"OK OK, scrivo!"

Sospirai un nuvolone di fumo argenteo mentre mi chinavo di nuovo sui tasti di Chandler. Ero al lavoro distrattamente su alcune faccende minori, mentre tentavo invano di ritrarre degnamente la mia compare che si aggirava agghindata come una versione distorta e spregiudicata di un pepato Texas Ranger.

I fatti, oltre a noi due: poche ora prima eravamo maldestramente svaccati nel Piccolo Squalo Rosso, senza molta speranza di ottenere un modo per renderci presentabili per la data fatidica: eravamo in un disperato bisogno di vestiti nuovi, una toeletta d’alta classe, accessori nuovi di pacca, un alloggio confortevole, sfacciatamente lussuoso e totalmente in nostro controllo.

L’occasione ghiotta fu merito di Mescaline: mentre passavamo la serata precedente accampati al tavolino di un bar di classe, sputtanando gli ultimi quattrini in costosi cocktail e stuzzichini riscaldati, la linguista scialacquò il suo credito telefonico arrangiando favori, richieste, prestiti e lasciti, finché non chiuse di botto l’ultima conversazione e disse: "Abbiamo tutto!"

E così, poche ore dopo, eravamo serviti e riveriti in uno dei maggiori alberghi della città, a pochi passi da quello che sarebbe stato, tra una decina di giorni, uno dei principali eventi della blogosfera italiana. Non ci mancava nulla: asciugamani bianchi lindi e morbidi, opportunamente farciti di cocaina e altre polveri, sali da bagno psichedelici, paperette di gomma, un servizio in camera degno di questo nome e, soprattutto, una carta di credito giornalistica con fondo a perdere, illimitata, immacolata, peccaminosamente invitante per ogni tipo di sfizio e shopping.

Passammo il primo pomeriggio ad acclimatarci con il luogo, con l’ambiente regale dei nostri alloggi: giravo per i corridoi dell’albergo leggendo e imparando le frasi oculatamente tradottemi dalla compare di viaggio, ripetendole a qualche sparuto turista, preferendo le ricche ereditiere, sperando le mie parole stentate fossero scambiate per romantiche dichiarazioni d’amore di un sedicente slavo.
Niente di tutto ciò accadde, purtroppo per le mie finanze, e credo che la lingua felpata dall’eccessivo consumo di acidi e lo sguardo perennemente alienato che mi caratterizzavano non giocassero a mio favore.

Ma le domande da fare restavano, e nemmeno la musica assordante che rombava fuori dalla porta della stanza riusciva a coprirle, nella mia testa.
Avevamo temporaneamente vinto alla lotteria, l’importante era riuscire a restare professionali anche di fronte a simili tentazioni. Avevamo dei limiti, li avremmo rispettati.