Mi svegliai nel parco dell’albergo. Sunday Morning nelle orecchie. Sparata a volumi apocalittici. Escludendo che la FiloDiffusione fosse in grado di seguirmi e amarmi nel raggio di km dalla mia suite, cercai di tastare le orecchie in cerca di augurabili auricolari. C’erano. Non ero del tutto scoppiata, dunque, né Dio aveva scelto di eseguire, ancora, il numero da circo ‘musica dal cielo’. Ricordai, in un guizzo impazzito di sinapsi in corto, di aver giocato a Black & White. E il numero ‘mano di Dio che fa rotolare le cose in giro’ mi era sempre piaciuto particolarmente. Pensai “prenditi cura di me, perché mi avrai sulla coscienza, dannatissimo RPG!” Rotolai su un fianco. Prato. Punzecchiava ogni cm scoperto di me. Cercai di mettere a fuoco. Che mi fossi illegalmente introdotta nel sabbah del clan Wicca che alloggiava, come noi Gonzi, nelle suite dell’ala Nord dell’albergo? Follia pura. Donne invasate ovunque che inneggiavano a divinità pagane posticce intrise e spruzzate di opuscoli GreenPeaceStyle. "Fuck, man, I’m not ready for this." Cercai di assumere una posizione qualsiasi che non fosse quella di cadavere al suolo. Quadrupede… fatica… bipede. Ecco. Appoggiai la schiena a un tronco. Ruvido. La mano che avevo appena passato tra i capelli confermò le mie peggiori supposizioni, il mio cranio era un camposanto di foglie, terriccio e polline. Pensai distintamente "Grissom, se trovi il mio cadavere, ricordati che l’impollinazione quest’anno è arrivata prima per sto cazzo di clima sballato", parlare con il master assoluto di CSI, appena sveglia, è stato memorabile, non ricordo di aver ottenuto risposta alcuna. Avevo la mia vestaglia di seta lilla. Almeno avevo avuto la decenza di mettermi qualcosa addosso, piccoli passi, Mescaline, piccoli passi. Ondeggiai paurosamente. E, di colpo, lo vidi. Stava lì, come se nulla fosse, porgendomi una tazza di tè. A naso posso dirvi, con mal celata tronfia strafottenza, fosse un tè nero aromatizzato al bergamotto. E, prima che qualcuno cominci a fare domande fastidiose, questi poteri mi sono stati conferiti dal complesso studio di rinologia di zio Gogol’ e dalla vestaglia modello Sherlock che indossavo al momento della sniffata a distanza. Cristo, ero uno sfacelo, una donna impresentabile. E costui mi porgeva una tazza di porcellana finissima, con intarsi in smalto porpora, colma di pregiato tè. Chi era? Thoreau, chi se no? Nel suo personalissimo Walden. E, di colpo, capii cosa era successo la notte prima. Arrossii lievemente, strinsi la cintura della vestaglia e mossi titubanti -impacciati- passi verso la sua dimora. Sorrideva, non disse nulla, aveva già scritto tutto secoli prima, effettivamente. Mi porse dei fogli sgualciti

“Ma, ahimè!, gli uomini ora sono diventati strumenti dei loro strumenti. L’uomo che quand’era affamato coglieva i frutti liberamente, è diventato contadino; e colui che, per riposare, si stendeva sotto un albero, è diventato il guardiano della propria casa. Ora non ci accampiamo più per la notte, ma invece ci siamo piantati sulla terra e abbiamo dimenticato il cielo. Abbiamo adottato il cristianesimo semplicemente come un migliore metodo di agricoltura. Abbiamo fabbricato per questo mondo una magione di famiglia, e per l’altro una tomba di famiglia.”

Tornai immediatamente in me, la doccia fredda delle parole è una delle migliori tecniche per emergere dalla sonnolenza permanente. Bevvi il tè, mi inchinai lievemente, porsi la mano destra a Thoreau, la baciò sfiorandola appena, era un vero gentiluomo non c’è che dire. Balbettai qualcosa che doveva sembrare vagamente anglofono, e cominciai ad arretrare, non volevo dargli le spalle, una vera cafonata. In realtà, mi ero appena ricordata, tastando la tasca della vestaglia, di essermi portata dietro le chiavi della stanza. Supponendo che Etere fosse tornato dai sui bagordi… no, non volevo nemmeno pensare al pistolotto fastidioso che mi aspettava nella malaugurata possibilità di trovarmelo, strafatto come sempre, inchiodato davanti alla porta rosa della nostra suite. Era troppo, specie dopo una notte simile. Forse ero ancora in tempo. Forse non era ancora arrivato… cominciai a correre…