Uncategorizeddi Etere

Sul far del tramonto ci voleva un po’ di pace, qualcosa per accordare gli animi con i Grandi Spiriti, per tenere duro e ricaricare le batterie dei reciproci assistenti melati.

L’etere in qualche modo stava dando una mano, alleggerendo le membra e sciogliendo a poco a poco la colonna vertebrale; milioni di piccoli marshmallow rotolavano lungo la schiena, attenuando le fitte procurate dai sedili dello Squalo Rosso.
Sì ci eravamo di nuovo fermati, stavolta in una piccola cittadina, un colabrodo di viuzze storte e puzzolenti, con tapparelle serrate tutt’attorno e marciapiedi da cruciverba. Anche stavolta il motel faceva schifo, e i nostri deliri lisergici ebbero poco modo di sfogarsi sull’arredamento, già pietoso di suo.
Percui, anche questa volta, finimmo per svaccarci sui rispettivi materassoni e cercare di lavorare a qualche pezzo, o qualche disegno.

Alternavo senza posa, tra labbra e posacenere, sigarette di ogni marca e profumo, cercando di far risalire da qualche capillare preferenziale l’ispirazione giusta per scribacchiare disordinatamente qualcosa.
Mescaline non stava messa meglio, a quanto pare: le ultime parole prima di svangarmi sul naso la porta di camera sua furono: "…Mancanza di ispirazione! Mancanza di ispirazione!" e ne dedussi che si sarebbe immersa prima in un multicolore trip di pasticche e polverine e solo in seguito in un monocromatico e trasparente bagno caldo.

Il suo silenzio, però, mi innervosiva: la musica nella sua stanza taceva da ormai un paio d’ore e persino gli effetti dell’etere iniziavano a indebolirsi: la realtà, orribile, cruda, color khaki come la tappezzeria sgualcita del motel, stava riappropriandosi dei miei bulbi oculari. Mi decisi a dare una controllata.

Bussai, ma tutto taceva;  la porta fece una fatica del cazzo ad aprirsi, dato che dall’altro lato una montagna di porcherie e cianfrusaglie occupava con testardaggine il suo tragitto. Ancora il silenzio regnava, sottilmente insinuato dal brusio degli amplificatori muti ma accesi a tutto volume.
Slalomai fino al bagno, dove mi sarei aspettato di trovarla; ed in effetti era così: immersa nell’acqua traboccante della vasca, dalmatata dai numerosi scarti di canne e ceneri assortite, vestita come l’avevo lasciata e interamente sprovvista di qualsivoglia senso.
Coma, temetti.

"Merda merda merda merda merda!" balbettai mentre tentavo di tirarla fuori da quella pozza; per strano volere della Grande Calamita la sua testa era rimasta fuori dall’acqua, se non altro l’annegamento se l’era risparmiato.

"Merda merda merda merda merda!" continuai, mentre la mollavo sul materasso, scrollandola con vigore. Capii che stavolta doveva aver cercato l’ispirazione in troppe boccette e pillole alla volta; corsi nella mia camera e recuperai l’Intruglio, una personalissima e mostruosamente potente versione di un resuscitamorti tenuta in serbo per deprecabili casi come questo.

"Svegliati fottiporci! Svegliati!" le urlai. Non avremmo avuto né tempo né possibilità di fiondarci in ospedale, i cani da caccia ci sarebbero stati subito sul collo e le manette sarebbero scattate come orologi svizzeri; no, avrebbe dovuto farcela da sola.
All’improvviso una serie di stordenti colpi di tosse rimisero in moto il suo minuto organismo, mentre gli occhi cercarono di aggrapparsi di nuovo all’ambiente circostante, roteando disordinatamente.
Mi guardò preoccupata, e annaspando chiese solo:

"Do you mean this horny creep?"

"Assolutamente sì!" feci io, fingendomi impavido.
Non avevo idea di che diavolo parlasse, ma non mi pareva né il momento né il caso di chiedere spiegazioni…

Uncategorizeddi Etere

Tutto vero, tutto autentico, nessuna imprecisione: volevo davvero far tuffare lo Squalo.
La pratica del Tuffo dello Squalo è una tecnica raffinata, inadatta a guidatori rozzi o prepotenti, convinti di possedere tanto le chiavi quanto le palle della propria autovettura.
Il trucco, fondamentalmente, è quello di lanciare il Piccolo Squalo Rosso oltre ogni barriera e limite umanamente concepiti per vetture della sua stazza e cilindrata; con la testa piena di strani composti chimici, girandole di sensazioni discordanti e fiumi di fotogrammi fuori sincrono, l’effetto risultante è tre volte amplificato: sulla strada liscia e silenziosa si sarebbe alzato con psichedelica progressione l’urlo adolescente di un motore ancora di fabbrica, dimostrando al cielo stellato sopra di noi e alla legge morale dentro di noi la ferocia di due menti libere e un pedale dell’acceleratore strizzato.

La sensazione ammaliante che deriva da una perfetta esecuzione dell’esercizio è quella di sentire la ragione scivolare lenta verso il retro del cranio, stamparsi in pose oscene e imbarazzanti contro il goffo e gobbo cervelletto e lì perdere definitivamente i sensi in un solo, anfetaminico istante, lasciando il cerebro a disposizione del delirio, della pressione, e del Tuffo vero e proprio.

Il Tuffo dello Squalo è l’affermazione asfaltata della rabbia di un paio di Gonzi strafatti di voglia di libertà, è la voce meccanica sparata in tibetano accordo tra i neuroni degli occupanti e i pistoni del cuore metallico, fatta scendere con una singola vibrazione in Re maggiore lungo le camme e le cinghie, quindi rilasciata alle ruote dalla campanella dell’ultimo giorno di scuola del differenziale autobloccante.

La sinfonia di libertà, l’ultrasonica certezza di un mondo d’informazione aggredito dal nostro Gonzo Journalism come l’asfalto dai nostri pneumatici, fu probabilmente fraintesa da Mescaline, che si lasciò andare in un incontrollato e interminabile urlo fomentato da ogni alveolo dei suoi polmoni carichi di fumo ed erbe.
Le tenni compagnia, urlando a mia volta con un ululato acuto e sgraziato.
E fu quella la nostra notte: una sirena lanciata a centonovanta o centonovantacinque chilometri all’ora su un’immensa cicatrice di alabastro sporco e opaco sulla faccia linda e bonaria della Blogosfera.

Ci eravamo appena tuffati assieme allo Squalo in un insicuro e immenso oceano strippato.