Mama told me not to come (but she was wrong) - ZenaCamp
Siamo piombati al barcamp in cerca di un indizio, una prova, che ci conducesse verso la corretta e finale interpretazione del Sogno della Blogosfera, questo scombinato incubo mediatico che sembra aver rapito le menti di migliaia di compatrioti, deciso a non arrestarsi.
Tuttavia ciò che avevamo avuto tra le mani ci disorientava: le sale eleganti e duepuntozzero, qualunque cosa volesse dire, del Mentelocale erano farcite con centinaia di blogger di quasi tutta Italia: era il ritrovo di decine di amici e l’occasione, sostanzialmente, per racchiudere in spazi comunitari e condivisi una serie sfaccettata e multiforme di attività: le conferenze, o i talk, come piace chiamarli, alla fine erano quasi rumori di fondo, specialmente nella Sala Focaccia. Ed è giusto così, l’avevo capito.
Nessuno si sarebbe offeso, nessuno avrebbe preteso il silenzio totale né avrebbe tentato con la sua voce di scardinare gli scambi di risate, battute e opinioni tra vecchi amici che si incontrano di nuovo, parlando di argomenti che, diciamocelo, non avrei capito mai.
Che cos’è, quindi, il Barcamp?
Lo spettro di un nomignolo tanto geek, tanto californiano e alla moda dietro cui nascondere la semplice e rodata idea di raduno è forte e pressante: le spille per molti erano superflue, ormai, visto che le facce si riconoscevano al volo e i personaggi emergevano impavidi dai loro aggregatori RSS; quindi io, mi permetto, lamento un po’ l’elegante ma troppo timida spilletta su cui il nome, e in particolare l’indirizzo del proprio blog, erano scritti in caratteri decisamente minuti. A saperlo, pensavo ironicamente, mi sarei iscritto con il nome "If you can read this, you are way too close".
Scherzi a parte, avevamo intrapreso una missione e ora avremmo dovuto trarne le conclusioni.
O avviarle, avviare il ragionamento alla luce di questi nuovi lumi emersi dalla cornice di Palazzo Ducale.
Il Barcamp è un grosso bazar di idee e di volti che è difficile inquadrare nettamente, che ha alle spalle l’ombra blurrata dell’esser un concetto temporaneo già virato verso una sua nuova evoluzione. O involuzione, per certi versi: li chiamano interstizi, ma di fatto sono le chiacchierate classiche da cocktail party. Le chiamano talk, ma sono presentazioni. Chiamano il tutto con questo nome d’oltreoceano, ma, ripeto, l’impressione dominante è che sotto sotto sia una forma curiosa di raduno, idealisticamente duepuntozzero: centinaia di persone accomunate da una passione si ritrovano in un luogo bello, vagamente indie, e, sostanzialmente, nel nome di quella passione cazzeggiano spensieratamente, ma con professionalità. Ed è giusto e sacrosanto così.
Insomma, chiariamoci: lo ZenaCamp è stato uno splendido evento, per il quale mi sento di ringraziare, dal mio esser Gonzo, l’organizzazione tutta e lo staff.
Ha aiutato noi Gonzi a capire meglio la situazione della blogosfera? Sì, indirettamente sì: la figura del blogger sarà sviscerata con metodo, presto, su questi schermi, dove con dovizia darwiniana riporteremo le nostre impressioni e osservazioni, senza perdere quella nota frivola e fulminata che ci contraddistingue.
Anche chiamandolo raduno il succo della situazione non sarebbe cambiata: un ottimo evento, una girandola impazzita di personalità e personaggi, molte facce apparentemente anonime che in realtà prendono corpo attraverso le linee e le parole incastonate sulle proprie pagine del blog.
Sono animali strani, i blogger, ma sono anche più normali del previsto. A volte, forse, persino troppo.