"Questo paese sta andando allo sfascio, bello, te lo garantisco"
Il chopper sotto il mio sedere brontolava sordo mentre mi accostavo al punto dove avevo lasciato il Piccolo Squalo Rosso. E, madrediddio, era ancora là.
Gli scatoloni erano stati scartabellati da poco, la roba vomitata in giro per i sedili posteriori: lattine, scartoffie, penne, scatole di cereali… Il tutto gridava anarchia, senza freni.
"Cristo lo sapevo, le è preso un maledetto attacco…"
"Per la puttana amico, quest’affare è tuo?"
La voce del passeggero a cui stavo dando uno strappo mi riportò con i piedi per terra. Il mio autostoppista era un fottuto genio: mi aveva raccontato che era un tizio molto famoso, una Rockstar coi controcazzi. Lo avevo beccato nella neve, perso a seguire la sorella gemella della madonna e la sua guardia pretoriana, e lo convinsi a tornare alla civiltà con me, sul chopper trafugato. Lui accettò. Sparse il contenuto di una curiosa scatola, una polvere scura, di certo non cocaina, almeno non pura, sull’asfalto e si fece una tirata coi fiocchi. Merda, era un professionista. Solo a metà tragitto, comunque, venni a sapere di cosa si trattasse.
Ma a parte ciò, torniamo a noi…
"Sì, anche se quando l’ho lasciato qui aveva meno scritte che lo decorassero, negli scatoloni non era scoppiata una rivolta komehinista e, soprattutto, c’era una maledetta linguista junkie addormentata sul sedile del passeggero…"
In effetti era quella la mancanza più evidente.
Scrutai in giro, la striscia di asfalto tremolava al sole senza dare il minimo indizio su dove si potesse esser cacciata Mescaline.
"Maledizione!" urlai.
Non che quell’anima in pena non avesse diritto ad essere incazzata, me lo immaginavo, ma credevo mi avrebbe aspettato per sentire le novità che avevo portato con me…Temo abbia travisato qualcosa, esattamente qualche ingranaggio del mio ragionamento doveva esser saltato fuori posto e averle fatto pensare che io mi trovassi in visita di piacere, su tra i monti. Merda, è stato un calvario, altro che gita.
Ma non potevo portare con me lo Squalo, così come non potevo lasciarlo incustodito; quindi, ‘fanculo, delle due l’una, mi son detto.
Alzai lo sguardo verso l’orizzonte desertico e, per l’amor del cielo, era là!
Stava puntando spedita verso di noi, a gran passi, la sua sagoma si definiva metro dopo metro nell’afa del paesaggio. Non sembrava contenta.
Fu alla macchina in men che non si dica, lo sguardo incazzato come una iena, sotto gli occhiali da sole.
"Err… Bel piumaggio! Fai bene a tenerlo su, ripara dal sole e ti farà fraternizzare con gli autoctoni…" mi parve la cosa migliore da dire, il suo copricapo pellerossa se ne stava ritto come una collezione di punte di lancia, tutte colorate: una cacofonia psichedelica di piume sintetiche.
"Vaffanculo. No, VAFFANCULO. Ecco, vai a fare in culo, maledetto stronzo che mi hai mollata qui nel nulla, vedi di rigirare quel troiaio a due ruote e sparire dalla mia vista in men che non si dica".
Credo fosse più seria del previsto. Ma, in fondo, era tornata appena mi aveva visto cavalcare il gingillo lungo la statale, non poteva esser così grave. Mi lesse nella mente, credo, visto che se ne uscì con un…
"Se sono tornata indietro è solo perché non ho intenzione di portare con me anche un solo fottuto briciolo di qualcosa che mi ricordi la tua faccia da scemo" dicendo queste parole mi indicò con scazzo lo sbrindellato fagotto a righe bianche e nere, strappato, sporcato, bucato, liso, devastato e carico di libri. Ci misi un po’, ma poi me ne accorsi.
"Il… Il mio…"
"Sì, bello, ci hai fatto la laurea con questa porcata a righe bianche e nere, ricordi? Bene. Eccoti il benservito per avermi scaricata in mezzo alla ridente cittadina di un-cazzo-di-niente, te lo meriti. Anzi, è stato un piacere!"
Discutemmo ancora per qualche minuto, in realtà strizzai i pugni ripetutamente e con misurata rabbia per non esplodere in un florilegio di insulti che mi sarebbero costati molto più che un maglione. Un gran bel maglione, dannazione, maledetta stronza permalosa!
"Sì, come lo Squalo, hai visto? Non sei contento di avermelo lasciato in custodia, il tuo preziosissimo ferrovecchio?"
"Beh, a dire il vero… Mi piace di più così" Lo dissi credo in un modo simile a un astronauta che avesse appena visto passare Miss Maggio ‘82 fuori dal suo scafandro, in piena passeggiata spaziale.
"…Come?" poté solo che dire lei, presa più che alla sprovvista.
"Sì, dai, mi piace, è più… casual, è segno che abbiamo sfondato le inutili e burocratiche barriere del foglio di carta e ora le parole si sono riversate in tutto il loro rossore sull’intero abitacolo. Ha un che di artistico, non trovi?"
Il mio hitchhiker annuì, ma la sua testa vagava per altri lidi.
"Anzi, guarda, questa qui sulla fiancata diventerà il nostro motto, mi piace. Ci sta pure bene, guarda, me la incornicio pure!" E in effetti me ne stavo più che convincendo, anche se nel tempo di rendermene conto avevo già estratto un coltellino da scout e inciso una bella cornicetta attorno alle parole "OFFTHEPIGS" incastonate sul fianco dello Squalo ferito.
Il mio passeggero bofonchiava qualche nota di una canzone famosa, mentre in preda a qualche deviata crisi di iperattività iniziava a rimontare le ruote allo Squalo.
Mescaline mi guardava incredula.
"Quindi, fammi capire, dopo avermi riarredato la macchina, la nostra macchina, ora vuoi farti una scampagnata a piedi tra serpenti a sonagli, scorpioni e manguste?"
Non gradì il mio commento e ripiombò nel suo stato di bile strabordante; cacciò a terra il lembo del fagotto con cui si trascinava in giro i volumi di linguistica e si rollò una canna, con aria indispettita. Quindi, senza proferir parola, si sedette sul cofano a gambe incrociate e se la accese.
Restammo ulteriori minuti nel silenzio più totale, storpiato solo dal continuo canticchiare beone della rockstar rifugiata, che, peraltro, senza troppi complimenti stava prendendo posto alla guida del chopper.
Mescaline se ne stava lì, sul cofano, dandomi le spalle con il massimo sdegno possibile. Rivoli di fumo denso apparivano ad ogni sfumazzata e io non potevo che tentare di interpretarli in qualche modo, senza troppo successo.
Per quanto tempo saremmo rimasti lì, impalati, incazzati, svogliati, amareggiati?
Un click whirrr! stridente colpì la nostra attenzione: lo sniffer di ceneri paterne doveva aver trovato una Polaroid nelle tascone della moto e si era dilettato nel fotografarci. Osservò la carta svilupparsi al sole, quindi sorrise con un sorriso di cartacrespa e mi lanciò la foto, strizzandomi l’occhio; così come era apparso se ne andò, fregandosi pure il galvanitico bolide a due ruote…
Mescaline vinse il suo orgoglio, forse intenerita dagli effetti dell’erba, forse uccisa dal suo esser una gatta curiosa, e si arrampicò a quattro zampe oltre il parabrezza per vedere il regalo del misterioso ominide. La carta era vecchia e ingiallita, la foto stava assumendo tinte seppia.
Eravamo noi, per la prima volta, in quella foto, ci riconoscevamo davvero.
La guardammo per diversi attimi, in un silenzio a metà tra l’imbarazzato e il religioso. Quindi sbottai in una risata soffocata e aggiunsi serenamente:
"Sai, se un giorno ci venisse la malsana idea di aprire un blog sulle nostre disavventure, io questa la metterei come header…"
"Un blog? E chi cazzo cagherebbe mai due scoglionati come noi?"
"Eh, chissà… Per il momento piantiamola di fare le teste di cazzo, coraggio! Siamo professionisti, te lo sei scordato? Rimettiamoci in marcia, dai."
Avviai il motore, rientrai in carreggiata, e tornammo in viaggio. L’avevamo svangata.