Il vitto era stato decisamente abbondante, forse un tantinello fuori scala.

Stavo per lasciare la compagna di stanza chiusa in camera a smaltire il suo volatile e la spremuta d’uva: aveva indosso un completo degno di una Jane Fonda annegata nelle nebbie degli acidi e inscenava sparuti esercizi ginnici copiandoli da un canale televisivo provinciale; gli incontri con un tubo catodico le provocavano sin troppo spesso simili vocazioni, trasformandola in un rispettosissimo esempio di spugna da trash.

"Senti ho la testa che esplode, credo che andrò a infilarmi nello Squalo. Anzi, già che ci sono lo porto all’autolavaggio per fargli dare una ripulita… Quel cassone di rifiuti ha lasciato un bel segno, una scia pronta all’uso per i mastini degli sbirri…"

"Ok, fagli fare lo shampoo con lo Chanel, mi raccomando: non badare a spese…" rispose lei, approssimando le sillabe per colpa della sigaretta che ondeggiava stretta tra le labbra, mentre sfidava il Sacro Dio di Nostra Sincope saltando e smaniando a tempo di musica. Un paio di colpi di tosse notevoli confermarono il quadretto idilliaco che si era venuto a creare.

"Tempo sprecato, gesuccristo, se vuoi suicidarti trova un metodo che non comporti smoccolare sudore sulla moquette, ti dispiace?"

Chiusi la porta inseguito da una discreta carriola di insulti e mi diressi verso il garage dell’hotel. Ero lucido, sobrio: i miscugli chimici se ne stavano buoni buoni sulla soglia del livello di guardia, tenendo il mio cervello in ostaggio e minacciando di sopraffarlo se solo avessero sentito la parola "droga".
Ma non ne volevo, non ne avevo bisogno, almeno ora. Il nostro viaggio sembrava fermo più in un banco di sargassi che in una sosta temporanea; la cosa mi inquietava: dovevamo trovare alla svelta e coscientemente uno scopo provvisorio che riempisse l’attesa e tenesse in tensione immaginifiche platee, impegnando il nostro tempo in attività forse totalmente inutili ma quantomeno dotate di un capo e una coda. Anche un’idra, alla peggio, mi sarebbe andata bene comunque.

Dov’era la mia mente? Era solo tra le pareti del mio cranio che risuonavano melanconiche note? O qualche mascherata filodiffusione si prendeva gioco del mio labilissimo stato di coscienza? Quale carogna spregevole - pensai - metterebbe una simile canzone in questo preciso istante?

"…I’m coming out of my cage
And I’ve been doing just fine
Gotta gotta be down
Because I want it all…"

Mentre percorrevo i corridoi solitari, arredati con chic e gusto, al contrario di me, tornavo indietro a quel che eravamo io e Mescaline prima che quella notte finissi per attaccarmi al clacson e facessi rombare via lo Squalo. Ci conoscevamo da diversi anni, ma in realtà eravamo stati due mondi completamente isolati ermeticamente l’uno verso l’altro, con univoca e percepibile, a un occhio attento, malsopportazione dell’altro.

Eravamo stati forzatamente divisi, contrapposti, ignorati… Finché qualche molla è scattata e la situazione si è diametralmente rovesciata, al punto di far salire la linguista dell’Est sulla vettura rossa e abbandonare ogni sentore del nostro passato nel nome di un viaggio sconclusionato e delirante.
Arrivare a fidarsi sino a questi punti di un’altra persona è raro di suo, ma arrivarci in così poco tempo e dopo i reciproci e forti sospetti che avevano tenuto ognuno nel rispettivo fortino yankee, con fucili e mortai puntati contro il dirimpettaio, credo sia un caso sostanzialmente unico, principalmente folle fino al midollo.

Pensieri che mi avrebbero incatenato di un interminabile, inconcludente "what if…?" per tutto il tempo rimanente della giornata, o quantomeno sino a inserire di nuovo la chiave nella toppa della stanza.