LOST - Watch together, die alone.
La sconnessione tra ciò che era reale e ciò che balenava soltanto nelle nostre teste disorganizzate era ormai oltremodo evidente. L’esperienza dello sgabuzzino aveva prodotto tare così notevoli nella mia psiche che il tornare all’aria aperta, se così si può dire, non bastò per livellare decentemente gli indicatori del mio stato di coscienza. Quante ore erano passate là dentro? E se fossero stati giorni? No, un attimo, stavo parlando in preda a un panico fuori luogo che non potevo permettermi.
Decisamente la mia uscita dalla cella maleodorante fu patetica: appoggiato com’ero alla porta, disegnando facce e memorie con un ultimo scampolo di carboncino smunto e rosicchiato, non potei che crollare al suolo con rara determinazione d’intenti non appena Mescaline si decise, senza alcun preavviso, a spalancare l’antro in cui iniziavo a figurarmi come novello Silvio Pellico.
(Il disegno smozzicato prima della liberazione: Mafe und Vanz)
Stramazzando al suolo non hai molto tempo per pensare. Al più ti permetti un giro di bestemmie in Fa maggiore mentre sei in caduta libera, colpito da un gavettone di luce mattutina che per diversi secondi ti rende fraternamente legato al compianto Ray Charles e a Stevie Wonder.
Mescaline era lì, il pomello della porta ancora in mano e lo sguardo scazzatamente pietoso rivolto al sottoscritto: annaspavo sul pavimento con la foga di chi tenta entusiasticamente la traversata a nuoto della Manica, cercando un punto d’appoggio decente per risollevare le mie membra diversamente profumate. Sarebbe stato più facile se qualcuno non avesse sostituito la moquette con strati e strati di orsetti gommosi. Era successo qualcosa di grosso e me l’ero perso, sicuramente. Con lentezza riassestai la mia postura nel nome della Giornata Nazionale dell’Orgoglio Homo Erectus….
«Ah maledizione… C’era un tempo, c’era… In cui erano le donne a cadere ai miei piedi, non io ai loro…»
La risata di scherno che proruppe dalla compare di viaggio mi intimò sottilmente di rimangiarmi la cazzata appena lasciata fuggire dal mio allevamento: quando voglio so essere il Francesco Amadori delle boutade, il Giovanni Rana delle cretinate. Sì, ognuno ha i punti di riferimento che si merita, proprio vero.
«Senti, uomo-rantolo, pare che mi siano arrivati pacchi di lettere a cui rispondere, giù alla reception… Mentre io vado a smistare la corrispondenza di fascinosi ammiratori segreti, tu vedi di produrre qualcosa di senso vagamente compiuto. Non fare casino, non sporcare, e, soprattutto, tira giù la tavoletta dopo aver consultato il Grande Gorgo. Sarò di ritorno entro un’ora, minimo. Baci baci, addio e tutto il resto…»
«Ah… Eh… Ma…»
Andata, al volo, fuori dalla suite. Uscita con una rapidità caffeinica mostruosa. Impressionante.
Comunque, dovevo riprendermi. C’era troppa, troppa luce per parlare col subaffittuario della mia personalità e l’orchidea decorativa che campeggiava su un tavolo sembrava inacidita e infastidita dai miei tentativi di attaccar bottone: forse ero solo troppo audace.
Fanculo, noia mortale era la droga di cui mi stavo involontariamente facendo, con tendenza pericolosissima all’overdose.
No, un momento… Nero monolito traslucido e spento, il tuo ciclopico pallino luminoso rosso mi attirava, la tua spia dello standby chiedeva pietà, sognando di tramutarsi in una gioiosa e verdeggiante pallina di luce; e avrei forse potuto ignorare una simile richiesta di aiuto? Afferrai con un raptus il telecomando e diedi vita al frankenstein catodico: pezzi e membra di emittenti televisive mondiali riunite a formare un’unica, aberrante, creatura dall’ignoranza spropositata. Mi diedi un certo contegno, anche mentre facevo la conta per quale multicolore ticket succhiarmi, e schivai canali di tette e culi; quindi planai, è il caso di dirlo, sull’isola di Lost.(Da qui in poi ho fatto in modo che sia spoiler-free, sostanzialmente.)
La terza stagione di Lost sembrava aver deluso chiunque, in partenza: i fan storici abbandonavano il campo, i nuovi arrivati erano più spaesati dei naufraghi stessi mentre la major che finanziava la serie faceva partire il balletto tra una fascia oraria e l’altra, tentando di elemosinare share e ascolti.
Eppure ci pensai a lungo, anche mentre Tim Leary iniziava a preparare il suo tè speciale abbarbicato tra i miei neuroni, e mi trovai a confrontare la terza stagione con le due precedenti dedicate ai naufraghi tra le pieghe della ciccia di gesù bambino. L’accusa mossa fondamentalmente alla terza stagione di Lost è quella di non saper dove cazzo andare: un gigantesco baraccone errante, un Moira Orfei tropicale che chiede indicazioni al crocevia della creatività: troppi misteri irrisolti, domande aperte, eventi sconclusionati e, anche, puntate inserite solo per fare mielina e raggiungere il fatidico number 23 degli episodi complessivi.
Ma, mi accorgevo, mentre scampoli della seconda stagione illuminavano il teleschermo, una situazione quasi peggiore si era avuta l’anno precedente, eppure il fatto sembrava esser passato decisamente più in sordina rispetto alle nuove vicende dell’ex volo 815.
Anche la seconda stagione, infatti, aveva al suo interno episodi deraglianti (Charlie che vuole battezzare Aaron, Hurley messo in crisi dal suo "amico" della casa di cura), con flashback tra l’inutile e il noioso (Jack e la moglie in crisi, i temutissimi Coreani).
Forse lo strascico dell’hype derivato dalla conclusione della prima stagione e gli elementi di novità (Ben e gli Others) stavano tenendo narcotizzato il senso critico dello spettatore appassionato che, una volta terminate le ambite sei puntati iniziali della terza stagione, si sarebbe risvegliato con notevole acidità di stomaco e la necessità di rivalersi sui creatori.
A mio avviso la third season è stata, proprio perché caratterizzata da picchi di noia e sfiducia mortali contrapposti a grande intrattenimento, molto simile alla precedente: le domande sorte sono state altrettante, ma di dubbi lasciati in sospeso dalla seconda stagione non ne sono rimasti troppi. Già nel primo quarto d’ora dell’episodio 3x01, A tale of two cities, il pubblico si è trovato di fronte a una buona ramazzata di chiarimenti.
Insomma, per farla breve, il senso di delusione e scontento che ha permeato l’ultimo ciclo di avventure dei losties è assolutamente esagerato, specie comparando terza e seconda stagione.
Poi c’è il finale.
Live together, die alone era stato assolutamente superiore, qualitativamente e come pathos, a Through the looking glass, sacrosanto. Ma, come bilanciamento, non siamo in una situazione dissimile: un paio di cliffhanger, una manciata di risposte e buon intrattenimento (il furgoncino salvifico, su tutto).
Tuttavia quest’anno, a differenza della stagione precedente, gli autori si sono giocati una carta pericolosissima, un possibile bluff tirato sulla mano vincente: il rischiatutto. Sì, perché mentre quel "We have to go back" urlato nella notte riempiva l’aere, la mia mente tornava a un anno fa, al confronto televisivo tra il nano malvagio e il prelato campagnolo in vista delle elezioni.
Un cliffhanger così netto, un ribaltamento a sorpresa così deciso suonava nelle mie orecchie come quella carta nascosta nella manica giocata all’ultimo secondo disponibile. Sì, quel "Avete capito bene, aboliremo l’ICI sulla prima casa!" sparato quando non c’era più diritto di replica e il timer batteva gli ultimi secondi di trasmissione prima del "cessate il fuoco". Uguale, stessa scommessa, stessa puzza stantia di bluff.
Gli autori di Lost avevano così innescato una bomba non da poco che, se non gestita con la necessaria maestria, poteva esplodergli tra le mani trascinando nell’oblio una delle serie televisive più valide degli ultimi anni; il pubblico ora aveva un timer che scorreva a ritroso, sulla sua testa, in attesa della quarta stagione. In attesa di vedere, in buona sostanza, se davvero di bomba si stia trattando o di un patetico bluff per racimolare di straforo qualche fiche sul tavolo verde dello showbusiness.
E, per la cronaca, io i post di miss Violet NiceEye proprio non li ho mai digeriti. Augh.
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