevamo alzato cartine stradali sul parabrezza, usato subdoli trucchi per distogliere lo sguardo ma eravamo stati beccati in pieno, riconosciuti in un baleno.
Ero già pronto a vedere la mia faccia sfibrata e scazzata incorniciata in un poetico mugshot, quando dopo tutto capii che non erano stati i piedipiatti ad inquadrarci nel loro mirino.

Erano la madre e il fratellino di lei, nel momento esatto in cui lo Squalo, a secco per un’indigestione notturna di derivati del petrolio, si era inchiodato borbottando sul ciglio della strada.
E non ci fu molto altro da fare: alzammo gli scudi, tirammo sul naso gli occhiali da sole perché almeno il rossore delle palle degli occhi e le borse non fossero evidenti. Almeno non subito.
Mi presentai, biascicando parole storte e oblique, attaccando i soggetti e i verbi in pieno stato confusionale; sembrava non essersene accorta. Spero.

Comunque, il battibecco che ne seguì fu inevitabile, e la linguista fuggitiva dovette arrendersi e seguirli: la missione, la quest, sarebbe stata accompagnare il pargolo, un ragazzino dedito a furto d’auto, violenza privata, emulazione leonardesca e carenze d’inglese, a vedere un film adatto alla sua tenera ed innocente età.
Dio cristo benedetto, eravamo sfatti come letti di un film porno e non avrei davvero saputo immaginare le terribili visioni che si sarebbero presentate alle nostre menti una volta messe davanti a un fascio di colori proiettato su uno schermo lindo lindo e candido candido.
Avremmo resistito? Avremmo urlato come bestie sgozzate in preda a bad trip lancinanti?

Sì.

Ma non furono le droghe a ucciderci mentalmente, fu lo scempio che sarebbe stato di lì a poco messo a girare: ventiquattro fotogrammi al secondo di diabete concentrato. Il corpo rifiuta l’agonia, il cervello scavalca la pazienza, e sei finito.
Minimei animati, abitanti naturalisti di giardini e prati, correvano sullo schermo citando buoni sentimenti, amore e felicità, in un’orgia di banalità mal assemblate da capisaldi come La Spada nella Roccia, Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, e tutto il filone assortito di avventurette di serie c.
Nemmeno un’UZI, dall’uomo che diede i natali cinematografici a un santo e ispiratore come Léon. Questo lo trovo un insulto.

La sala, di dimensioni minimèiche, non a caso, era gremita di pargoli paffuti che si distorcevano in smorfie demoniache, facevano puzzette, urlavano. Era la nostra mente a dirci tutto ciò? No. Potevano davvero esistere simili mostri? Temo di sì.
Mi congedai per qualche minuto, dopo la proiezione, completamente sperso nella paranoia e nel disgusto, convinto che anche se avessi avuto dieci anni, tornando quindi alla gioiosa età in cui potevo parlare senza remore al colombre che viveva sotto il mio armadio, avrei odiato e rifiutato quell’accozzaglia violentemente buona di creaturine coccolose e, giurerei, puzzolenti.

"Err, arrivo subito, faccio una commissione al volo!" dissi al marmocchio non-troppo-linguista che stava già divertendosi ad infilare grimaldelli in un paio di automobili incustodite; svoltai l’angolo, ricorrendo al prezioso aiuto di un popper per tenermi in carreggiata, e mi infilai in un negozio di articoli agricoli.
Ficcai le pupille spalancate negli occhi del commesso e feci il mio ordine, secco e deciso:

"Una motozappa. E che sia molto, molto potente: voglio sterminarli, quei microscopici porci bastardi!"

Uncategorizeddi Etere

La fuga si era fatta sempre più adrenalinica nelle ultime ore: i denti aguzzi della legge iniziavano a brillare alle nostre spalle, sempre più vicini, costringendoci a ridurre drasticamente le nostre esternazioni quotidiane e a violentare con maggior ansia il pedale dell’acceleratore.
Mantenere un basso profilo, andarci piano con le droghe, non farsi notare.

Balle.
Ce ne fregammo altamente e continuammo a devastarci sia mentalmente che fisicamente, obbligando i nostri corpi a tour de force per rimanere svegli sul lavoro, in vista dei nostri, personalissimi, grandi obiettivi.

Pasticche ed erbe mistiche scuotevano le terminazioni nervose, rendendole insensibili, distorcendone i messaggi, dandoci respiro e illudendo la stanchezza spossante che stava banchettando con la nostra forza di volontà.
Secondo dopo secondo la situazione sarebbe peggiorata? Ci saremmo sfasciati definitivamente o avremmo superato un meraviglioso e lisergico rodaggio dei rispettivi fisici, trasformandoci in perfette e inarrestabili Gonzo Macchine?

Per il momento, comunque, ce ne stavamo al riparo in un drive-in abbandonato, schiacciati dall’opprimente sagoma grigiastra dello schermo vuoto e sporco; la sua ombra lunga avrebbe impedito alla palla infuocata di bruciarci vivi in questo clima torrido, mentre ce ne stavamo sparsi sopra e dentro il Piccolo Squalo Rosso, pensando al vuoto più totale, contemplando un nirvana di malefiche sensazioni che stavamo catalizzando verso il mondo esterno: bastardo, stupido, una mucca color midori rincoglionita e addormentata sui binari della distruzione.
E il treno, con i suoi macchinisti ciechi, stava arrivando spedito come un siluro.

"Don’t bogart that joint, my friend, pass it over to me…"

Starnazzava l’autoradio, seguendo The Fraternity Man.

"Sacrosanto" Disse strascicata la strafatta linguista;
"Muoviti e passala, sto tornando coi piedi per terra ed è l’ultima cosa di cui ho bisogno, adesso."

Uncategorizeddi Etere

La testa scoppiava, ero a pezzi.
Strascichi delle ultime anfe mi schiaffeggiavano senza troppi risultati, ottenendo solo un’espressione del volto stanca, occhiaie doublelayer, respiro e alito pesanti. Una merda.
Uscìì sui gomiti dallo Squalo, mentre la mia compare scartabellava tra libri di linguisti deceduti e trapassati a vite migliori e decisamente più spirituali delle nostre, carica come una mina, dopata come un animale da soma.

"Ah io vado… Beh… Di là… Al rabarbaro, con doppia" balbettai in modo scomposto, lo ricordo.

Le parole tornavano indietro verso di me, i suoni avevano uno strano riverbero multicolore, il che complicava notevolmente la possibilità di ottenere qualcosa di senso vagamente compiuto.
Ero sverso, ma due passi mi avrebbero aiutato. "Oh signore pluripotente" pensai "spiaccica questa mandria di idiosincratici, ridammi il mio rospo!".

Ancora una volta niente, non avrei capito mai di che diavolo parlassi. Forse l’uomo lassù sì, chi può dirlo, magari stavo per trasformarmi in un meraviglioso metatron dal piumaggio tinta sambuca.

Non pensiamoci, peggiorando le cose… Stanchezza? Molta. Mal di testa? Una betoniera. Nausea? In abbonamento.
Pensai quindi fosse il caso di farmi un sonnellino, la giornata era stata una merda e il Sogno della Blogosfera ci avrebbe aspettato per qualche ora. O almeno, ne ero convinto…

Le belve!
Me ne stavo scordando! Ci avrebbero trovato? Ci avrebbero raggiunti? Avevo letto che qualche nostra foto segnaletica stava cominciando ad apparire come per incanto sui tralicci di questo sporco stato, mentre qualcun altro, al telefono, mi aveva detto che alcuni proseliti si stavano facendo avanti, probabilmente seguendo le nostre orme. Saremmo stati accomunati presto alla Famiglia Manson? Diavolo…

Sarà stato l’autostoppista schizzato a cantare per primo?
O quella ragazza piccoletta, coi gatti?

Maledizione, stacca il pensatoio, dai un chiamo a morfeo, sarà meglio… E cristo fa freddo, copriti bene sotto le strisce pedonali!
Buonanotte

Uncategorizeddi Etere

Sul far del tramonto ci voleva un po’ di pace, qualcosa per accordare gli animi con i Grandi Spiriti, per tenere duro e ricaricare le batterie dei reciproci assistenti melati.

L’etere in qualche modo stava dando una mano, alleggerendo le membra e sciogliendo a poco a poco la colonna vertebrale; milioni di piccoli marshmallow rotolavano lungo la schiena, attenuando le fitte procurate dai sedili dello Squalo Rosso.
Sì ci eravamo di nuovo fermati, stavolta in una piccola cittadina, un colabrodo di viuzze storte e puzzolenti, con tapparelle serrate tutt’attorno e marciapiedi da cruciverba. Anche stavolta il motel faceva schifo, e i nostri deliri lisergici ebbero poco modo di sfogarsi sull’arredamento, già pietoso di suo.
Percui, anche questa volta, finimmo per svaccarci sui rispettivi materassoni e cercare di lavorare a qualche pezzo, o qualche disegno.

Alternavo senza posa, tra labbra e posacenere, sigarette di ogni marca e profumo, cercando di far risalire da qualche capillare preferenziale l’ispirazione giusta per scribacchiare disordinatamente qualcosa.
Mescaline non stava messa meglio, a quanto pare: le ultime parole prima di svangarmi sul naso la porta di camera sua furono: "…Mancanza di ispirazione! Mancanza di ispirazione!" e ne dedussi che si sarebbe immersa prima in un multicolore trip di pasticche e polverine e solo in seguito in un monocromatico e trasparente bagno caldo.

Il suo silenzio, però, mi innervosiva: la musica nella sua stanza taceva da ormai un paio d’ore e persino gli effetti dell’etere iniziavano a indebolirsi: la realtà, orribile, cruda, color khaki come la tappezzeria sgualcita del motel, stava riappropriandosi dei miei bulbi oculari. Mi decisi a dare una controllata.

Bussai, ma tutto taceva;  la porta fece una fatica del cazzo ad aprirsi, dato che dall’altro lato una montagna di porcherie e cianfrusaglie occupava con testardaggine il suo tragitto. Ancora il silenzio regnava, sottilmente insinuato dal brusio degli amplificatori muti ma accesi a tutto volume.
Slalomai fino al bagno, dove mi sarei aspettato di trovarla; ed in effetti era così: immersa nell’acqua traboccante della vasca, dalmatata dai numerosi scarti di canne e ceneri assortite, vestita come l’avevo lasciata e interamente sprovvista di qualsivoglia senso.
Coma, temetti.

"Merda merda merda merda merda!" balbettai mentre tentavo di tirarla fuori da quella pozza; per strano volere della Grande Calamita la sua testa era rimasta fuori dall’acqua, se non altro l’annegamento se l’era risparmiato.

"Merda merda merda merda merda!" continuai, mentre la mollavo sul materasso, scrollandola con vigore. Capii che stavolta doveva aver cercato l’ispirazione in troppe boccette e pillole alla volta; corsi nella mia camera e recuperai l’Intruglio, una personalissima e mostruosamente potente versione di un resuscitamorti tenuta in serbo per deprecabili casi come questo.

"Svegliati fottiporci! Svegliati!" le urlai. Non avremmo avuto né tempo né possibilità di fiondarci in ospedale, i cani da caccia ci sarebbero stati subito sul collo e le manette sarebbero scattate come orologi svizzeri; no, avrebbe dovuto farcela da sola.
All’improvviso una serie di stordenti colpi di tosse rimisero in moto il suo minuto organismo, mentre gli occhi cercarono di aggrapparsi di nuovo all’ambiente circostante, roteando disordinatamente.
Mi guardò preoccupata, e annaspando chiese solo:

"Do you mean this horny creep?"

"Assolutamente sì!" feci io, fingendomi impavido.
Non avevo idea di che diavolo parlasse, ma non mi pareva né il momento né il caso di chiedere spiegazioni…

Uncategorizeddi Etere

Tutto vero, tutto autentico, nessuna imprecisione: volevo davvero far tuffare lo Squalo.
La pratica del Tuffo dello Squalo è una tecnica raffinata, inadatta a guidatori rozzi o prepotenti, convinti di possedere tanto le chiavi quanto le palle della propria autovettura.
Il trucco, fondamentalmente, è quello di lanciare il Piccolo Squalo Rosso oltre ogni barriera e limite umanamente concepiti per vetture della sua stazza e cilindrata; con la testa piena di strani composti chimici, girandole di sensazioni discordanti e fiumi di fotogrammi fuori sincrono, l’effetto risultante è tre volte amplificato: sulla strada liscia e silenziosa si sarebbe alzato con psichedelica progressione l’urlo adolescente di un motore ancora di fabbrica, dimostrando al cielo stellato sopra di noi e alla legge morale dentro di noi la ferocia di due menti libere e un pedale dell’acceleratore strizzato.

La sensazione ammaliante che deriva da una perfetta esecuzione dell’esercizio è quella di sentire la ragione scivolare lenta verso il retro del cranio, stamparsi in pose oscene e imbarazzanti contro il goffo e gobbo cervelletto e lì perdere definitivamente i sensi in un solo, anfetaminico istante, lasciando il cerebro a disposizione del delirio, della pressione, e del Tuffo vero e proprio.

Il Tuffo dello Squalo è l’affermazione asfaltata della rabbia di un paio di Gonzi strafatti di voglia di libertà, è la voce meccanica sparata in tibetano accordo tra i neuroni degli occupanti e i pistoni del cuore metallico, fatta scendere con una singola vibrazione in Re maggiore lungo le camme e le cinghie, quindi rilasciata alle ruote dalla campanella dell’ultimo giorno di scuola del differenziale autobloccante.

La sinfonia di libertà, l’ultrasonica certezza di un mondo d’informazione aggredito dal nostro Gonzo Journalism come l’asfalto dai nostri pneumatici, fu probabilmente fraintesa da Mescaline, che si lasciò andare in un incontrollato e interminabile urlo fomentato da ogni alveolo dei suoi polmoni carichi di fumo ed erbe.
Le tenni compagnia, urlando a mia volta con un ululato acuto e sgraziato.
E fu quella la nostra notte: una sirena lanciata a centonovanta o centonovantacinque chilometri all’ora su un’immensa cicatrice di alabastro sporco e opaco sulla faccia linda e bonaria della Blogosfera.

Ci eravamo appena tuffati assieme allo Squalo in un insicuro e immenso oceano strippato.

Uncategorizeddi Mescaline

Qualcosa, dietro di me, sul sedile posteriore occupato dalla scatola di cartone che costituiva il mio "armadio", stava vibrando. A dirla tutta, non si stava limitando a disturbare così la quiete mattutina dell’abitacolo. No. Emetteva anche suoni.

Hello? hem, cough-cough… are you there?

Dolce e sinuosa voce di segretaria in tailleur. Potevo quasi vederla. Arroccata  sullo spigolo della scrivania di cristallo, una Valentina di Crepax in embrione. Tacco a spillo e stanghetta spessa d’occhiale rigorosamente scamosciati. Fucsia. Sembrava emersa da un billboard di Time Square. Già unta a dovere. Ferina e ammiccante anche solo nel recitare un monotono….

Hello? hem, cough-cough… are you there?

“Pensi di rispondere prima che lo lanciafiammi fuori dal finestrino a 180 all’ora?”

Il mio collega, chiaramente, non riusciva a percepire nemmeno la goccia di Chanel che la segretaria, giusto dietro di noi, aveva ben pensato di indossare come suggello ultimo  al push-up immorale che sfoggiava.

Hello? hem, cough-cough… are… - CLICK -
“Pronto?… Sì, sono io… capisco… direi un miracolo più che un aiuto… no, mi spiace sono in congedo a tempo indeterminato… certamente, le farò sapere.” -CLICK-

“Chi cazzo era?” domandò Etere rallentando appena la folle corsa dello Squalo.

“Una madre in cerca di redenzione per il proprio capretto…” mai come allora l’etimologia prima di “kid” mi parve appropriata.

“Come fai a chiamare “figlio” un figlio che se ne fotte della sostanziale sfilza di minimi doveri che gli spettano? Voglio dire, ce ne vuole al giorno d’oggi a farsi dare un perfetto e glorioso 3 di inglese… Capra mi sembra molto azzeccato, per lui.”

“La scuola è allo sfascio, sorella”, lo Squalo venne spinto ancora, sembrava planare sull’asfalto più che percorrerlo. Non c’era più deserto. Non c’era nemmeno il cielo blu aerografato di bianche polpette morbide. Era un unico, sfumato, continuum di giallo-sabbia, verde-cactus, azzurro-sfondo.

“Comunque sia, non possiamo fermarci. Non per uno scoppiato di capretto. Nemmeno perché una madre setaccia per lui le strade della salvezza finale. Se la cerchi da solo. Se ha voglia.”

“Sacrosanto. E ora passami dei pezzi di cedro”
Lo accontentai di buon grado. Lanciai il telefonino alle mie spalle sperando di avvertire, invece che il classico tonfo gravitazionale, un ben più augurabile “Ahi!” tutto intriso di femminea, odiosa, isteria.
Niente da fare, la segretaria era tornata nel suo iperuranio di unghie laccate e boccoli d’ossigeno.

“Qualcuno mi chiamerà ancora, per dio! E quando capirai di cosa parlo, fidati, chiederai al padre eterno in persona di farti uno/a squillo.”

In tutta risposta, il mio compare, accelerò ulteriormente. Mi chiesi se stesse tentando un improbabile decollo. Forse me lo domandai ad alta voce, perché mi rispose, indicando la cintura del mio sedile: “Allacciati il serpente di stoffa, voglio far tuffare lo Squalo!”

Uncategorizeddi Mescaline

Rapida scese la notte sul cruscotto dello Squalo.
“Dov’è lo sbrinzatore?”
Inutile attendere risposte dal collega, sembrava piuttosto distante, un corpo inerte mentalmente in viaggio, affacciato su variopinti quanto impalpabili cosmi acidi.
“Non preoccuparti, lo troverò. Dannazione molla la valigetta!”
Lo scrollai
“Cristo fai quello che ti pare ma, ti prego, lasciami dormire!”
Biascicò di rimando agitando - nel sonno - un ammazza mosche con poca e scoordinata convinzione. Gli sfilai dalle mani la valigetta, delicatamente. Un doppio “clack” secco spezzò il religioso silenzio del deserto. Poi, fu solo una serie di fruscii.
cartina tabacco
stendi sbrinza disponi rolla
fuoco.
Ecco, ora le nebbie cominciavano a diradarsi.
Da quanto tempo viaggiavamo? La macchina era in uno stato pietoso. Quasi fosse caduta in mano ad una banda di temibili Guznag inferociti. Rovesciai fuori dal finestrino i resti della cena. Tornai a fissare lo specchietto retrovisore, incantata dalla doppia cortina di fumo che stavo creando. Una intorno a me - densa e bluastra -, e una, chissà in quale dimensione, sempre intorno a me, ma alla me inchiodata allo specchietto retrovisore.
Mi chiesi se anche la Me riflessa fosse in un simile casino. Prima che l’infido trabocchetto mi risucchiasse nel classico - catatonico - pensiero a loop, scesi dalla gonzomobile.
Eravamo piantati. Dritti dritti, impegnati in un abrasivo bocchino cofano-catus. Guardai intorno. Spike - il fratello di Snoopy - dormiva poco oltre. Tutto era regolare, la situazione era ancora sotto controllo. Cercai di ignorare la sua opprimente bidimensionalità.
Il mio compare si accasciò malamente sul volante preda di chissà quali allucinate visioni, lo Squalo reagì indispettito, sparando i fendinebbia e dando degna visibilità allo sfacelo del cactus.
Istantaneo come il caffè liofilizzato, mi balenò nel cervello l’ultimo giro di boa prima della partenza.
Quando la nausea era diventata troppo intensa. E sembrava che l’affollamento dell’ora di punta sul bus di linea non fosse un semplice ostacolo da superare sudando e sgomitando ma fosse quasi una questione di sopravvivenza, di principio. Aria viziata e sensazioni malsane, l’umido di Bombay nelle ossa. L’imminenza del tracollo planetario. Risucchiati in un’unica, colossale, bestemmia di Babelica memoria. Mentre vecchi e bambini facevano zapping. E tu ciondolavi, sull’orlo del berserk, vicino all’obliteratrice. L’unica risposta, allora, l’unico tentativo rimasto inviolato era una mastodontica scritta verde prato che fliccherava titubante. “EXIT”.
Dunque eravamo partiti. Macinavamo i chilometri. Divoravamo la polvere. Eravamo ormai usciti definitivamente dalle rispettive - torbide - orbite di quotidianità. Assorbiti dall’incubo. Inseriti nello stream.

Uncategorizeddi Etere

Il risveglio non fu dei migliori. Chandler, impostato come radiosveglia, emise roboante l’intero tema musicale del primo livello di DooM 2, alle otto e trenta del mattino.

"Che cazzo succede?" urlai, svegliandomi di soprassalto. La camera del motel era straordinariamente intatta, così come i vestiti che avevo indosso: ero entrato, avevo gettato lo scatolone in un angolo e mi ero accasciato supino sul materasso ad acqua. Il blub blub aiutò a prender sonno in tempi record, evidentemente.

Le otto e quaranta, di già, dovevamo filarcela. Eravamo fin troppo rintracciabili, io e la linguista fuggiasca, se fossimo rimasti fermi in un luogo per troppo a lungo; per svegliarla scelsi il metodo tradizionale: tolsi una scarpa e colpì con forza il muro, bussando violentemente e accompagnando lo smartellamento con un deciso "Alzati, è ora di levare le tende da questa topaia!".

Di tutta risposta arrivò, secco, un mascolino, rude, sonoro "Vaffanculo razza di imbecille, devi proprio rompere i coglioni alle otto del mattino?!"

Avevo sbagliato muro.
Il camionista della 102 non la prese bene, mi sembrò di capire.
Ripetei l’esperimento sul lato corretto della stanza, questa volta. Il mugolio sommesso e vagamente scazzato che provenne in risposta mi confermò che la stanza era quella giusta.
"Forza, datti una sciacquata, stai lontana dalla bottiglia, lavati i denti e ripartiamo".

Dalla presa d’aria comunicante lei mi passò un foglio di giornale, evidentemente era sveglia da un bel po’.
Aggiunse "Leggi, ci interesserà".
E io lessi, un articolo - pungiglione, arrogante, provocatorio. Mi piaceva, a suo modo.

"No, non ci casco più in queste discussioni, no no, nossignore! Non stavolta, non mi freghi!" Appallottolai il foglio e me lo misi in tasca, accendendo una sigaretta smangiucchiata; quindi uscimmo in perfetta sincronia e volammo verso il Piccolo Squalo Rosso.
Appena entrati lei mi guardò con l’aria tipica di chi si aspetta una qualche reazione involontariamente umoristica, esattamente la stessa espressione fintamente pacata che da bambino ero solito assumere aspettando lo svuotarsi completo della vasca da bagno e il risultante, cacofonico rutto dello scarico.

"E va bene, e va bene. Gli do quasi ragione, ok? Quasi."
"Sentiamo… Come mai ‘quasi’ ?"
"Perché ancora non ci conosce. E’ una mente illuminata, ma al suo appello manchiamo ancora noi, si ricrederà, vedrai!"
Lanciai un cartoccio di lattina di birra in un cestino, mentre rimettevo in moto la GonzoMobile.

Aggredimmo la polvere del parcheggio e tornammo a graffiare l’asfalto. Il Sogno della Blogosfera… C’eravamo dentro, fino al collo, anche mentre qualcuno gridava alla morte cerebrale del fenomeno blog.
Ma il nostro viaggio era diverso, e l’avremmo dimostrato.