Uncategorizeddi Etere

Siamo piombati al barcamp in cerca di un indizio, una prova, che ci conducesse verso la corretta e finale interpretazione del Sogno della Blogosfera, questo scombinato incubo mediatico che sembra aver rapito le menti di migliaia di compatrioti, deciso a non arrestarsi.

Tuttavia ciò che avevamo avuto tra le mani ci disorientava: le sale eleganti e duepuntozzero, qualunque cosa volesse dire, del Mentelocale erano farcite con centinaia di blogger di quasi tutta Italia: era il ritrovo di decine di amici e l’occasione, sostanzialmente, per racchiudere in spazi comunitari e condivisi una serie sfaccettata e multiforme di attività: le conferenze, o i talk, come piace chiamarli, alla fine erano quasi rumori di fondo, specialmente nella Sala Focaccia. Ed è giusto così, l’avevo capito.

Nessuno si sarebbe offeso, nessuno avrebbe preteso il silenzio totale né avrebbe tentato con la sua voce di scardinare gli scambi di risate, battute e opinioni tra vecchi amici che si incontrano di nuovo, parlando di argomenti che, diciamocelo, non avrei capito mai.

Che cos’è, quindi, il Barcamp?
Lo spettro di un nomignolo tanto geek, tanto californiano e alla moda dietro cui nascondere la semplice e rodata idea di raduno è forte e pressante: le spille per molti erano superflue, ormai, visto che le facce si riconoscevano al volo e i personaggi emergevano impavidi dai loro aggregatori RSS; quindi io, mi permetto, lamento un po’ l’elegante ma troppo timida spilletta su cui il nome, e in particolare l’indirizzo del proprio blog, erano scritti in caratteri decisamente minuti. A saperlo, pensavo ironicamente, mi sarei iscritto con il nome "If you can read this, you are way too close".

Scherzi a parte, avevamo intrapreso una missione e ora avremmo dovuto trarne le conclusioni.
O avviarle, avviare il ragionamento alla luce di questi nuovi lumi emersi dalla cornice di Palazzo Ducale.

Il Barcamp è un grosso bazar di idee e di volti che è difficile inquadrare nettamente, che ha alle spalle l’ombra blurrata dell’esser un concetto temporaneo già virato verso una sua nuova evoluzione. O involuzione, per certi versi: li chiamano interstizi, ma di fatto sono le chiacchierate classiche da cocktail party. Le chiamano talk, ma sono presentazioni. Chiamano il tutto con questo nome d’oltreoceano, ma, ripeto, l’impressione dominante è che sotto sotto sia una forma curiosa di raduno, idealisticamente duepuntozzero: centinaia di persone accomunate da una passione si ritrovano in un luogo bello, vagamente indie, e, sostanzialmente, nel nome di quella passione cazzeggiano spensieratamente, ma con professionalità. Ed è giusto e sacrosanto così.

Insomma, chiariamoci: lo ZenaCamp è stato uno splendido evento, per il quale mi sento di ringraziare, dal mio esser Gonzo, l’organizzazione tutta e lo staff.
Ha aiutato noi Gonzi a capire meglio la situazione della blogosfera? Sì, indirettamente sì: la figura del blogger sarà sviscerata con metodo, presto, su questi schermi, dove con dovizia darwiniana riporteremo le nostre impressioni e osservazioni, senza perdere quella nota frivola e fulminata che ci contraddistingue.
Anche chiamandolo raduno il succo della situazione non sarebbe cambiata: un ottimo evento, una girandola impazzita di personalità e personaggi, molte facce apparentemente anonime che in realtà prendono corpo attraverso le linee e le parole incastonate sulle proprie pagine del blog.

Sono animali strani, i blogger, ma sono anche più normali del previsto. A volte, forse, persino troppo.

Uncategorizeddi Etere

"Apri questa stracazzo di porta! Aprilaaa!"

Martellavo la porta rosa spinto da una mostruosa necessità di barricarmi all’interno della stanza e gettarmi sul letto praticamente privo di sensi, per recuperare le ore di sonno arretrate.
L’aver lasciato la chiave a Mescaline rendeva l’accesso alla suite un discreto problema.
Cristo, dove s’era cacciata? Aveva riempito la vasca di sostanze illecite e alcol, di nuovo? L’avrei trovata impiccata a una collezione di festoni di addio al celibato opportunamente annodati a guisa di cappio?

"Sono a pochi secondi dal fracassare quest’inutilissimo strato di legno verniciato, ad ogni modo io entrerò, Mescaline! Non voglio farti del male, promesso! Ora io entro e semplicemente ti spacco quella testol… Sono il lupo cattivo… Vuoi che faccia p… Wendy…?"

Un momento.
La situazione stava precipitando, un orribile deja-vu si spandeva dietro i miei occhi. Ero ancora me stesso? Per quale motivo desideravo ardentemente un’accetta?

Comunque, mentre bussavo in preda a un ribollire di erbe nella mia scatola cranica, si avvicinò una distinta coppia di anziani coniugi. O erano una coppia di cugini. O fratello e sorella. Mio dio, l’incesto, non era sanzionato?

"Ehm… Mi scusi, le serve qualcosa?"
"Come?" feci io con un certo stupore. Gentilezza gratis da estranei? Possibile? Era una trappola?
"Quella è… La nostra stanza, è la 186… C’è qualche problema?"

Guardai il mio braccio destro, dove avevo "tatuato" il numero della camera. 186. Un momento. Ero sfatto, ero svaccato sul letto quando lo scrissi… Contorsi il braccio e il busto fino a orientare correttamente il promemoria: era 981.
Ok, riprendi in mano la situazione, non insospettirli.

"A… Err… Sì, certo, non preoccupatevi, la vostra porta è sicura, solida, perfetta. Sono… Err… L’agente Brimstone, servizio controllo porte, facevo solo la mia ronda periodica… Tutto in regola, complimenti!"

"Sssì… E le urla e gli insulti erano altrettanto necessari?"

"Assolutamente! La verifica dell’insonorizzazione è importante, ma per fortuna la nostra strumentazione non ha rilevato problemi a riguardo… Porte così oggi non le fanno mica più, sa… Anzi, se permettete, gentili signori, ho un sacco di lavoro arretrato da togliermi, su… Al nono piano… Arrivederci!"

Camminai a grandi passi verso il primo ascensore, sperando non si accorgessero dei rivoli di sudore nervoso che colavano dalle mie tempie. Me l’ero quasi cavata.

Il supersonico scatolo ascendente mi mollò a pochi metri dalla suite; mi avvicinai pacato alla porta e stavolta bussai delicatamente. Mescaline spalancò la porta in vestaglia, lo sguardo a metà tra il trasalito e il nevrotico, con un sorriso stirato e gli occhi vagamente preoccupati.

Tutto normale, quindi.

Mi chiusi alle spalle la porta, mentre lei raccattava vestiario in giro e mal celava fastidio per il mio ritorno. Sembrava arrivata da poco, avrà folleggiato in mia assenza? Mah, almeno uno dei due se l’era spassata, nel caso.

Anyway, dovevamo fare i preparativi: eravamo a un paio di rintocchi dall’Evento e c’erano da decidere un po’ di cose, selezionare le misture di stupefacenti più adatte, pensare al da farsi: una sorta di training autogeno prima di immergerci in questo nuovo, curioso, campo di "studio".

Ci scambiammo un paio di battute rarefatte, prima che io perdessi i sensi sul materasso ad acqua e recuperassi almeno una parte delle ore di sonno mancate al volante del Piccolo Squalo Rosso.
Credo mi sarei dovuto fare una doccia, quantomeno. Sì, forse sarebbe stato il caso…

Uncategorizeddi Mescaline

Mi svegliai nel parco dell’albergo. Sunday Morning nelle orecchie. Sparata a volumi apocalittici. Escludendo che la FiloDiffusione fosse in grado di seguirmi e amarmi nel raggio di km dalla mia suite, cercai di tastare le orecchie in cerca di augurabili auricolari. C’erano. Non ero del tutto scoppiata, dunque, né Dio aveva scelto di eseguire, ancora, il numero da circo ‘musica dal cielo’. Ricordai, in un guizzo impazzito di sinapsi in corto, di aver giocato a Black & White. E il numero ‘mano di Dio che fa rotolare le cose in giro’ mi era sempre piaciuto particolarmente. Pensai “prenditi cura di me, perché mi avrai sulla coscienza, dannatissimo RPG!” Rotolai su un fianco. Prato. Punzecchiava ogni cm scoperto di me. Cercai di mettere a fuoco. Che mi fossi illegalmente introdotta nel sabbah del clan Wicca che alloggiava, come noi Gonzi, nelle suite dell’ala Nord dell’albergo? Follia pura. Donne invasate ovunque che inneggiavano a divinità pagane posticce intrise e spruzzate di opuscoli GreenPeaceStyle. "Fuck, man, I’m not ready for this." Cercai di assumere una posizione qualsiasi che non fosse quella di cadavere al suolo. Quadrupede… fatica… bipede. Ecco. Appoggiai la schiena a un tronco. Ruvido. La mano che avevo appena passato tra i capelli confermò le mie peggiori supposizioni, il mio cranio era un camposanto di foglie, terriccio e polline. Pensai distintamente "Grissom, se trovi il mio cadavere, ricordati che l’impollinazione quest’anno è arrivata prima per sto cazzo di clima sballato", parlare con il master assoluto di CSI, appena sveglia, è stato memorabile, non ricordo di aver ottenuto risposta alcuna. Avevo la mia vestaglia di seta lilla. Almeno avevo avuto la decenza di mettermi qualcosa addosso, piccoli passi, Mescaline, piccoli passi. Ondeggiai paurosamente. E, di colpo, lo vidi. Stava lì, come se nulla fosse, porgendomi una tazza di tè. A naso posso dirvi, con mal celata tronfia strafottenza, fosse un tè nero aromatizzato al bergamotto. E, prima che qualcuno cominci a fare domande fastidiose, questi poteri mi sono stati conferiti dal complesso studio di rinologia di zio Gogol’ e dalla vestaglia modello Sherlock che indossavo al momento della sniffata a distanza. Cristo, ero uno sfacelo, una donna impresentabile. E costui mi porgeva una tazza di porcellana finissima, con intarsi in smalto porpora, colma di pregiato tè. Chi era? Thoreau, chi se no? Nel suo personalissimo Walden. E, di colpo, capii cosa era successo la notte prima. Arrossii lievemente, strinsi la cintura della vestaglia e mossi titubanti -impacciati- passi verso la sua dimora. Sorrideva, non disse nulla, aveva già scritto tutto secoli prima, effettivamente. Mi porse dei fogli sgualciti

“Ma, ahimè!, gli uomini ora sono diventati strumenti dei loro strumenti. L’uomo che quand’era affamato coglieva i frutti liberamente, è diventato contadino; e colui che, per riposare, si stendeva sotto un albero, è diventato il guardiano della propria casa. Ora non ci accampiamo più per la notte, ma invece ci siamo piantati sulla terra e abbiamo dimenticato il cielo. Abbiamo adottato il cristianesimo semplicemente come un migliore metodo di agricoltura. Abbiamo fabbricato per questo mondo una magione di famiglia, e per l’altro una tomba di famiglia.”

Tornai immediatamente in me, la doccia fredda delle parole è una delle migliori tecniche per emergere dalla sonnolenza permanente. Bevvi il tè, mi inchinai lievemente, porsi la mano destra a Thoreau, la baciò sfiorandola appena, era un vero gentiluomo non c’è che dire. Balbettai qualcosa che doveva sembrare vagamente anglofono, e cominciai ad arretrare, non volevo dargli le spalle, una vera cafonata. In realtà, mi ero appena ricordata, tastando la tasca della vestaglia, di essermi portata dietro le chiavi della stanza. Supponendo che Etere fosse tornato dai sui bagordi… no, non volevo nemmeno pensare al pistolotto fastidioso che mi aspettava nella malaugurata possibilità di trovarmelo, strafatto come sempre, inchiodato davanti alla porta rosa della nostra suite. Era troppo, specie dopo una notte simile. Forse ero ancora in tempo. Forse non era ancora arrivato… cominciai a correre…

Uncategorizeddi Etere

La tensione stava scemando, giustamente.

Pensai di comprare all’edicola della reggia un paio di rotocalchi di infima qualità, qualcosa il cui livello intellettivo richiesto per la lettura fosse inferiore a quattro su una scala da zero a ottocentoventinovemila virgola cinque. Giusto per occupare eventuale tempo libero bloccato nel traffico.
La situazione era alquanto complessa, mi dovetti districare tra una parata in alta uniforme di periodici e quotidiani finanziari esteri, in idiomi incomprensibili e con titoli stampati come effigi nobiliari. Eccheccristo, volevo solo una sana overdose di letteratura da parrucchiera, niente di più.

Poco dopo, comunque, attraversai spedito il salone dell’hotel, accusando le ultime scie di una dose confidenziale di polvere bianca: il soffitto assumeva sfumature mai ricordate prima, i lampadari ondeggiavano con un ritmo lento, una specie di valzer.

"Ma per la miseria… Stia attento, no?!"

Maledizione.

Ero finito addosso alla ventiquattrore di un businessman rampante, un galletto sulla quarantina che probabilmente di notte, in locali lussuosi e spregiudicati per la loro stretta selezione all’ingresso, ingollava quantità industriali di porcate chimiche di bassa lega pur di pareggiare i conti con il grigiume della sua vita di false felicità. Fanculo, il tuo fegato ti presenterà il conto da un minuto all’altro, maledetto manico da scopa.

Feci un gesto scomposto che fu probabilmente interpretato come segno di scuse, quindi mi infilai attraverso un carrello porta abiti colmo di pellicce, montoni, paltò e quant’altro; riuscii, così, ad attraversare il portone girevole.

Aria, ero fuori. Qualunque cosa la mia compare di viaggio stesse facendo nella suite, in quel tempo, era al di là della mia juris-my-dick-tion e non volevo intrufolarmici. Patti chiari, amicizia molto lunga.

Non stavo tuttavia tentando di fuggire: una soffiata mi aveva segnalato che per l’evento blogger cittadino qualcuno si stava mettendo in moto per fornire ricchi assaggi e degustazioni a una discreta fetta di ospiti… La cosa si faceva interessante: forse quelli del circuito erano riusciti a raggiungere un paio di dealer coi fiocchi e far sbarcare una rispettosissima quantità di sostanze psicotrope all’interno della manifestazione.

L’immagine mi colpì come un limone fresco in pieno viso: centinaia di campers che danzano ognuno sulla propria melodia mentre gli acidi corrodono ogni filo residuo che li àncora stoicamente alla piatta realtà quotidiana, mentre balene e spugne di mare affollano l’aria multicolore nelle stanze del barcamp.

Va da sé, quindi, che se fossi riuscito a mettere le mani, o le fauci, su cotali prelibatezze lisergiche, mi sarei lasciato andare ad un’accurata recensione corale, assieme alla controparte femminile delle mie avventure, circa la qualità della roba. Battere gli altri sul tempo, sarebbe stato possibile?

Il solito amico pusher pare avesse gli agganci giusti per concludere la trattativa. E io ero pronto a valutare seriamente gli effetti stupefacenti di un’overdose di trofie al pesto.

(Che il sottoscritto, peraltro, preferisce di gran gran lunga alle altrettanto ligustiche trenette…)

Uncategorizeddi Mescaline

Era tornato, dopo avere tolettato lo Squalo a dovere, giusto per dire - bofonchiare - che aveva affari urgenti da sbrigare altrove. Lontano. Tanto lontano da fottersi il mezzo di locomozione. Non che me ne sarei fatta chissà cosa, senza chiavi. E le chiavi le aveva al collo. Simpatico come una manciata di lame per l’esofago.
Ciò non toglie, signori, che questo spazio fosse diventato indiscutibilmente, inappellabilmente, intollerabilmente, mio per un paio di giorni.  

Me I figure as each breath goes by
I only own my mind […]
I know I was born and i know that I’ll die
The in between is mine
I am mine

Ricordo che approfittai immediatamente della ghiotta occasione. Le facilities di cui era dotata la nostra regale stanza erano ben lungi dall’essere state opportunamente testate. Cominciai dalla filo-diffusione. In primis, cercai la fessura che mi desse accesso all’HQ del sistema. Strisciai a palme aperte per mezzo perimetro della stanza, finché non notai, beffarda, la sottile luce pulsante che mi indicava ghignando l’ingresso cercato. Tastai intorno, approssimativa come un’adolescente alle prime armi ingrovigliata in sessioni di petting al buio, nell’ansia svilente di schiacciare il pulsante -invisibile- dell’autodistruzione o quello, ben più doloroso, che avrebbe chiamato, per direttissima, la volante della polizia messa a disposizione dall’hotel per i clienti più facoltosi. Dannazione. Un doppio fruscio, inaspettato, evitò all’ignara fessura lo stupro di lame e coltelli. Aprì le gambe senza fiatare, mi mostrò tutto l’intricato mondo di fili e cavi che la legava alla corrente. Mi fece scegliere, pulsando ammiccante in luci soffuse, come volevo farlo, come volevo usarla per sentire musica, insomma. Le posai addosso, nell’apposito scranno, i miei 30 Gb di bianca perfezione video-acustica. Srotellai avanti, srotellai indietro, staccai le cuffie e feci partire l’On the go.

[…] per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità […]

De Andrè proruppe roco e vibrante come sempre. Lo feci mio, come il resto della stanza, aumentando i decibel. Andai in punta di piedi fino alla Zona bagno. Chiamarlo semplicemente bagno era limitante. Era, piuttosto, il sogno lussurioso dei 5 migliori designer di cessi che io avessi mai potuto immaginare. Ovviamente, la mia amica Filo-diffusione mi seguiva paziente ronzando materna sopra di me.

[…] Shiny, shiny, shiny boots of leather
Whiplash girlchild in the dark
Comes in bells, your servant, don’t forsake him
Strike, dear mistress, and cure his heart
Downy sins of streetlight fancies
Chase the costumes she shall wear
Ermine furs adorn the imperious
Severin, Severin awaits you there  […]

Abbassai le luci, scesi i gradini della vasca smuovendo sbuffi di vapore intorno. Lasciai deliberatamente una scia di vestiti. Era il mio regno per un paio di giorni, non riuscivo a dimenticarmene. Dunque, nel silenzio composto del mio liquido immergermi, raccattai il Martini extra dry e la pila di fogli che mi ero faticosamente trascinata dietro. Sfilai dai capelli la penna rossa. Il muccetto si sciolse. ‘Fanculo‘, pensai, ‘vi bagnerete, ma la penna mi serve.’ Dovevo continuare a lavorare. Nonostante tutto. Il viaggio, la corrente ascendente e gli acidi fin nel midollo. Avevo delle scadenze da rispettare. E correggere i libri altrui è una di quelle cose che più rimandi peggio è. Soprattutto quando cominci a percepire netto il confine che divide lo Scribacchino Illuminato dal Cazzone Caga Inchiostro.

Жил-был на свете Антон Городецкий,
Бросила жена, он грустил не по-детски.
Пришёл к колдунье: "А ну-ка наколдуй мне!"
"Легко, мой хороший, только хлопну в ладоши,
И жена вернётся, от того отвернётся,
И маленькая жизнь внутри неё оборвётся."
Но вдруг налетели на ведьму тени
Привидений, говорят: "Не бывать преступленью"
Ну что же ты, что ты потупила взор?
Сдавайся, ведьма – «Ночной Дозор».

[# He’s gone OST: I Am Mine, Pearl Jam; Smisurata Preghiera, De Andrè; Venus in Furs, Velvet Underground; Ночной Дозор, Уматурман (Night Watch, Umathurman); Transatlanticism, Death Cab for Cutie]

Uncategorizeddi Etere

Il vitto era stato decisamente abbondante, forse un tantinello fuori scala.

Stavo per lasciare la compagna di stanza chiusa in camera a smaltire il suo volatile e la spremuta d’uva: aveva indosso un completo degno di una Jane Fonda annegata nelle nebbie degli acidi e inscenava sparuti esercizi ginnici copiandoli da un canale televisivo provinciale; gli incontri con un tubo catodico le provocavano sin troppo spesso simili vocazioni, trasformandola in un rispettosissimo esempio di spugna da trash.

"Senti ho la testa che esplode, credo che andrò a infilarmi nello Squalo. Anzi, già che ci sono lo porto all’autolavaggio per fargli dare una ripulita… Quel cassone di rifiuti ha lasciato un bel segno, una scia pronta all’uso per i mastini degli sbirri…"

"Ok, fagli fare lo shampoo con lo Chanel, mi raccomando: non badare a spese…" rispose lei, approssimando le sillabe per colpa della sigaretta che ondeggiava stretta tra le labbra, mentre sfidava il Sacro Dio di Nostra Sincope saltando e smaniando a tempo di musica. Un paio di colpi di tosse notevoli confermarono il quadretto idilliaco che si era venuto a creare.

"Tempo sprecato, gesuccristo, se vuoi suicidarti trova un metodo che non comporti smoccolare sudore sulla moquette, ti dispiace?"

Chiusi la porta inseguito da una discreta carriola di insulti e mi diressi verso il garage dell’hotel. Ero lucido, sobrio: i miscugli chimici se ne stavano buoni buoni sulla soglia del livello di guardia, tenendo il mio cervello in ostaggio e minacciando di sopraffarlo se solo avessero sentito la parola "droga".
Ma non ne volevo, non ne avevo bisogno, almeno ora. Il nostro viaggio sembrava fermo più in un banco di sargassi che in una sosta temporanea; la cosa mi inquietava: dovevamo trovare alla svelta e coscientemente uno scopo provvisorio che riempisse l’attesa e tenesse in tensione immaginifiche platee, impegnando il nostro tempo in attività forse totalmente inutili ma quantomeno dotate di un capo e una coda. Anche un’idra, alla peggio, mi sarebbe andata bene comunque.

Dov’era la mia mente? Era solo tra le pareti del mio cranio che risuonavano melanconiche note? O qualche mascherata filodiffusione si prendeva gioco del mio labilissimo stato di coscienza? Quale carogna spregevole - pensai - metterebbe una simile canzone in questo preciso istante?

"…I’m coming out of my cage
And I’ve been doing just fine
Gotta gotta be down
Because I want it all…"

Mentre percorrevo i corridoi solitari, arredati con chic e gusto, al contrario di me, tornavo indietro a quel che eravamo io e Mescaline prima che quella notte finissi per attaccarmi al clacson e facessi rombare via lo Squalo. Ci conoscevamo da diversi anni, ma in realtà eravamo stati due mondi completamente isolati ermeticamente l’uno verso l’altro, con univoca e percepibile, a un occhio attento, malsopportazione dell’altro.

Eravamo stati forzatamente divisi, contrapposti, ignorati… Finché qualche molla è scattata e la situazione si è diametralmente rovesciata, al punto di far salire la linguista dell’Est sulla vettura rossa e abbandonare ogni sentore del nostro passato nel nome di un viaggio sconclusionato e delirante.
Arrivare a fidarsi sino a questi punti di un’altra persona è raro di suo, ma arrivarci in così poco tempo e dopo i reciproci e forti sospetti che avevano tenuto ognuno nel rispettivo fortino yankee, con fucili e mortai puntati contro il dirimpettaio, credo sia un caso sostanzialmente unico, principalmente folle fino al midollo.

Pensieri che mi avrebbero incatenato di un interminabile, inconcludente "what if…?" per tutto il tempo rimanente della giornata, o quantomeno sino a inserire di nuovo la chiave nella toppa della stanza.

Uncategorizeddi Mescaline

L’hotel era immerso in un’esotica radura verdeggiante, un’area vergine, stracarica di selvatica, primordiale, Natura. I due gonzi sembravano vagamente turbati dal nuovo ambiente in cui avevano appena parcheggiato i loro corpi. Mescaline indugiava con lo sguardo su ogni fessura, spiraglio, apertura che potesse inavvertitamente esporre la loro asettica stanza al glorioso mondo Naturale circostante. Etere invece, nel pieno delle sue facoltà artistiche, non riusciva a decidere se ritrarre flora o fauna e zigzagava, appiccicando fogli bianchi ai vetri, come un moscone intrappolato nella stanza, tirando rumorose - goffe - craniate contro la trasparenza di ciò che lo divideva dal resto del mondo.

“Non pensare di aprire la finestra, folle fumettaro!” disse Mescalina scattando in avanti per mettersi tra il suo compare e la maniglia.

“Perchè no? Pensavo di chiedere a quel cipresso lì… laggiù… di fare qualche passo avanti verso di me e la mia arte. Così non riesco a vedere bene il colore delle sue foglie. Dannazione.”

“Quali foglie? I cipressi non hanno foglie. Sono pelosi. Pelo verde. Non vorrai mica disegnare un simile scempio…”

La discussione tra i due novelli botanici fu interrotta dall’arrivo dell’agognato servizio in camera, cosa che li salvò - almeno temporaneamente - dallo sperimentare, rosi dal tarlo della fame chimica insoddisfatta, antiche e ormai tabuizzate tradizioni culinarie.
Fu dunque spinto all’interno della stanza un cigolante carrellino su cui erano state ammassate disordinatamente vettovaglie in dosi massicce.

“Il petto d’anatra al pepe verde e vino rosso d’annata è mio, non pensare di fregartelo, sono talmente lucida che ti affetterei prima. Dì ai tuoi denti di sbavare lontani dal mio tonto volatile.”

“Razza di spocchiosa aristocratica. Io quella merda non la toccherei nemmeno con un manico di scopa. Ti resuscita nello stomaco, bella, e poi passi la notte a domare il suo battere d’ali in te. Quando succederà non voglio essere lucido, cazzo, e nemmeno tu dovresti rischiare…”

“Ne deduco che i dieci cheeseburger con doppio strato, la mezza minerale di importazione francese e la scatola di muesli siano tue. Che razza di alimentazione…”

“Mi tratto bene, prelibatezze e devastazioni in dosi eguali. Bada alla tua anatra, piuttosto.”

Senza distogliere lo sguardo dall’angolo più oscuro della stanza - in cui verosimilmente si annidava un’intera, orrenda, famiglia di temibili ragni - Mescaline spinse con un fianco il carrello del pranzo verso il salottino della loro stanza. Arretrò poi fino a tastare la forma di una sedia, urtandola. Le belve si apprestarono a consumare ferocemente il loro lauto pranzo.

Uncategorizeddi Etere

"OK OK, scrivo!"

Sospirai un nuvolone di fumo argenteo mentre mi chinavo di nuovo sui tasti di Chandler. Ero al lavoro distrattamente su alcune faccende minori, mentre tentavo invano di ritrarre degnamente la mia compare che si aggirava agghindata come una versione distorta e spregiudicata di un pepato Texas Ranger.

I fatti, oltre a noi due: poche ora prima eravamo maldestramente svaccati nel Piccolo Squalo Rosso, senza molta speranza di ottenere un modo per renderci presentabili per la data fatidica: eravamo in un disperato bisogno di vestiti nuovi, una toeletta d’alta classe, accessori nuovi di pacca, un alloggio confortevole, sfacciatamente lussuoso e totalmente in nostro controllo.

L’occasione ghiotta fu merito di Mescaline: mentre passavamo la serata precedente accampati al tavolino di un bar di classe, sputtanando gli ultimi quattrini in costosi cocktail e stuzzichini riscaldati, la linguista scialacquò il suo credito telefonico arrangiando favori, richieste, prestiti e lasciti, finché non chiuse di botto l’ultima conversazione e disse: "Abbiamo tutto!"

E così, poche ore dopo, eravamo serviti e riveriti in uno dei maggiori alberghi della città, a pochi passi da quello che sarebbe stato, tra una decina di giorni, uno dei principali eventi della blogosfera italiana. Non ci mancava nulla: asciugamani bianchi lindi e morbidi, opportunamente farciti di cocaina e altre polveri, sali da bagno psichedelici, paperette di gomma, un servizio in camera degno di questo nome e, soprattutto, una carta di credito giornalistica con fondo a perdere, illimitata, immacolata, peccaminosamente invitante per ogni tipo di sfizio e shopping.

Passammo il primo pomeriggio ad acclimatarci con il luogo, con l’ambiente regale dei nostri alloggi: giravo per i corridoi dell’albergo leggendo e imparando le frasi oculatamente tradottemi dalla compare di viaggio, ripetendole a qualche sparuto turista, preferendo le ricche ereditiere, sperando le mie parole stentate fossero scambiate per romantiche dichiarazioni d’amore di un sedicente slavo.
Niente di tutto ciò accadde, purtroppo per le mie finanze, e credo che la lingua felpata dall’eccessivo consumo di acidi e lo sguardo perennemente alienato che mi caratterizzavano non giocassero a mio favore.

Ma le domande da fare restavano, e nemmeno la musica assordante che rombava fuori dalla porta della stanza riusciva a coprirle, nella mia testa.
Avevamo temporaneamente vinto alla lotteria, l’importante era riuscire a restare professionali anche di fronte a simili tentazioni. Avevamo dei limiti, li avremmo rispettati.

Uncategorizeddi Mescaline

“Bah, che tu lo dica in serbo o in croato cambia poco. Un tempo era un’unica lingua…”

Mescaline si girò su un fianco, ciondolò semi cosciente, in sequenza aprì e chiuse gli occhi un paio di volte, mise finalmente a fuoco.

“Certo, chiaro che se tu scrivessi la stessa frase in serbo e in croato la differenza sarebbe catastrofica. Cirillico vs. latino, questo è il dilemma. Come dire Vodka o vino. Son problemi. Puoi sempre traslitterare e rendere i due alfab…”

Etere la osservava allibito attraverso il parabrezza, ringraziando mentalmente per l’esistenza di una qualche barriera tangibile tra sé e quel bizzarro esempio umano che stava dall’altra parte, troppo strano per vivere, troppo raro per morire.

Mescaline si era fermata a metà frase ancora non del tutto sicura dell’avvenuto passaggio mondo onirico - mondo reale. Rovistò nel suo scatolone senza nemmeno girarsi, semplicemente lasciando che l’arto intorpidito smanettasse cieco tra i contorni, le forme e le propaggini del misterioso mondo alle sue spalle. La mano riemerse tronfia e carica di uno spesso tomo verdone.

“Luce, mi serve la luce”

Etere strisciò sul parabrezza, rotolò sul muso dello Squalo e atterrò con un tonfo sordo sull’asfalto, perfettamente in piedi, giusto in tempo per vedere che qualcuno, dentro la macchina, aveva rintracciato una candela votiva e l’aveva accesa.

“L’uomo santo!”
“Lui sì che ci darà la luce che ci serve, dannazione!”

Mescaline inclinò il malcapitato candelotto di santità sul cruscotto, lasciò colare la cera e lo fissò su uno dei mille “off the pigs” rimasti.

Etere prese posto, ancora sconvolto dal repentino e inaspettato risveglio della collega

“Cazzo, credevo dormissi.”
“Io? Mai. Io sonnecchio. Comunque, in questa merda di dizionario, non c’è Blogger. Il resto della frase è ovvia. Ma con Blogger abbiamo un problema. Dici che è un segno?”

Detto questo scribacchiò sull’ultimo scontrino dell’alimentari un paio di frasi in alfabeti noti e ignoti, lo porse ad Etere bofonchiando:

“Questo vedi di non fumartelo.” ***

Soffiò sulla candela, tirò dietro di sé il dizionario e si appallottolò sul sedile riassopendosi nel tempo di un battito di colibrì.

“Mescaline?”
“Hmmm… the Sims….”
“Cosa?”
“Challenge everything…”

 

*** Siamo riusciti ad entrare in possesso di detto scontrino che recita, testualmente:

"Per tua comodità scrivo la versione traslitterata. Dubito riusciresti a leggere il cirillico, nemmeno sotto acido.
Serbo: Mesar koji pise poezije definise se kao pesnik.
Drzavni sluzbenik koji ima blog definise se kao bloger.

Croato: Mesar koji pise poezije definise se kao pjesnik.
Drzavni cinovnik koji posjeduje blog definise se blogger."

Uncategorizeddi Etere

Le tre e quarantacinque del mattino di un sabato indecente. Indecente per il caldo, indecente per la sete, per l’aria opaca, i sentori salmastri.
Non riuscivo a dormire e me ne stavo mollemente sdraiato contro il parabrezza dello Squalo, lasciando la linguista acciambellata placida sul sedile; le sue dita della mano destra appoggiate alla portiera, senza tensione alcuna, tamburellavano reminiscenze di lezioni di pianoforte su melodie tutte sue e indecifrabili.
La vettura, dormiente anch’essa, era adagiata senza pretese sulla rampa di un autosilo in disuso, con le sterpaglie marroncine e secche che sbucavano tra le fessure e le crepe del prefabbricato, il ributtante ratto di cemento, un lustro passato a testimoniare la bruttura di un capriccio dell’urbanizzazione.

Ma cosa seguivamo, ancora? Riguardavo il bigliettino smozzicato, spiegazzato, vissuto e pensavo a quell’incontro che ci attendeva. Era lì che lo avremmo pescato, tra gli sguardi e le parole di un centinaio di persone: il Sogno della Blogosfera.
Blogger, si definiscono.

Un macellaio che fa il poeta si definisce macellaio.
Un impiegato statale che ha un blog si definisce blogger.

Questa la volevo chiedere, me la sarei tenuta in serbo. O in croato. ‘Fanculo, che battuta di merda…
Mi appoggiai più convinto al vetro, spostai un po’ le gambe nella grande pace silenziosa di una città stranamente muta. Stavo bene, e senza droghe.
Avrei dovuto preoccuparmi?

Uncategorizeddi Etere

"Merda merda merda santissima!"
Lo Squalo volava sulle sue pinne gommate, girando attorno alla città nelle vie periferiche, patronato di immondizia, rifiuti umani e violenza repressa.
Urlavo dentro la mia testa mentre le sirene rombavano in lontananza: i muri avevano orecchie e qualcuno aveva fiutato il nostro arrivo come una cassa di pesce marcio in un pret-à-porter.

"Svolta qui, a sinistra! A sinistra!"
"Sempre a sinistra, non c’è bisogno che me lo ricordi!"
Ci avevano in pugno. Qualche bastardo aveva passato informazioni vitali su di noi agli sbirri, che non avevano perso tempo a sciogliere le catene e mollare le faine sulla nostra scia. Ci volevano a tutti i costi.
Merda, siamo solo due innocenti fattoni, con un sovreccitato spirito d’osservazione. Non abbiamo fatto niente, cazzo!

"Guarda qui, checcristo, hanno anche due nostre foto segnaletiche ora!"
"Almeno tu sei fotogenica, vacca rana, t’è andata bene"

In effetti campeggiavamo spavaldi e ben identificabili, beccati da un paio di fotocamere dell’ultimo alimentari visitato. Etere e Mescaline, signori, per voi.
Un bell’inchino, per favore.
Molto gentili.

Ma prima di occuparci della questione, e poter continuare a respirare all’aria aperta e non dietro alle sbarre di un centro di recupero per calissani incalliti, dovevamo mollare indietro gli inseguitori.
Forse era ora di cambiare strategia, svoltare stoicamente a sinistra ci stava rendendo leggermente prevedibili. Ma, si sa, al cuor non si comanda.

"Backdoor Beauty?" feci io, sbirciando le foto della compare su cui campeggiava la scritta incriminata.
"Cazzo vuoi, è il nome di un cavallo… Sempre a pensar male"

Distrarsi è un’abitudine salutare, aiuta a lasciar svagare la mente. Meno salutare se state zigzagando tra viottoli e sottopassi a bordo di una utilitaria scappottata, sballottata tra le buche viscide di periferia a qualcosa come ottanta o ottantasei all’ora, marci di LSD.
Difatti, come volevasi dimostrare, interrogarsi assieme all’universo su "Backdoor Beauty" portò un solo, inevitabile risultato: lo Squalo urtò alcune casse e diversi bidoni mentre viravamo in una piazzola, si inclinò su un fianco e finì immerso in un container di rifiuti abbandonato nella zona, avvolto in men che non si dica dai flutti puzzolenti e appiccicosi.

Non fu una fine in gloria, per il momento, ma aiutò a sentir le sirene strisciarci alle spalle e allontanarsi all’orizzonte.
Sporchi, schedati, perlomeno liberi.

Uncategorizeddi Etere

Qualunque fosse il piano iniziale, non fu seguito.
L’idea era così terribilmente semplice da risultare intuitiva per qualunque essere umano avesse superato i quattro anni di età. Il problema correlato, la variabile non conteggiata nell’equazione, erano le droghe: folletti bastardi per i quali è quasi impossibile sminuire l’astinenza, difficile far crescere resistenza.
Insomma, la situazione era questa: lo Squalo Rosso era stato piazzato con anarchica sicurezza al centro del parcheggio di un alimentari della zona, pochi chilometri lontano dal nostro obiettivo; anarchica era stata anche la spesa, per quanto oculatissima nel prezzo: uscimmo con uno scatolone nuovo di zecca, bianchissimo, elegante, il cui contenuto poteva essere più o meno riassunto in sei etti di marshmallow, tre noci di cocco fuori stagione, tabasco a volontà e una mezza dozzina di birre chiare.
Era tutto quello che ci sarebbe servito per sopravvivere, gli altri si sarebbero adattati al Gonzo Style.

Ad attenderci, in uno sperduto motel stracarico di posti letto, eretto ai bordi di un campagnolo cimitero, c’erano i nostri commensali: Redpill, Kurai e Radiowaves. Non sembrarono entusiasti della spesa fatta per una grigliata a nostro dire eccellente, così il primo giorno non poté che concludersi con un ingrato ritorno al negozio di alimentari visitato poche ore prima.
Il secondo tentativo di mettere in piedi un barbecue, il giorno seguente, ebbe più successo: riuscendo ad evitare che un’enorme lingua di fuoco polverizzasse me e Mescaline in un’unica vampata alcolica, mettemmo a cuocere salsicce e altri tipi di carne che non avrei riconosciuto mai, ed ero lucido. Associare nomi e sezioni bovine non è mai stato il mio forte, e anche in questo caso confermai il mio trend.

La fame chimica, una volta a tavola, si fece sentire presto: mentre si chiacchierava del più e del meno, sconfinando spesso nell’hi-tech, che per noi risiede ad anni luce di distanza dal nostro modus vivendi, l’articolazione di domande che non sembrassero totalmente idiote o perfettamente fuori luogo raggiunse gradi di difficoltà olimpici…
Ma la crisi vera e propria sopraggiunse prima del previsto: eravamo pronti a dialogare sul mondo della blogosfera, eravamo preparati, ma avevamo anche giustamente tenuto conto della nostra tendenza bohemienne all’autodistruzione chimica: avevamo così premeditatamente invitato anche il nostro pusher d’emergenza, notando all’area di sosta quanto pericolosamente fosse sceso il livello minimo di polveri e pasticche nella nostra vettura… Il Gonzo compare, tuttavia, stava ultimando i suoi lavori in posti di potere e persuasione ed era in ritardo. Gran brutta storia.

Mescaline e le sue orbite oculari schizzarono da una parte all’altra della stanza, mentre io invano, da sotto la camicia, tentavo di tirare su gli ultimi rimasugli della mia omonima benedizione. Le unghie stridevano sulla tovaglia, le parole si accumulavano in coda all’ingresso dei padiglioni auricolari, impossibile orientarsi con chiarezza, assurdo pensare di mantenere un livello umano alla conversazione.
Quando i rinforzi arrivarono fummo loro addosso, e senza troppi complimenti lasciammo che ampie folate di tabacco e altri intrugli violassero le barriere polmonari. La confusione iniziava a svanire, e quello che ricordo è una data, sul finire di aprile, nella grande città, nella grande madame del bordello adagiata a gambe aperte sulle millenarie e umide lenzuola verdeacqua.

Mi ricorderei qualcosa di più, se non avessi deciso di succhiare il memorandum per l’Evento, pensando fosse intriso di acidi.
Dovevo esser davvero più sfondato del solito…

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

"Facciamo una sosta!" Etere bofonchiò misurandosi in un notevole esercizio di articolazione fonatoria labbra-denti-sigaretta.
"Non possiamo fermarci qui. Ci sono i pipistrelli…" Mescalina sembrava realmente preoccupata da questa (im)probabile eventualità e scrutava il cielo in attesa che il presagio alato le planasse sul naso.
"Stronzate! quelli li abbiamo seminati un paio di miglia fa, appena la morsa degli acidi ci ha mollato in balia di noi stessi."
"Ah già, dimenticavo…"

Etere curvò bruscamente infilandosi nella prima piazzola di sosta che il muso griffato dello Squalo riuscì a trovare. Indugiò appena, sballonzolando pericolosamente i due inquilini dell’abitacolo, ma non mollò l’asfalto nemmeno per un attimo. Stridio di gomme, artista e linguista ridotti per un paio di secondi a uno stato di poco superiore alla gelatina, mentre il bolide wannabe terminava la corsa disordinatamente, in un tonitruante quanto polveroso ceffone ruota-ghiaia.

"Non stai gareggiando nella Mint-400. Cazzo! Ho il frappé alla fragola fin sul mascara."
"Quando la smetterai di ingurgitare liquidi mentre guido? Quante volte devo dirti che lo Squalo non è, ripeto NON è, il tuo ristorante semovente? E ora come domeremo l’assalto delle formiche urlanti? Ci hai pensato? Dannazione che casino fucsia ovunque. Sicura fossero fragole?"
Mescalina abbassò il parasole, sorrise appena nel leggere un glorioso, rinsecchito "Fottiporci!" scartavetrato sullo specchietto prima di staccarlo ed estrarre, dal vano sottostante, la razione d’emergenza di Tim Leary’s tickets, rigorosamente monodose.
"E questa va per lo scopo ultimo."
"Per cosa…?"
"Per mettere a posto questo casino, no?"

Effettivamente la situazione era degenerata col tempo. In origine era l’entropia, ma era un disordine organizzato, monitorato e perseguibile. Poi fu il macello, un gran caos generale: cedri dappertutto, pile di libri ammassate sopra a casse di saponette semifuse e cianfrusaglie di ogni tipo affastellate ovunque la gravità permettesse loro di vegetare. Era necessario un repulisti, uno serio. Anche perché i cedri cominciavano a dare segni di cedimento… vistoso cedimento. Un imbarazzante tanfo di cose morte aleggiava sopra di loro ma, per quanto Mescalina tentasse di coprire quel puzzo orrendo spruzzando interi campioncini di profumo, ogni sforzo si era dimostrato vano.

I due scesero dallo Squalo. Etere si dimenò con le mani in tasca, quindi terminò trionfalmente la ricerca estraendo la sua ultima fialetta di Popper.
"Perfetto, ultimo round, Leary vs Popper"
"Tranquillo, ti lascio la fiala… Per quanto mi riguarda, ho già staccato il mio biglietto, adesso mi serve solo un suono ascendente… Attacca la radio, magari è il nostro giorno fortunato!"

Svirgolando sui vari interruttori e le manopole dell’autoradio, White Rabbit proruppe indomita dagli altoparlanti dell’impianto e il rito purificatore entrò nel vivo.
Etere abbrancò i tappetini pelosi e li agitò scompostamente verso il cielo, invitando il Gigantesco Battipanni a farsi vivo sulla scena. Nugoli di polvere si aggiunsero all’enorme sabbiera desertica in cui i due Gonzo erano finiti. Mescalina aristocraticamente tossì appena, mentre stoica affondava le mani nel cimitero dei cedri, lanciando agrumi marci alle sue spalle con consumata nonchalance; c’era di che ammirarla.

Furono metodici in questo. Svuotarono completamente lo Squalo. Era di nuovo intonso come il giorno in cui Etere l’aveva domato per la prima volta. Catalogarono sulla sabbia i loro possedimenti. La selezione fu dura e inappellabile, Darwin avrebbe avuto da imparare.

"Secondo me ci sta osservando."
"Chi?"
"Darwin!"
"Chi ha mai parlato di Darwin?"
"Non sei stato tu? Dannazione… La voce è tornata!"
"Merda, non mi ero accorto fossi afona…"
"Idiota. Lascia stare, sniffa meno polvere la prossima volta… Mi sa che ha narcotizzato gli ultimi quattro neuroni che giocavano a poker nel tuo cranio."

Stavo dicendo, il ripieno disorganizzato ed anarchico dello Squalo fu vomitato sulla ghiaia e i due, non senza una certa tristezza feticista, abbandonarono i caduti accanto al cactus più spinoso della radura. Sbrigata questa dolorosa formalità, tornarono a bordo dello Squalo con le rispettive casse di cartone rattoppate e riorganizzate.

"Accendi il tergicristallo."
"Cosa?"
"Spruzza il maledetto mix di acqua e detersivo sul vetro dello Squalo!"
"Perché no…"

Etere non capiva. Pochi avrebbero potuto capire. Ciò nonostante, pensando Mescalina volesse dare l’ultima lucidata al parabrezza, la assecondò facendo partire gli zampilli. La compare estrasse dal taschino della giacca uno spazzolino lilla e, quasi fosse il gesto più naturale possibile, lo avvicinò ai getti dello Squalo. Etere osservava inebetito Mescalina mentre questa, in totale flemmatico disinteresse, si aggirava sputazzando schiuma bianca ed esibendosi in virtuosi gargarismi.

"Stai veramente lavandoti i denti così?"
"Cofsa? -sput- ho qwasi fatto."
"Non posso crederci! Tu sei veramente scoppiata…"
"Ok, pronta, molliamo gli ormeggi."
"Direzione?"
"Il primo alimentari che trovi. Abbiamo un meeting con le alte sfere della società dei Blog. Perchè pensi mi sarei lavata i denti se no? Per sorridere a te, forse? Maddai…"

Uncategorizeddi Etere

 
"Questo paese sta andando allo sfascio, bello, te lo garantisco"
Il chopper sotto il mio sedere brontolava sordo mentre mi accostavo al punto dove avevo lasciato il Piccolo Squalo Rosso. E, madrediddio, era ancora là.
Gli scatoloni erano stati scartabellati da poco, la roba vomitata in giro per i sedili posteriori: lattine, scartoffie, penne, scatole di cereali… Il tutto gridava anarchia, senza freni.

"Cristo lo sapevo, le è preso un maledetto attacco…"

"Per la puttana amico, quest’affare è tuo?"
La voce del passeggero a cui stavo dando uno strappo mi riportò con i piedi per terra. Il mio autostoppista era un fottuto genio: mi aveva raccontato che era un tizio molto famoso, una Rockstar coi controcazzi. Lo avevo beccato nella neve, perso a seguire la sorella gemella della madonna e la sua guardia pretoriana, e lo convinsi a tornare alla civiltà con me, sul chopper trafugato. Lui accettò. Sparse il contenuto di una curiosa scatola, una polvere scura, di certo non cocaina, almeno non pura, sull’asfalto e si fece una tirata coi fiocchi. Merda, era un professionista. Solo a metà tragitto, comunque, venni a sapere di cosa si trattasse.
Ma a parte ciò, torniamo a noi…

"Sì, anche se quando l’ho lasciato qui aveva meno scritte che lo decorassero, negli scatoloni non era scoppiata una rivolta komehinista e, soprattutto, c’era una maledetta linguista junkie addormentata sul sedile del passeggero…"

In effetti era quella la mancanza più evidente.
Scrutai in giro, la striscia di asfalto tremolava al sole senza dare il minimo indizio su dove si potesse esser cacciata Mescaline.

"Maledizione!" urlai.
Non che quell’anima in pena non avesse diritto ad essere incazzata, me lo immaginavo, ma credevo mi avrebbe aspettato per sentire le novità che avevo portato con me…Temo abbia travisato qualcosa, esattamente qualche ingranaggio del mio ragionamento doveva esser saltato fuori posto e averle fatto pensare che io mi trovassi in visita di piacere, su tra i monti. Merda, è stato un calvario, altro che gita.
Ma non potevo portare con me lo Squalo, così come non potevo lasciarlo incustodito; quindi, ‘fanculo, delle due l’una, mi son detto.
Alzai lo sguardo verso l’orizzonte desertico e, per l’amor del cielo, era là!

Stava puntando spedita verso di noi, a gran passi, la sua sagoma si definiva metro dopo metro nell’afa del paesaggio. Non sembrava contenta.
Fu alla macchina in men che non si dica, lo sguardo incazzato come una iena, sotto gli occhiali da sole.

"Err… Bel piumaggio! Fai bene a tenerlo su, ripara dal sole e ti farà fraternizzare con gli autoctoni…" mi parve la cosa migliore da dire, il suo copricapo pellerossa se ne stava ritto come una collezione di punte di lancia, tutte colorate: una cacofonia psichedelica di piume sintetiche.

"Vaffanculo. No, VAFFANCULO. Ecco, vai a fare in culo, maledetto stronzo che mi hai mollata qui nel nulla, vedi di rigirare quel troiaio a due ruote e sparire dalla mia vista in men che non si dica".

Credo fosse più seria del previsto. Ma, in fondo, era tornata appena mi aveva visto cavalcare il gingillo lungo la statale, non poteva esser così grave. Mi lesse nella mente, credo, visto che se ne uscì con un…
"Se sono tornata indietro è solo perché non ho intenzione di portare con me anche un solo fottuto briciolo di qualcosa che mi ricordi la tua faccia da scemo" dicendo queste parole mi indicò con scazzo lo sbrindellato fagotto a righe bianche e nere, strappato, sporcato, bucato, liso, devastato e carico di libri. Ci misi un po’, ma poi me ne accorsi.

"Il… Il mio…"

"Sì, bello, ci hai fatto la laurea con questa porcata a righe bianche e nere, ricordi? Bene. Eccoti il benservito per avermi scaricata in mezzo alla ridente cittadina di un-cazzo-di-niente, te lo meriti. Anzi, è stato un piacere!"

Discutemmo ancora per qualche minuto, in realtà strizzai i pugni ripetutamente e con misurata rabbia per non esplodere in un florilegio di insulti che mi sarebbero costati molto più che un maglione. Un gran bel maglione, dannazione, maledetta stronza permalosa!

"Sì, come lo Squalo, hai visto? Non sei contento di avermelo lasciato in custodia, il tuo preziosissimo ferrovecchio?"
"Beh, a dire il vero… Mi piace di più così" Lo dissi credo in un modo simile a un astronauta che avesse appena visto passare Miss Maggio ‘82 fuori dal suo scafandro, in piena passeggiata spaziale.

"…Come?" poté solo che dire lei, presa più che alla sprovvista.
"Sì, dai, mi piace, è più… casual, è segno che abbiamo sfondato le inutili e burocratiche barriere del foglio di carta e ora le parole si sono riversate in tutto il loro rossore sull’intero abitacolo. Ha un che di artistico, non trovi?"
Il mio hitchhiker annuì, ma la sua testa vagava per altri lidi.

"Anzi, guarda, questa qui sulla fiancata diventerà il nostro motto, mi piace. Ci sta pure bene, guarda, me la incornicio pure!" E in effetti me ne stavo più che convincendo, anche se nel tempo di rendermene conto avevo già estratto un coltellino da scout e inciso una bella cornicetta attorno alle parole "OFFTHEPIGS" incastonate sul fianco dello Squalo ferito.
Il mio passeggero bofonchiava qualche nota di una canzone famosa, mentre in preda a qualche deviata crisi di iperattività iniziava a rimontare le ruote allo Squalo.
Mescaline mi guardava incredula.

"Quindi, fammi capire, dopo avermi riarredato la macchina, la nostra macchina, ora vuoi farti una scampagnata a piedi tra serpenti a sonagli, scorpioni e manguste?"
Non gradì il mio commento e ripiombò nel suo stato di bile strabordante; cacciò a terra il lembo del fagotto con cui si trascinava in giro i volumi di linguistica e si rollò una canna, con aria indispettita. Quindi, senza proferir parola, si sedette sul cofano a gambe incrociate e se la accese.

Restammo ulteriori minuti nel silenzio più totale, storpiato solo dal continuo canticchiare beone della rockstar rifugiata, che, peraltro, senza troppi complimenti stava prendendo posto alla guida del chopper.
Mescaline se ne stava lì, sul cofano, dandomi le spalle con il massimo sdegno possibile. Rivoli di fumo denso apparivano ad ogni sfumazzata e io non potevo che tentare di interpretarli in qualche modo, senza troppo successo.

Per quanto tempo saremmo rimasti lì, impalati, incazzati, svogliati, amareggiati?

Un click whirrr! stridente colpì la nostra attenzione: lo sniffer di ceneri paterne doveva aver trovato una Polaroid nelle tascone della moto e si era dilettato nel fotografarci. Osservò la carta svilupparsi al sole, quindi sorrise con un sorriso di cartacrespa e mi lanciò la foto, strizzandomi l’occhio; così come era apparso se ne andò, fregandosi pure il galvanitico bolide a due ruote…

Mescaline vinse il suo orgoglio, forse intenerita dagli effetti dell’erba, forse uccisa dal suo esser una gatta curiosa, e si arrampicò a quattro zampe oltre il parabrezza per vedere il regalo del misterioso ominide. La carta era vecchia e ingiallita, la foto stava assumendo tinte seppia.

Eravamo noi, per la prima volta, in quella foto, ci riconoscevamo davvero.
La guardammo per diversi attimi, in un silenzio a metà tra l’imbarazzato e il religioso. Quindi sbottai in una risata soffocata e aggiunsi serenamente:

"Sai, se un giorno ci venisse la malsana idea di aprire un blog sulle nostre disavventure, io questa la metterei come header…"
"Un blog? E chi cazzo cagherebbe mai due scoglionati come noi?"
"Eh, chissà… Per il momento piantiamola di fare le teste di cazzo, coraggio! Siamo professionisti, te lo sei scordato? Rimettiamoci in marcia, dai."

Avviai il motore, rientrai in carreggiata, e tornammo in viaggio. L’avevamo svangata.

Uncategorizeddi Mescaline

Mescalina lo scrisse a chiare lettere sulla sua moleskine. Ma non le sembrava abbastanza. Prese il rossetto dalla borsa che aveva scaraventato sul sedile
del guidatore e cominciò a impestare ogni superficie liscia a sua disposizione. Vergò ancora

FOTTIPORCI!

di un bel rosso dior che faceva perfetto match con il serico manto dello Squalo e con la mezza dozzina di capsule che aveva ingollato.

OFFTHEPIGS

Era sullo specchietto retrovisore, sui due laterali, sui finestrini… ma, ancora, non era sufficiente. afferrò le chiavi “ti ho lasciato le chiavi, cosa vuoi di più…” “nulla, razza di insana creatura, mi farò bastare le chiavi.” Mescalina brontolava ad alta voce. Sembrava una caffettiera sul punto di schizzare macchie roventi su ogni superficie di un immacolato angolo cottura. Spostò la barricata di libri che la circondava. Sparse tomi ovunque. Stampe di bizzarri alfabeti ricoprivano interamente il cruscotto. Scese dallo Squalo. Qualche passo in avanti. Una sommaria visione d’insieme. Effettivamente mancavano due ruote.

“tu le hai viste?”
Il cactus non rispose.
“che fai, mi ignori?”
Il cactus non si mosse.

Le chiavi scintillavano. Mescalina pregustò lo stridio fastidioso. L’urlo metallico dello Squalo ferito.

“non prendertela con me. quel maledetto artista ti rattopperà in qualche modo. è colpa sua, dannazione. non deve permettersi di lasciare me senza di te, e te senza ruote. ti pare?”

Il tergicristallo si accasciò da un lato, chiaro segno di rassegnazione da parte dello Squalo, e Mescalina, in un attimo, scarabocchiò - incise - un asimmetrico quanto improvvisato, colossale, doloroso “OFF THE PIGS” sul muso della bestia. Si fermò, inchiodò nella poltiglia informe che costituiva lo sterrato su cui il geniale collega li aveva lasciati ad arrostire. Una nuvoletta polverosa intorpidì il candore delle scarpe da tennis bianche.
Arretrò di qualche passo. Spalancò la portiera, rovistò nello scatolone di Etere, scomparve quasi interamente nelle sue cianfrusaglie, rimaneva allo scoperto dai fianchi in giù, completamente incastrata tra i due sedili davanti, protesa nello spasmodico tentativo di trovare…

“eccolo”

…il maglione preferito del compare. Deliziose righe orizzontali nere e bianche. Molto burtoniano come stile. Mescalina lo stese sul sedile del guidatore, lo farcì di tomi scelti in modo assolutamente casuale, annodò le maniche tra loro e, scivolata di nuovo sullo sterrato, prese a camminare verso il nulla. All’orizzonte si stagliava così una figura minuta. I suoi contorni baluginavano sotto al sole cocente e sembravano mischiarsi a tratti con i lineamenti secchi del panorama. Si trascinava dietro un fagotto bicromatico stando ben attenta che questo incontrasse sul suo percorso ogni tipo di fastidioso ostacolo: sassi, rovi, massi, piccoli cactus…

“il fardello della conoscenza. non sia mai detto che non lo divido fraternamente con chi va a sciare e mi lascia ad arrostire senza ruote.”