Eravamo sprofondati nel peggior silenzio possibile. quello disilluso.
appoggiati schiena contro schiena. in attesa che il peggio arrivasse. sarebbe arrivato? l’ondata di chimica pesante, lo scarto di ritorno, ci avrebbe investito con ritardo? o l’avevamo scampata, ancora una volta?
Mescalina fronteggiava il cofano dello squalo rosso. entrambe le mani pressavano il metallo cromato. si reggeva così. mentre le gambe resistevano stoiche all’impulso di ripiegarsi e cedere. fissava immobile gli scintillii impazziti del sole sull’uniforme piatto rosso della macchina. aveva una voglia smodata di salmone fresco.
anestetizzava senso e coscienza in un approssimativo e casalingo nirvana alcolico. ma il sistema reggeva ancora ed era rimasto operativo nonostante tutto.
“è caduto il governo, dannazione”
Etere aveva ripreso a leggere i giornali. Senza considerare la finestra temporale intercorsa dal giorno dell’acquisto di detti contenitori cartacei di informazione al giorno dell’analisi.
“non ti preoccupare, l’abbiamo svangata”
“davvero? cazzo, mi mancherà molto. la crisi stimola atti eroici e strani stati di coscienza impensabili in situazioni ordinarie senza l’uso e abuso di stupefacenti.”
capivo il suo punto di vista. nonostante il mio compare fosse un uomo - e come tale privo della proverbiale preveggenza di cui noi, piccole informatizzate amazzoni, siamo stracariche - aveva visto giusto. la crisi avrebbe acuito i sensi, rimpastato gli animi. creato balzane figure di pongo da mandare al massacro al posto nostro, plasmate ad hoc per la situazione sgradevole in cui eravamo finiti.
Eravamo scesi dalla macchina. Stavamo puntando entrambi il cielo. Sguardi carichi di aspettativa. Silenzio disilluso, dicevo. Qualcosa, nelle casse caricate in macchina il giorno della partenza, si stava muovendo.
“merda ci hanno messo una cimice”
scattammo verso i sedili posteriori, brandendo entrambi una sigaretta appena accesa. Etere stava agitando minaccioso una fiala di Popper ma non ci è dato sapere cosa in realtà pensasse di avere in mano o in quale fantasioso modo potesse pensare di usare la fiala come arma impropria.
“è vivo.”
“cosa?”
“questa merda di…”
era winston. il topo invisibile. sceso dalla spalla di mescalina durante una delle fasi di schizofrenia indotta. probabilmente il fatto che entrambi percepissero la sua presenza era chiaro sintomo di delirio collettivo.
“l’avevo visto il giorno che ti ho salvato la vita dalla vasca da bagno. navigava a bordo di un porta cellulare gonfiabile di plastica verde acido. sorseggiando nel tappo del tuo martini.”
“balle, winston è un fottuto inglese. troppo understatement nel suo dna peloso per galleggiare nel mio brodo.”
“ti dico che l’ho visto, dannazione. e credevo di essere marcio io… invece sei tu che ti porti in giro i roditori senza dirmelo.”
Mescalina riprese a guardare l’asciugamano azzurro che era teso sopra le loro teste, fissato qua e là tra un cactus, un masso gigante e una nuvola di panna acida. il topo tornò sulla spalla sinistra, compose la coda a “question_mark” e sparì, come di consueto, nella trasparenza del cielo terso.
“comunque non mi hai salvato la vita” Mescalina si accartocciò su se stessa, con le spalle contro al copertone lucido dello Squalo “nella vasca, dico. ero perfettamente lucida e stavo intrattenendo una conversazione estremamente importante con Tolstoj.”
[to be continued…]