Non potevo crederci, ci avevano scovato!
Avevamo alzato cartine stradali sul parabrezza, usato subdoli trucchi per distogliere lo sguardo ma eravamo stati beccati in pieno, riconosciuti in un baleno.
Ero già pronto a vedere la mia faccia sfibrata e scazzata incorniciata in un poetico mugshot, quando dopo tutto capii che non erano stati i piedipiatti ad inquadrarci nel loro mirino.

Erano la madre e il fratellino di lei, nel momento esatto in cui lo Squalo, a secco per un’indigestione notturna di derivati del petrolio, si era inchiodato borbottando sul ciglio della strada.
E non ci fu molto altro da fare: alzammo gli scudi, tirammo sul naso gli occhiali da sole perché almeno il rossore delle palle degli occhi e le borse non fossero evidenti. Almeno non subito.
Mi presentai, biascicando parole storte e oblique, attaccando i soggetti e i verbi in pieno stato confusionale; sembrava non essersene accorta. Spero.

Comunque, il battibecco che ne seguì fu inevitabile, e la linguista fuggitiva dovette arrendersi e seguirli: la missione, la quest, sarebbe stata accompagnare il pargolo, un ragazzino dedito a furto d’auto, violenza privata, emulazione leonardesca e carenze d’inglese, a vedere un film adatto alla sua tenera ed innocente età.
Dio cristo benedetto, eravamo sfatti come letti di un film porno e non avrei davvero saputo immaginare le terribili visioni che si sarebbero presentate alle nostre menti una volta messe davanti a un fascio di colori proiettato su uno schermo lindo lindo e candido candido.
Avremmo resistito? Avremmo urlato come bestie sgozzate in preda a bad trip lancinanti?

Sì.

Ma non furono le droghe a ucciderci mentalmente, fu lo scempio che sarebbe stato di lì a poco messo a girare: ventiquattro fotogrammi al secondo di diabete concentrato. Il corpo rifiuta l’agonia, il cervello scavalca la pazienza, e sei finito.
Minimei animati, abitanti naturalisti di giardini e prati, correvano sullo schermo citando buoni sentimenti, amore e felicità, in un’orgia di banalità mal assemblate da capisaldi come La Spada nella Roccia, Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, e tutto il filone assortito di avventurette di serie c.
Nemmeno un’UZI, dall’uomo che diede i natali cinematografici a un santo e ispiratore come Léon. Questo lo trovo un insulto.

La sala, di dimensioni minimèiche, non a caso, era gremita di pargoli paffuti che si distorcevano in smorfie demoniache, facevano puzzette, urlavano. Era la nostra mente a dirci tutto ciò? No. Potevano davvero esistere simili mostri? Temo di sì.
Mi congedai per qualche minuto, dopo la proiezione, completamente sperso nella paranoia e nel disgusto, convinto che anche se avessi avuto dieci anni, tornando quindi alla gioiosa età in cui potevo parlare senza remore al colombre che viveva sotto il mio armadio, avrei odiato e rifiutato quell’accozzaglia violentemente buona di creaturine coccolose e, giurerei, puzzolenti.

"Err, arrivo subito, faccio una commissione al volo!" dissi al marmocchio non-troppo-linguista che stava già divertendosi ad infilare grimaldelli in un paio di automobili incustodite; svoltai l’angolo, ricorrendo al prezioso aiuto di un popper per tenermi in carreggiata, e mi infilai in un negozio di articoli agricoli.
Ficcai le pupille spalancate negli occhi del commesso e feci il mio ordine, secco e deciso:

"Una motozappa. E che sia molto, molto potente: voglio sterminarli, quei microscopici porci bastardi!"