Le tre e quarantacinque del mattino di un sabato indecente. Indecente per il caldo, indecente per la sete, per l’aria opaca, i sentori salmastri.
Non riuscivo a dormire e me ne stavo mollemente sdraiato contro il parabrezza dello Squalo, lasciando la linguista acciambellata placida sul sedile; le sue dita della mano destra appoggiate alla portiera, senza tensione alcuna, tamburellavano reminiscenze di lezioni di pianoforte su melodie tutte sue e indecifrabili.
La vettura, dormiente anch’essa, era adagiata senza pretese sulla rampa di un autosilo in disuso, con le sterpaglie marroncine e secche che sbucavano tra le fessure e le crepe del prefabbricato, il ributtante ratto di cemento, un lustro passato a testimoniare la bruttura di un capriccio dell’urbanizzazione.

Ma cosa seguivamo, ancora? Riguardavo il bigliettino smozzicato, spiegazzato, vissuto e pensavo a quell’incontro che ci attendeva. Era lì che lo avremmo pescato, tra gli sguardi e le parole di un centinaio di persone: il Sogno della Blogosfera.
Blogger, si definiscono.

Un macellaio che fa il poeta si definisce macellaio.
Un impiegato statale che ha un blog si definisce blogger.

Questa la volevo chiedere, me la sarei tenuta in serbo. O in croato. ‘Fanculo, che battuta di merda…
Mi appoggiai più convinto al vetro, spostai un po’ le gambe nella grande pace silenziosa di una città stranamente muta. Stavo bene, e senza droghe.
Avrei dovuto preoccuparmi?