Uncategorizeddi Etere

La sconnessione tra ciò che era reale e ciò che balenava soltanto nelle nostre teste disorganizzate era ormai oltremodo evidente. L’esperienza dello sgabuzzino aveva prodotto tare così notevoli nella mia psiche che il tornare all’aria aperta, se così si può dire, non bastò per livellare decentemente gli indicatori del mio stato di coscienza. Quante ore erano passate là dentro? E se fossero stati giorni? No, un attimo, stavo parlando in preda a un panico fuori luogo che non potevo permettermi.

Decisamente la mia uscita dalla cella maleodorante fu patetica: appoggiato com’ero alla porta, disegnando facce e memorie con un ultimo scampolo di carboncino smunto e rosicchiato, non potei che crollare al suolo con rara determinazione d’intenti non appena Mescaline si decise, senza alcun preavviso, a spalancare l’antro in cui iniziavo a figurarmi come novello Silvio Pellico.

Maestrini by chance

(Il disegno smozzicato prima della liberazione: Mafe und Vanz)

Stramazzando al suolo non hai molto tempo per pensare. Al più ti permetti un giro di bestemmie in Fa maggiore mentre sei in caduta libera, colpito da un gavettone di luce mattutina che per diversi secondi ti rende fraternamente legato al compianto Ray Charles e a Stevie Wonder.

Mescaline era lì, il pomello della porta ancora in mano e lo sguardo scazzatamente pietoso rivolto al sottoscritto: annaspavo sul pavimento con la foga di chi tenta entusiasticamente la traversata a nuoto della Manica, cercando un punto d’appoggio decente per risollevare le mie membra diversamente profumate. Sarebbe stato più facile se qualcuno non avesse sostituito la moquette con strati e strati di orsetti gommosi. Era successo qualcosa di grosso e me l’ero perso, sicuramente. Con lentezza riassestai la mia postura nel nome della Giornata Nazionale dell’Orgoglio Homo Erectus….

«Ah maledizione… C’era un tempo, c’era… In cui erano le donne a cadere ai miei piedi, non io ai loro…»

La risata di scherno che proruppe dalla compare di viaggio mi intimò sottilmente di rimangiarmi la cazzata appena lasciata fuggire dal mio allevamento: quando voglio so essere il Francesco Amadori delle boutade, il Giovanni Rana delle cretinate. Sì, ognuno ha i punti di riferimento che si merita, proprio vero.

«Senti, uomo-rantolo, pare che mi siano arrivati pacchi di lettere a cui rispondere, giù alla reception… Mentre io vado a smistare la corrispondenza di fascinosi ammiratori segreti, tu vedi di produrre qualcosa di senso vagamente compiuto. Non fare casino, non sporcare, e, soprattutto, tira giù la tavoletta dopo aver consultato il Grande Gorgo. Sarò di ritorno entro un’ora, minimo. Baci baci, addio e tutto il resto…»

«Ah… Eh… Ma…»

Andata, al volo, fuori dalla suite. Uscita con una rapidità caffeinica mostruosa. Impressionante.
Comunque, dovevo riprendermi. C’era troppa, troppa luce per parlare col subaffittuario della mia personalità e l’orchidea decorativa che campeggiava su un tavolo sembrava inacidita e infastidita dai miei tentativi di attaccar bottone: forse ero solo troppo audace.

Fanculo, noia mortale era la droga di cui mi stavo involontariamente facendo, con tendenza pericolosissima all’overdose.

No, un momento… Nero monolito traslucido e spento, il tuo ciclopico pallino luminoso rosso mi attirava, la tua spia dello standby chiedeva pietà, sognando di tramutarsi in una gioiosa e verdeggiante pallina di luce; e avrei forse potuto ignorare una simile richiesta di aiuto? Afferrai con un raptus il telecomando e diedi vita al frankenstein catodico: pezzi e membra di emittenti televisive mondiali riunite a formare un’unica, aberrante, creatura dall’ignoranza spropositata. Mi diedi un certo contegno, anche mentre facevo la conta per quale multicolore ticket succhiarmi, e schivai canali di tette e culi; quindi planai, è il caso di dirlo, sull’isola di Lost.

(Da qui in poi ho fatto in modo che sia spoiler-free, sostanzialmente.)

La terza stagione di Lost sembrava aver deluso chiunque, in partenza: i fan storici abbandonavano il campo, i nuovi arrivati erano più spaesati dei naufraghi stessi mentre la major che finanziava la serie faceva partire il balletto tra una fascia oraria e l’altra, tentando di elemosinare share e ascolti.

Eppure ci pensai a lungo, anche mentre Tim Leary iniziava a preparare il suo tè speciale abbarbicato tra i miei neuroni, e mi trovai a confrontare la terza stagione con le due precedenti dedicate ai naufraghi tra le pieghe della ciccia di gesù bambino.

L’accusa mossa fondamentalmente alla terza stagione di Lost è quella di non saper dove cazzo andare: un gigantesco baraccone errante, un Moira Orfei tropicale che chiede indicazioni al crocevia della creatività: troppi misteri irrisolti, domande aperte, eventi sconclusionati e, anche, puntate inserite solo per fare mielina e raggiungere il fatidico number 23 degli episodi complessivi.
Ma, mi accorgevo, mentre scampoli della seconda stagione illuminavano il teleschermo, una situazione quasi peggiore si era avuta l’anno precedente, eppure il fatto sembrava esser passato decisamente più in sordina rispetto alle nuove vicende dell’ex volo 815.
Anche la seconda stagione, infatti, aveva al suo interno episodi deraglianti (Charlie che vuole battezzare Aaron, Hurley messo in crisi dal suo "amico" della casa di cura), con flashback tra l’inutile e il noioso (Jack e la moglie in crisi, i temutissimi Coreani).

Forse lo strascico dell’hype derivato dalla conclusione della prima stagione e gli elementi di novità (Ben e gli Others) stavano tenendo narcotizzato il senso critico dello spettatore appassionato che, una volta terminate le ambite sei puntati iniziali della terza stagione, si sarebbe risvegliato con notevole acidità di stomaco e la necessità di rivalersi sui creatori.
A mio avviso la third season è stata, proprio perché caratterizzata da picchi di noia e sfiducia mortali contrapposti a grande intrattenimento, molto simile alla precedente: le domande sorte sono state altrettante, ma di dubbi lasciati in sospeso dalla seconda stagione non ne sono rimasti troppi. Già nel primo quarto d’ora dell’episodio 3x01, A tale of two cities, il pubblico si è trovato di fronte a una buona ramazzata di chiarimenti.

Insomma, per farla breve, il senso di delusione e scontento che ha permeato l’ultimo ciclo di avventure dei losties è assolutamente esagerato, specie comparando terza e seconda stagione.

Poi c’è il finale.
Live together, die alone era stato assolutamente superiore, qualitativamente e come pathos, a Through the looking glass, sacrosanto. Ma, come bilanciamento, non siamo in una situazione dissimile: un paio di cliffhanger, una manciata di risposte e buon intrattenimento (il furgoncino salvifico, su tutto).
Tuttavia quest’anno, a differenza della stagione precedente, gli autori si sono giocati una carta pericolosissima, un possibile bluff tirato sulla mano vincente: il rischiatutto. Sì, perché mentre quel "We have to go back" urlato nella notte riempiva l’aere, la mia mente tornava a un anno fa, al confronto televisivo tra il nano malvagio e il prelato campagnolo in vista delle elezioni.
Un cliffhanger così netto, un ribaltamento a sorpresa così deciso suonava nelle mie orecchie come quella carta nascosta nella manica giocata all’ultimo secondo disponibile. Sì, quel "Avete capito bene, aboliremo l’ICI sulla prima casa!" sparato quando non c’era più diritto di replica e il timer batteva gli ultimi secondi di trasmissione prima del "cessate il fuoco". Uguale, stessa scommessa, stessa puzza stantia di bluff.

Gli autori di Lost avevano così innescato una bomba non da poco che, se non gestita con la necessaria maestria, poteva esplodergli tra le mani trascinando nell’oblio una delle serie televisive più valide degli ultimi anni; il pubblico ora aveva un timer che scorreva a ritroso, sulla sua testa, in attesa della quarta stagione. In attesa di vedere, in buona sostanza, se davvero di bomba si stia trattando o di un patetico bluff per racimolare di straforo qualche fiche sul tavolo verde dello showbusiness.

E, per la cronaca, io i post di miss Violet NiceEye proprio non li ho mai digeriti. Augh.

technorati tags:Lost, 3, season, stagione, tv, others, losties, lostcamp, finale

Uncategorizeddi Mescaline

<prequel>
La sera prima avevo deciso di sniffare sociale. Attenzione. Mescaline esce con il mondo 3D. Baciai in fronte Etere lasciandolo immerso in discussioni sonnambule con una gnocca da bancone, una di quelle che ha scoperto i reggiseni in silicone di Intimissimi e che non riesce a fare a meno di chiederti “metti una mano qui. dimmi, lo senti?”. Oh, cristo se lo sento.

Dunque ero uscita. Appunto mentale: uscire con una coppia di coppiette dopo che pratichi il deserto sentimentale da mesi equivale a sventagliare un tir di Gatorade di fronte ai partecipanti alla maratona di N.Y. con 40° all’ombra. Cominci a sentire Love is all around us, la gente per le strade sorride. E non capisci. Se sei in pieno sballo da acido. O se si sono scoppiati tutti una fiala di elio mentre ti sei soffiata il naso e hai chiuso gli occhi per 7 secondi. In quei 7 secondi si sono appostati negli angoli più scuri e insondabili interi drappelli di voci bianche, in perfetto completo da concerto, con tanto di ali disegnate e ricamate d’oro. In quei 7 secondi è sceso dio in persona, ha consegnato gli spartiti dell’alleluja ai suoi maledetti emissari e ha dato il La - e no, per chi avesse dubbi, dio non è Alanis Morissette. 7 secondi di slow motion allestiti per devastare la salute mentale in un semplice “play” di riavvio della realtà.
Intravidi un paio di piume candide ondeggiare. Piccioni? Gabbiani? Lotta dei cuscini e sesso annesso al 5° piano della palazzina? No, signori. Putti. Grassi, flaccidi, sorridenti. Putti. Chiesi due Mohito. Ignorai le bottigliette di schweppes annesse. C’era Hemingway dietro di me. “Ragazza come pensi di bere quel Mohito? Butta quella gazzosina. Brava la mia ragazza!

Morale. Il fegato venduto al miglior offerente in un’orgia di cattiva amministrazione da alcol. Inizio Fase due da astinenza *prepararsi al salto nell’iperspazio*. Torni in hotel alle tre del mattino dopo aver camminato solo sulle mattonelle orizzontali imitando il famoso passo della papera. Accendi il portatile e guardi “Love actually” dalle due alle tre volte. Ti inchiodi allo specchio. Sei la cosa meno chiavabile da qui alla Siberia. Rovisti nella memoria finché non riaffiora il ricordo dei due ubriachi che contavano i fili del tuo perizoma mentre facevi la papera. Quella allo specchio ti guarda e con un sibilo ti stronca “cretina, gli ubriachi non contano.” C’è solo una cosa che ti salva. Lo smalto. E l’odore di acetone. Sparato per direttissima naso-neuroni sull’interstatale alba - mattino, fermi al casello “autocommiserazione”, 1 cittadino.
</prequel>

<QuasiFemcamp>
Qualcosa vibrava. No, non uno di quelli. La segretaria evocata dalla suoneria del cellulare mi guarda a carponi sul letto. Ha ancora una goccia di Chanel addosso. “Hello? hem, cough-cough… are you there?

Riassesto il puzzle del mio cervello nel tempo in cui lei, sorridendo innocente come un Buondì Motta glassato, accavalla le gambe e mi indica l’orologio della suite. 7.31 a.m.

In sincrono (il regista di The Snatch sul lampadario filma quanto segue):

- fermo immagine sulla mia faccia, primissimo piano in bianco e nero, scritta in sovrimpressione *OMG*
- ripetuti *tonf* di frutta marcia che cade dall’albero: stuoli di bambini obesi si abbattono con l’aureola ormai a mo’ di collanina. Mi rendo conto di aver decimato l’ala sud del paradiso, stacco l’audio mentale (il nastro doppiato da un Mosconi in stato di grazia). Mi esce un filo di fumo dalle orecchie.
- la segretaria si alza, si pianta sui suoi tacchi 10, gambe larghe, tira fuori dal corpetto la colt 44 manico d’avorio in dotazione al corpo “segretarie da suoneria”, punta verso il regista di cui sopra e spara.
- mi alzo mi lavo mi vesto faccio la borsa raccatto il telefono qualche soldo prendo il beauty per truccarmi nel tragitto. -stop- soffio via il ciuffo che copriva la visuale di un occhio, balzo sul letto, raccolgo il proiettile a mezz’aria, salvo il regista.
- stretta di mano segretaria-sottoscritta, commento sui reggiseni in silicone, scambio di battute sulla scelta dello smalto di ieri notte. La ricaccio nel telefono. 7.35 a.m.

    Trovo Etere che gioca a briscola con il Fantasma del Natale Passato seduto sulla moquette color cane_che_corre™. Non dice una parola. Spezzo uno stick di Popper, giusto per rompere il ghiaccio, prima che lui spari lo Squalo alla velocità direttamente proporzionale alla sua incazzatura.
</QuasiFemCamp>

<FemCamp>
Dicono che fosse a Bologna. Io sostengo di aver rilevato le coordinate dell’equatore. Le mie scarpe hanno deciso di prendere come souvenir un pezzo d’asfalto. Ho provato ad interrogarlo. Chiaramente non è di Bologna. Il gruppo di indigeni, poi, che abbiamo miracolosamente evitato mentre Etere eseguiva il numero dell’inversione in velocità con il lavoretto tacco-punta sui pedali, ci ha insultato in ogni sotto dialetto delle già prolifiche 12 lingue burundesi. Ad avvalorare la mia tesi, infine, c’è il banchetto di registrazione che ci attende per potere entrare al barcamp.
“Nome, cognome, Indirizzo, Età, Mail, prego”
Rido. “Se, se. Mescaline.”
“Signorina deve riempire i campi indicati dai puntini”
“Li riempio come dico io?, o come dice lei? No, perché se vuole le metto anche i miei precedenti penali e poi le tatuo in fronte ‘ho chiesto le generalità a Mescaline e sono sopravvissuta’” Interdetta. La vedo interdetta. E’ evidente che qualche parte del mio viso le sta intimando a chiare lettere di lasciarmi passare. Ma nel tempo in cui lei chiama a raccolta con un cenno le colleghe e io mi sono già accesa una Davidoff slim, compare Kurai - l’uomo giusto al momento giusto - che, con il sorriso e la voce sexy da podcast domenicale, ammazza il dragone di fine livello, fa l’upgrade alle skill ‘diplomazia’ del suo team e ci introduce ai presenti. Etere cerca di consolare il drago, “Lo so, lo so, è terribile, ma non è sempre così. Vede, è che si è truccata in macchina, mentre io andavo a 180 km/h. Sa, non è da tutti mettersi l’eyeliner mentre vai talmente sparato che la pupilla tenta di suicidarsi scardinandosi da sola dal bulbo oculare…” La donna del banchetto scappa in un angolo. Il nugolo dei linguisti del Burundi la accoglie con danze della fertilità.

Facciamola breve. Non siamo una specie in estinzione. La prossima volta che si organizza un FemCamp al grido di “viva la gnocca in rete” poi deve essere allestito, montato su Parallels, il MenCamp e, se non c’è il cast di 300 ben oleato e a nostra disposizione, si passa direttamente al grazioso gioco “raccogliete la saponetta altrui” al ritmo delle Tatu.

Facciamola ancora più breve. In chiusura d’intervento di -tutti in piedi- Nostro Signore TCP/IP Andrea Beggi -potete sedervi- qualcuno ha tirato il freno a mano del buon senso. Era una mano da suffragetta d’altri tempi, circolo socialista e mercatini d’antiquariato. Mentre la SWAT circondava la zona e le radioline gracchiavano statico, in sala una nuova protagonista di Heroes sfoderava la spada bastarda fiammeggiante e difendeva il protocollo d’approccio civile 2.0

Quello che mi secca come un sifone rivestito di cartavetro e sparato direttamente in gola è che noi donne si tenda a questo infantile e antistorico prenderla sul personale. Questo irrancidito sciabattio in sabot in nome di anni di im-parità. Adesso basta. Erano solo consigli. Dati con il cuore. Nemmeno io sono riuscita a leggerli nel modo sbagliato.

Ora scusate, vado a liberare Etere dallo sgabuzzino. Voleva dirmi come scrivere un post. Tzè. Come se noi donne avessimo bisogno…

</FemCamp>

Dottavi & Sofi
[passato da Etere sotto la porta dello sgabuzzino. pare siano tale Dottavi e tale Sofi]

Uncategorizeddi Etere

Uno schizzo rapido, un bozzetto prima di affrontare il sonno e la calura notturna. Il mattino porterà Bologna, e il FemCamp.

Nel frattempo: il Towel Day di Etere (più o meno…)

Quick sketch about Etere

technorati tags:Towel, Day, Douglas, Adams, FemCamp, barcamp, Hitchhiker, guide, galaxy, guida, galattica, 42, asciugamano

Uncategorizeddi Mescaline
 Me, Myself & I (click to enlarge)

Mi svegliai con mezza faccia tempestata di puntine, piantate con discreta precisione nei punti nevralgici del sistema visivo e olfattivo. Probabilmente qualche Lillipuziano aveva deciso di stabilirsi con tenda e picchetti sulla mia faccia. Che Etere si fosse improvvisato gran gonzo dell’agopuntura? Non importa, decisi, devo solo pensare che abbia rubato gli appunti agli sceneggiatori di Doc House. O che abbia preferito la versione tibetana e sottocosto della medesima serie. Un grossolano crossover tra Bollywood e i cinema da casa di recupero in cui il dottore di turno ti cura a suon di danze del ventre e gran masticazioni dell’unico farmaco possibile. Il peyote. Qualcuno dentro di me obiettò circa la localizzazione geografica di questo mio trip televisivo. Un po’ raffazzonata, diciamolo.

Detto questo. Quando la tua emicrania raggiunge vette che il resto degli umani ignora, ci sono una serie di cose da fare. E una serie di cose da non fare. Perché, come dicevano i Ghostbuster, Incrociare i flussi, è male. Quindi, prima che il camice dello zoppo torni davanti a me e mi scannerizzi anche la ghiandola pineale, mi sembra doveroso annotare quanto segue.

Una delle peggiori scelte che puoi fare in quel frangente è concentrarti sulla prima scena de Un chien andalou. Decisamente non puoi affrontare i rasoi affetta pupille. Rischieresti, nell’ordine: 1) tentare l’emulazione, guidato dalla pista di Aulin che ti sei tirato mentre con la destra spruzzavi Novalgina direttamente in gola e con la sinistra schieravi in formazione dai 6 ai 12 Moment 2) finire col vedere l’intera pellicola dei compagni di merenda Bunuel e Dalì e quindi trovare assolutamente imperdonabile il morire senza aver tenuto un esercito di formiche nella mano o senza aver trainato una coppia di preti attaccati ad una coppia di pianoforti a coda con carcassa animale all inclusive  3) dimenticarti del prefisso “sur” e rammentare solo “realismo” mettendo in pratica quanto appena illustrato.

Punto secondo. Mai, per nessun motivo al mondo, cercare di leggere o tradurre un alfabeto diverso dal tuo. Quindi se in quel frangente le teste di cuoio russe tirano giù la porta del bagno e ti trovano arroccata sulla tazza del cesso con i polpacci incremati e un rasoio in mano, per quanto tu sia in grado di fornire e di chiedere delucidazioni circa lo stramaledetto errore che si è fatto con Stalin, per quanto tu aspettassi quel momento dalla prima volta che hai articolato un suono gutturalmente sovietico, taci.

Ricorda: l’emicrania ti rende attraente come un topo muschiato e agile come l’ultimo dei dodi.

Stavo per arrivare alle cose che invece sì, cazzo, si possono fare.
Si, puoi cercare di interrogare ogni singola parte del tuo corpo per avere indietro i bollettini con lo stato di salute. E, magari, impelagarti per qualche secondo - di quelli dilatati che diventano ore - nel magico mondo di Siamo Fatti Così. Ancora una volta, mi tocca ripetere, la versione tibetana era meglio, anche di questo. Che come fanno il cinema i tibetani, nessuno.

Mi alzai. Gesuiddio quanto poco sana fu l’idea di farmi bipede. Cazzo credi, che la gravità aiuti? Ho una molotov in testa e barcollo come un grattacielo di San Francisco in pieno terremoto. I tacchi. Ecco, i tacchi fanno parte dell’Incrociare i flussi. That’s bad. L’emicrania ti permette di tirare due dadi da sei - uno per caviglia - e sperimentare tutte le fantasiose combinazioni con cui riuscirai a slogarti dei pezzi, rompertene altri e scricchiolare. Come le noci in bocca agli scoiattoli - crock crock crock.

Scagliai lontano i tacchi. Uno dritto dritto sulla mappa del piano antincendio dell’hotel: “Tu sei qui”. Fanculo, quando sarò qui e starò bruciando pensi me ne possa fottere di meno? Certo, potevo sempre sperare nello stuntman tibetano che, a capo delle teste di cuoio russe di cui sopra, piroettava tra le fiamme imitando la cheerleader di Heroes e mi mollava sulla sdraio della piscina con tanto di bicchiere e ombrellino in mano. Sicuro come gli incassi di Bollywood. L’altro tacco finì, invece, esattamente sul cavallo dei pantaloni di quell’ammasso di stracci che ronfava sulla poltrona “Ahi”. Etere. Maledizione a lui e alle sue manie di protagonismo. “Questo è per essere arrivato DOPO che un ubriaco del cazzo mi orinasse sulle scarpe nuove.

Muro, mi serviva un muro. Ripetute testate possono temporaneamente sospendere l’effetto “ho una motosega tra i due emisferi e non riesco a sentirmi la punta del naso”. Controindicazioni. In rari casi possono verificarsi commozioni cerebrali, perdita di memoria, sonnolenza, aggressività indotta e sdoppiamento di personalità.

Fu così che ci incontrammo, finalmente. Io e quella che sta scrivendo. Cioè, io e io. Un trip acidissimo. Come vedere Nixon che gioca a scacchi con Eltsin al grande tavolo dei morti storici. Era lì, ritagliata sullo specchio del bagno. Per un secondo non capii. Ero io? Non ricordavo di aver scelto una simile pettinatura l’ultima volta che ero stata dal parrucchiere. “Gesù, sembro una torta nuziale!” Cacciai la testa nell’acqua del lavandino. Riemersi sputazzando. Eppure quella cosa inguardabile e terribilmente rassomigliante era ancora lì.
Chiaro come il sole, era una situazione da flussi incrociati. Qualcosa che nemmeno il più navigato dei drogati è disposto a vedere. Il se stesso demiurgo. Motore immobile. Profumava di lillà. Come i cadaveri dei santi. Come i Fratelli Karamazov. Ma lì, poi, puzzavano tutti.
Si accese una sigaretta. Ne volevo una anche io. Mi si materializzò tra le mani. Era veramente oltre. Cominciai a sbraitare “Sono un dio doratooooo” mentre lei mi fissava compiaciuta. Beh, pensai, se la vedo io la posso presentare anche a quello scoppiato di Etere.

Dovevo saperlo. Come nei film. Appena c’è qualcosa degno di nota, il protagonista fa la stronzata che rimette a nanna la fantasia e tira giù dal letto la vecchia e incartapecorita realtà. Non so ancora se fu perché le diedi le spalle. O perché le avevo dato della torta nuziale. O perché Novalgina, Aulin e Moment fecero effetto nello stesso istante. Ma nello specchio c’ero solo io. Bella come un topo muschiato centrifugato. Agile come un dodo estinto. That’s all, folks.  
Uncategorizeddi Etere

Mi presi un paio di minuti per riflettere, lasciando cedere i muscoli delle gambe e franando su una poltrona, sprofondando nei suoi cuscini; caldo, troppo, stavo appiccicandomi alla mobilia e non potevo sopportarlo.
Mescaline aveva lasciato la stanza da non troppo tempo; più la conoscevo e più mi risultava difficile preoccuparmi per lei. Non per disinteresse, tutt’altro: se non avessi avuto la certezza di quanto, anche nei trip più sbarellati e deviati, la sua mente riuscisse a rimanere lucida e a tenere vivo un nocciolo duro di ragione, non sarei stato lì, smollato, su un decoroso mobile d’albergo ma avrei infilato al volo la porta per trovarla. Ma la testa girava, e me ne stavo seduto con in mano il biglietto profumato e decorato mentre spegnevo la luce principale della camera. Dalle veneziane filtrava solo qualche raggio livido, proveniente da un paio di lampioni in strada, e la luce debole, morbida e soffusa di una abat-jour creava una curiosa penombra ambrata. No, se la sarebbe cavata, e anche se così non fosse non avrebbe comunque accettato alcun aiuto a cuor leggero.

Lui uscì dal bagno: sfatto ma elegante, come se fosse reduce da una nottata di bagordi. Il gilet gessato aperto, la camicia nera col colletto slacciato e la cravatta antracite snodata attorno al collo; pantaloni con la riga ormai inesistente e scarpe di nappa lucida che iniziavano a farsi scomode.
Si sedette di fronte a me, sul letto, posando una canteen piena di scotch e un tumbler sul comodino. Si versò una dose abbondante di alcool e mi ficcò quello sguardo da bohemien bad ass dritto negli occhi. Non capita a tutti di poter guardare se stessi, quando si è lontani da uno specchio.

«What the hell are you doin’?»

Inglese. Profondo e sporco, l’unica lingua che gli permettesse di esprimersi totalmente senza freni, dando fiato alla sua voce bassa e ferma.
In quei momenti premevo il tasto della "selezione lingua" sul mio personale telecomando e passavo ad assecondarlo.

«Right now? Nothing. Isn’t it quite obvious for itself?»

Mugolò scontento, quindi tirò il primo sorso abbondante dal bicchiere.

«Please, could you stop drinking just for a minute? I guess you’ve been slurping that poison all night long: I woke up this morning with a terrible nausea, damn you…»

Non ci fece praticamente caso.

«Why?»
«I… I don’t know, ok? Geez, did you really have to come out right now? My head’s like a rolling barrell full of nails…»
«Of course I had to.»
«C’mon, she just went out for a walk or… God knows what, maybe she’ll just screw around a bit and she’ll be back on her feet. She can handle it…»
«That’s not the point. It’s not about if she is or isn’t capable of something: this is all about you. You are afraid, that’s all.»

Tentai di spostare lo sguardo altrove, iniziavo ad essere a disagio.

«Hey! Look at me. Look at me!»

Quello sguardo fottuto, baueresco, capace di mettermi nell’angolo e tenermici a piacimento.

«You are still thinking too much about what would be the right or the wrong thing to do. You are crying again on your spilled milk, a totally useless thing to do. You idiot, will you ever do something without thinking about consequences? Sitting there like a stupid bum won’t solve anything: you have to take the Shark and go out to look for her.»
«But she would…»
«That’s the point: you are too afraid of doin’ anything because you are scared to death to piss her off, you are too scared of recieving a loud and clear "fuck off!" as an answer for anything. Well, my gonzo double, people in a rare position such as yours must be ready and absolutely determined to face this eventuality. You’ve gotta face it, you must be there, you must be looking for her and you must, even, look at her angry or disappointed eyes, and stand your ground. That’s what a friend like you should do, not just saying "she’ll be fine". Of course she will, but that - is - not - the - point.»

Non distolse lo sguardo serio e severo dai miei occhi, anche mentre tirava giù l’ennesimo sorso di scotch. Aveva ragione, come sempre, e l’unica via d’uscita da quel corner psicologico sarebbe stata la porta della stanza, verso la portiera dello Squalo.
Affermai calmo ma convinto:

«I know where she’s gone. She left me a couple of hints.»
«Good. Then we’re clear here.»

Mi lanciò le chiavi del Piccolo Squalo Rosso, quindi si alzò lentamente, aggiustandosi il gilet. Mi alzai anche io, assieme a lui, gli feci un cenno d’approvazione e presi le ultime cose che mi servivano per gettarmi nella rescue mission che mi era stata affidata (o che mi ero affidato, a seconda dei punti di vista).

«Damn, I need a shower… Oh, and don’t try to fuck with me, pal. Just remember: you don’t want to walk down that road…»
«I guess you’re right. Ok then… Maybe I’ll catch you later. Maybe.»

Sapevo dove andare, quindi spinsi l’acceleratore dello Squalo a fondo, immerso nei miei pensieri. Avrei potuto farmi di qualche Rossa bella potente, ma lasciai perdere.
Il posto non era distante, quindi iniziai a rallentare appena fui nei paraggi; Mescaline giaceva sversa vicino a un’aiuola, la trovai così. Forse ubriaca, non so. Forse, pensai, si stava semplicemente facendo una dormita fuori luogo e, al massimo, il mattino seguente avrebbe avuto mal di schiena e un rispettoso cerchio alla testa. Forse. Comunque, non era il punto.
La sollevai a spalla e la misi sul sedile del passeggero: non era né sonno né trance, ma le sarebbe passato in qualche ora.

«Buona rima o verso… O servo?…»

Farneticava nel sonno e non mi sarei azzardato a chiederle spiegazioni, mi bastava, era buon segno. Tutto sembrava sotto controllo.
Speravo almeno che la soffiata di cui aveva parlato si rivelasse attendibile e fruttuosa per qualche scoop: non potevamo permetterci di essere Gonzo Journalist senza alcun obiettivo, adesso.

Etere vs 'Etere'

(Cliccate sul disegno per godervelo meglio)

technorati tags:gonzo, mescaline, mescalina, trip, schizofrenia, personalità, sdoppiamento, rescue, alcool

Uncategorizeddi Mescaline

Etere era tornato dal suo trip nel mondo della santità. Lei non c’era. Rimaneva un biglietto. Lilla e profumato. Come da cliché, era stato scritto in un corsivo barocco: impennate voluttuose verso l’alto e il basso, un’intera circonferenza aurea per ogni singola lettera. Spruzzato, poi, di gocce di profumo, in sostituzione di improbabili lacrime, era stato steso verticalmente finché gli arzigogoli tronfi non erano colati mesti e approssimativi l’uno sull’altro. Etere trovò che il tutto avesse una certa logica remota. Alle donne piangenti impestate di rigagnoli nerastri - ultimi baluardi di un trucco perfetto che solo poche ore prima avresti detto tatuato sul volto - corrispondevano biunivocamente lettere sbrodolate di decadente piagnisteo. ‘Ah, Mescaline, cosa hai combinato questa volta? Fammi leggere.’

«Ricevuto soffiata -stop- necessario intervento -stop- going dark -stop- you have to trust me -stop- mi trovi su indirizzo biglietto annesso -stop- Winston vive»

Le cose chiare erano almeno un paio, in quel campo minato di bave color seppia. Etere le appuntò sul tavolino stesso, senza perdere tempo a cercare fogli bianchi in quel merdaio di stanza. 1) la gonza si era sparata qualche puntata di troppo di 24: chiari segni di overdose erano riscontrabili sia nel lay-out paranoico adottato, sia nella scelta delle formule - squisitamente Jack Baueriane per struttura e idioma - con cui comunicava la decisione presa. 2) il fatto che Winston vivesse era stato senza dubbio reso palese, ai suoi occhi, da un abuso premeditato di Martini. Winston, infatti, era solito comparire remando a bordo del tappo di detta bevanda. Etere si fermò. Scosse il biglietto. Il terzo indizio prese a fluttuare descrivendo graziosi cerchi concentrici in uno sfarfallio cartaceo e multicolore. Planò sulla moquette. Il gonzo si chinò e, con estrema cautela, pinzò  tra indice e pollice il frammento di biglietto da visita che Mescaline aveva allegato alla sua missiva e lo lesse “U move: O’bar’s on air”, quindi concluse 3) una gonza in botta da 24 e totalmente sbronza si è infilata nel lounge party di O’bar - noto trafficante di musica di origini siriane che, per sfuggire alle persecuzioni post 9/11, aveva acutamente barattato l’esotico nome ‘Omar’ con un ben più Irlandese e ormai accettato ‘O’bar’. Il tavolino era pieno di frecce, nomi e schizzi di visi e luoghi. Etere sospirò. Affranto. Doveva andarla a ripescare, ancora una volta.

Era un loft. Un’illuminazione cupa e cangiante accolse Mescaline appena varcata la porta d’ingresso. C’era musica di ritmi e corpi. La travolse. Di quelle melodie che sono fatte apposta per scivolare invisibili tra le gambe accavallate, irretire i corpi e bramare le anime. Strane armonie possiedono gli involucri umani per intere notti di sabbah e rovistano in loro mentre, doppiando in battiti il pulsare del cuore, spingono al limite la mente e annientano la coscienza. Mescaline si prese un paio di minuti per incanalare l’ondata di input ricevuta. Poi si trascinò verso il bancone. Vedeva chiaramente la scia dei presenti. Anche se stavano fermi, seduti o ingrovigliati in bizzarre forme di corteggiamento semi inghiottiti dai divanetti turchesi. ‘Winston prenditi cura di me, dannazione, i tuoi intrugli mi sono letali.’ La barista, con un tempismo inquietante, le allungò un Martini sospirando lieve in uno sbuffo di cipria e crema all’incenso ‘è l’ultimo giro, questo lo offre la casa.’ Era il segnale concordato. Sotto al bicchiere c’era la chiave del bagno. Non serviva altro. Scansando corpi scossi dalle febbri musicali del buon O’bar, la gonza rintracciò il bagno, beccò la serratura al terzo tentativo, ignorò l’amorfa schiera di ansanti_semoventi_sincopati gemiti che si addossava all’ombra della parete, si chiuse la porta alle spalle. Silenzio. Vago ronzio da orecchie sovraccaricate dai decibel. Sapeva cosa fare. Spruzzò lo specchio ovale. Attese qualche istante. “Buona rima o verso.” La scritta comparve opalescente e tremolante, ma quanto bastava per essere letta e memorizzata. Sorrise compiaciuta. ‘E con questo, topastro dei miei stivali, battiamo Etere per una soffiata.’ Pare Winston abbia annuito soddisfatto. Dicunt. ‘E ora usciamo di qui.’

Alla consolle O’bar era affiancato da un certo Enz, l’ultima moda quanto a fonici da lounge di lusso. Mescaline si immerse di nuovo nel torrente di consumatori di musica allucinati. Scansò i due gorilla alla porta e tornò nel buio e nel primo caldo estivo. L’alcool e il piacere dell’aria tiepida sulla pelle la fecero andare a sbattere contro l’ubriaco di turno. Intento ad espletare funzioni primarie quali espellere dal corpo liquidi in eccesso. Uno contro l’altro. Urto anaelastico. Giallo paglierino. Equilibrio ballerino. Odore di terra bagnata. Mentre l’uomo se la rideva con gusto, inciampando di siepe in siepe verso le prime luci dell’alba, Mescaline cercava di ignorare le ripugnanti condizioni in cui si trovava, concentrandosi sullo scopo ultimo della sua missione. Il folle si girò ancora verso di lei, mostrandole orgoglioso il bottino: reggeva un vaso con una mano e un mucchio di rami indistinti con l’altra, mischiati a foglie e a quant’altro era riuscito a ramazzare dal suolo. “Rubo rami e vaso, no?” Questa fu l’ultima frase che giunse distinta alle orecchie di Mescaline prima che il sistema centrale, schifato e provato dalla serata, invocasse lo stato di calamità e mandasse in corto il resto, così com’era, in terra e totalmente alla mercé del caso… o della necessità.

Uncategorizeddi Etere

La mente vagheggiava in un inconsulto nulla totale. I pensieri, le idee, i propositi si erano rifugiati in angoli ben reconditi della mia testa, negandosi al legittimo proprietario. Cioè, me.
La calura intensa mi aveva obbligato ad uscire fin troppo allo scoperto: con il berretto alla pescatora ben calato sul capo e un imbarazzante paio di bermuda da mare, me ne stavo seduto su una flaccida poltrona gonfiabile al centro della piscina dell’hotel; appariscente, certo, ma dannatamente rinfrescato.

Non c’erano molti ospiti in questo agglomerato di stanze e lenzuola pulite; tanto meglio, pensai, la mia misantropia ne avrebbe giovato al di sopra di ogni aspettativa: al centro di una pozza azzurrina, infestata di cloro, avevo sollevato i ponti levatoi con la terra ferma e stavo azzerando la mia coscienza tra le note di un jazz ritmato e rilassante.
Mescaline interrogava puntigliosamente alcuni libri, sviscerandoli delle loro conoscenze, spolpandoli di ogni granello intelleggibilmente utile contenessero e facendoli suoi. Qualcosa di grosso, forse, era in vista. Comodamente appropriatasi di un intero tavolino, all’ombra della veranda della zona swimmin’ pool, la compare di viaggio sembrava molto più disconnessa di me circa quanto le stava accadendo attorno. Capacità invidiabile, assieme al suo multitasking continuo.
Torniamo a me. Sobrio, senza stupefacenti in circolo incapaci di stupirmi, rientrato sano, salvo e gaudente dal LitCamp, pensavo ai due incontri che nello stesso giorno mi avevano visto protagonista.

Mattina: grandi anime si muovono all’orizzonte; una di queste, maestra d’arte e di parte per il sottoscritto, doveva esser consultata in modo oracoliano al più presto. Un incontro informale per parlarsi del più e del meno, delle prospettive future di un fumettista sgangherato come il sottoscritto e di un’artista affermata e svampita come la suddetta. Chiacchiere piacevoli, insomma, passate tra una risata e l’altra nel ricordarci che, in fondo, dal primo maggio eravamo entrambi terroristi allo stato puro. Avrebbe influito sui nostri possibili spostamenti all’estero?
Caffé, caffeina, molecole che mi svegliavano. Proporzioni video, programmi di editing, arte, illustrazione, professori e governi folli: un fiume di argomenti senza obiettivo, fatto scorrere per il puro piacere di reincontrare un’amica, finalmente.

Tardo pomeriggio: la pinguina. Sì. Come in The Blues Brothers.
Etere, immaginandosi ogni volta vestito con la mise bisunta “finto funebre” di Elwood e Jake, si reca a far visita periodica a un’esponente diametralmente all’opposto dell’artista sua amica: una suora amica di famiglia. Non troppo convinto, specie visto il mio crescente e bruciante disamore per il clero, mi gettai sospettoso nelle fauci della scuola paritaria di cui è direttrice, esattamente rivivendo le gesta dei due uomini in missione per conto diddìo.

Sostanzialmente, niente di effettivamente succulento da riportare, tranne una cosa: eccezion fatta per una statuina a tema mariano, in terracotta, lo studio era totalmente esente da simboli sacri; anche il crocifisso d’ordinanza era nascosto sotto al goffo maglione grigio topo dell’uniforme, e se non fosse stato proprio per l’abbigliamento, e per quel fare candido nel parlare di chi non ha la minima idea, apparentemente, che le lettere “s”, “e” e “o”, opportunamente combinate, possano generare la parola sesso, non avrei avuto indizi per rendermi conto in quale ambiente mi stessi realmente trovando.

Curioso, pensai, che nonostante le miriadi di inutili, vacue e stupide polemiche degli anni passati sull’”importanza e ineluttabilità” (come no…) dei crocifissi nelle aule scolastiche, la direttrice non di una scuola casuale, ma di una scuola di suore non esponesse in bella mostra tutta la sofferenza teatrale di nostrosignore in croce. Forse, pensai, era un segno di maturità; ma, allo stesso tempo, i libri di psicologia che animavano in quantità la mobilia dello studio mi sembravano, davvero, un plateale ossimoro con tutto ciò che il velo in testa e il castissimo golfino rappresentavano.

La pinguina informatizzata, comunque, mi congedò in tempo per essere colpito, ahimé, dalle ultime sferzate afose di questo clima impazzito, abbastanza per farmi desiderare la piscina in cui avevo deciso di ammollire i miei stinchi, di ritorno nell’hotel.

Avrebbero servito cena, da un momento all’altro. La testa sarebbe rimasta vuota, ci avrei scommesso, ma la pancia, forse, si sarebbe oltremodo riempita.

technorati tags:, , , , , , , , , , ,

Uncategorizeddi Etere

Altre facce da LitCamp abbozzate, rubate, catturate.
Oggi Eio e Strelnik, Elena e… Elena.

More to come

 

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

«Il LitCamp aveva appena chiuso le sue regali porte dietro ai nostri proletarissimi culi. Le sei ore di maratona letteraria, di interstizio e di pranzo - tutto rigorosamente 2.0 qualsiasi_cosa_volesse_dire - si erano concluse. Io e il compare eravamo stati attenti. Avevo anche preso appunti.
L’arrivo fu dei più trafelati. Giusto il tempo di riprenderci dallo shock colpevole del bidone selvaggio tirato all’hotel esattamente di fronte a quello in cui, ora, scorrazzavamo giulivi come libellule. Doccia, cambio di vestiti, ascensore, *pin*, sala conferenze. Ammetto che impiegai diverse ore per la scelta delle scarpe. Son cose. Etere non voleva capire. Da perfetto profano, blaterava frasi del tipo “mettine un paio a caso, scendi a piedi nudi, dannazione fai ciò che credi ma andiamo, siamo in ritardo"…»

«…Ritardo ritardo no, ma mi andava di pigiare il piede a fondo sull’acceleratore e smuovere la situazione, quella mattina. il LitCamp: un cataclismico incontro tra le vecchie vene varicose della letteratura e la fresca aria primaverile della Rete: ne sarebbe uscito qualcosa di buono? Con che avremmo riempito i nostri taccuini?
Bevvi due bicchieri di troppo: due bicchieri e basta, ad esser precisi, e le immagini cominciarono a sfocare; potevo reggere rincoglionimenti da acido in quantità taurine, ma non riuscivo, ancora, a gestire in pieno gli effluvi dell’alcool: un bicchiere di rosso, un bicchiere di bianco ed ero fatto.
Si accartocciavano assieme parole mentre cercavo di seguire gli interventi e di ficcarmi negli interstizi come un benevolo tarlo incuriosito. Il barcamp, comunque, stava meritatamente avendo successo, anche qualitativamente: ordine, serenità, ampi spazi, pasti gratis, saggezza finale, tutto in un unico luogo aristocratico ma, in quel giorno, moderno e libero oltre ogni aspettativa.
Dannazione, se solo avessero aperto più finestre… Ci si squagliava, ma non sapevo distinguere quanto fosse colpa del nettare d’uva e quanto dell’effettivo maggio ferragostiano…»

«…Seguimmo la movida letteraria finché la camicetta non prese a tatuarmisi addosso dal caldo. Era una scena da vedere necessariamente sotto anfetamine. Per poterla raccontare ad altri. “Etere, leviamo le Mele da qui.” “Quando?” “Come la vedi: ‘adesso’?” Narcotizzammo Chandler e Howl e traslammo i nostri accaldati involucri corporei fino allo scintillante bar nella lounge dell’hotel.

“Due negroni, per favore.”

Mi appoggiai al bancone. Gelido, marmoreo. Pensai a quanti usi poteva facilmente ricoprire. Lo guardai meglio. “La sai lunga, tu, neh?” Una mia versione riflessa e scura mi fissava di rimando. Impassibile. “Non importa. Ah, fammi togliere queste trappole infernali…” Appoggiai una mano sulla spalla di Etere, ancora intento a scarabocchiare sulle brochure raccattate in giro, sollevai entrambi i talloni. Le sei ore precedenti erano accuratamente annotate sul retro dei miei piedi. “Non è che hai voglia di sederti…hmm… laggiù?” Il gonzo annuì senza nemmeno guardarmi. “Se se, come no. Sei stato l’amante segreto dei teletubbies.” Annuì di nuovo. Sarebbe stato un giochino interessante da registrare. Ma avevo solo bisogno di sedermi.
Tirai un’occhiata significativa a quel marpione del barman “sto muovendomi a quel tavolo, fa che i negroni si materializzino insieme a noi, grazie”, sperando che interpretasse correttamente lo sguardo sotto la maschera di rimmel colato e matita in modalità ‘disegno tribale’. Sono troppo eterea per un clima così torrido. Agguantai delicatamente il delizioso codino da ‘samurai in vacanza’ del mio compare, senza disturbarlo dal suo abbozzare visi e oggetti in 2D, e me lo trascinai dietro, fino al tavolo in discussione. “Ho quasi finito, sta ferma, mi fai sbagliare… devo fotografare l’attimo…” In quell’istante decisi che il prossimo regalo per quella miracolosa creatura sarebbe stato una stramaledetta macchina fotografica. Ero seduta. Senza alcun ritegno, tolsi le scarpe e poggiai i piedi sulle zampe metalliche del tavolo. In paziente attesa.»

«…Non che mi spiacesse. Qualunque cosa. Nel dubbio, non che mi spiacesse. Trascinato a un tavolino e immerso negli ultimi strappi di grafite su fogli e foglietti, seguii la preziosa compare. Negroni? Maledizione, altro alcool.

Coraggio, puoi farcela.

Lei stava dialogando con ognuna delle sue dieci dita dei piedi, convincendole una per una a intercedere per lei con i suoi doloranti talloni, sperando di strappar loro una tregua; dubitavo avrebbe funzionato, ma mai sottovalutare l’effetto placebo, cosiddetto. Qualcosa mi rendeva scomoda la postura svaccata® tipica di un gonzo di classe: infilai una mano dietro la schiena e tirai fuori dai pantaloni il colpevole: un libro minuto, dalla grafica molto carina e dai contenuti assolutamente folli, raccolti da un omino davvero su di giri come piaceva a noi.
"A Pinokkio’s bloody binary story", con la sua copertina violentemente bella, mi guardava e io guardavo lui, una cosa nietzchiana, praticamente. Ma, rossi come il peccato, in bicchieri eleganti e mostruosamente lindi (mai fidarsi) stavano arrivando i due "Big Niggaz" (sì, ok, i Negroni), spediti verso il nostro tavolinetto. Mescaline, mollemente e con tutta la calma che si confà a chi è stravolto, si sporse verso il suo, sempre sotto l’occhio ammiccante del barman.
Un giro speciale? Solo per lei? Mi mancavano solo i popcorn per godermi l’epilogo. Uno, due, tre, alzammo all’unisono il gomito, trangugiando una dose abbondante, adatta ai nostri standard per una degustazione corretta.
Ovviamente, le facce schifate non tardarono: negroni sciacquati, dalle dose imprecise e il gusto slavato. Ripetevo il mio mantra: diffidare dai bicchieri troppo lindi…»

«… I talloni urlarono. L’ultima cosa che mi ci voleva, come epilogo di giornata, era un cazzaro sbatacchino di alcool. Lo guardai. L’occhio destro lo immaginava appeso per la cravatta al ventilatore. L’occhio sinistro invece, essendo sinistro per contratto, si trastullava nel malsano pensiero di vederlo agonizzare con la faccia ripetutamente esposta al passaggio di un treno in folle corsa. ‘Frrr - splat splat splat - frrrr‘ Immagino che avrei indossato guanti di plastica fino al gomito e una maschera da saldatore, per l’occasione. E un paio di stivaloni da pesca… il dolore lancinante dei piedi mi fece tornare alla triste realtà. “Dimmi…” lessi la targhetta “…Sven, ci hai orinato in questa merda? Hai raccolto i fondi di bottiglia del tuo maledetto bancone di marmo?” Rimase interdetto, il sorriso gli si incrinò, gli incisivi da roditore in pensione si ritrassero imbarazzati. L’aura da marpione del bar venne spazzata via nello stesso tempo in cui versai il negroni, lo pseudo tale, sui talloni.
Qualcosa sfrigolò. Forse ero io. Etere, dal canto suo, aveva fatto scivolare gocce del liquido incriminato sul foglio da disegno e si divertiva a soffiarle con la cannuccia, creando improbabili percorsi mentali. Sicuramente qualcuno, un giorno, si sarebbe messo a studiare quel pezzetto di carta dichiarando necessaria e auspicabile la sua profonda comprensione per lo sviluppo della razza umana. “Sven, è stata una giornata pesante per tutti, prenditi questi inutili contenitori e vedi di implodere in qualche sgabuzzino, lontano da me.”
Sven abbozzò. Fece un tip tap di “…Ma. io. ma. veramente.” finché il gonzo non gli tirò, piano, un pezzo di gomma pane sul naso. Fu fatale. Scomparve urlando “Hippie!”
Poi vidi, sdraiato su due sgabelli, un simile. Aveva braghette da mare. Calze da calciatore. Scarpe da golf. Maglietta da radical chic. Barba mefistofelica. Stravolto. Come uno che ha appena finito di coordinare un barcamp. Stava lì, come se nulla al mondo potesse più importare. Tirava da una sigaretta homemade e, a giudicare dalle dimensioni ridotte, si stava bruciando le labbra. Ma continuava, imperterrito. Nell’altra mano, quella che ciondolava libera nel vuoto, stringeva una bottiglietta di… tè alla pesca.
Etere, seguendo il mio sguardo, suggerì di avvicinare il soggetto semi sciolto sugli sgabelli sostenendo di averlo visto al LitCamp, prossimo ad una bottiglia formato famiglia di vino rosso. In definitiva, quello, non poteva essere tè…»

«…Roteò appena gli occhi chiari, quindi un po’ la testa, e ci salutò amichevolmente, parlando con noi come se ci conoscesse da ormai una buona manciata d’anni. Chiacchierammo in modo impossibile da rimandare a memoria, su qualunque boiata ci girasse per la testa. Il LitCamp era stato un signor incontro, ma ora avevamo tutti solo voglia di sbragarci le cervella in sproloqui rilassati. Mescaline, che aveva intuito non esser tè quello contenuto nella bottiglietta quasi opaca di plasticaccia usata, prese a lamentarsi del pessimo negroni servitoci da quello sciagurato di Sven. Che il diavolo se lo porti… Che razza di mondo si delinea per il futuro se un tale scialacquato può buggerare due Gonzo Journalist come noi?

Comunque, il Bravuomo scosse la testa sorridendo, ricordandoci che "chiunque" sa che a quel bancone è meglio non ordinare nulla di più di un’acqua frizzante, conoscendo il soggetto.
Quindi lanciò il rimasuglio di bottiglia nella pattumiera d’angolo, nella sala, con scioltezza: pallacanestro, ci avrei scommesso. Sempre parlottando, sporse un braccio oltre la poltrona finché non riuscì a tirarsi in groppa la borsa che si portava dietro; rovistò un paio di secondi, quindi tirò fuori altri tre mezzilitri rossi rubino, offrendo il salvifico cocktail a noi compari di sventure.
Ovviamente, la prova fu superata in pieno: io mi smollai sullo schienale della poltrona, sorseggiando il bravuomico Negroni, Mescaline iniziò a gongolare.
Non so quanto potesse esser stato premeditato da un’eventuale Mente Collettiva, ma in sincrono, in totale relax, ci voltammo e alzammo cinicamente le tre bottigliette all’indirizzo di Sven, con arie assai soddisfatte.
Cincin, piciazzo

And now, for something completely necessary - ringraziamenti doverosi:

RedPill e Kurai, in primis anche solo per averci scarrozzati in trasferta, Arsenio Bravuomo, Vittorio Pasteris, Axell, Eio, Strelnik, Gommaweb, Pietro Izzo, Elena, Delymyth, jTheo, Maurizio Pelizzone, RobinGood… E se abbiamo dimenticato qualcuno, è che eravamo bevuti, non biasimateci.
Un grazie a tutti!
 

Uncategorizeddi Etere

Prime due testimonianze visive di chi era su al LitCamp: impronte di facce e persone che hanno attraversato le pupille dei Gonzi.

Ovviamente, riconoscetevi, e se non vi riconoscete pazientate: altre in arrivo! 

 

Il LOST trio Arseni', il Bravuomo (con negroni terminato) 

Uncategorizeddi Etere

“Signori?”
Il pinguino ci guardava dall’alto in basso: il colorito verdastro del suo viso semi-adolescenziale faceva pendant con il verde scuro dell’uniforme da scaricavalige, mentre le braccia sottili si sforzavano di reggere due pesanti pastrani invernali, degni del guardaroba di Amundsen in persona.

Dovevamo prendere tempo: quando diavolo avevamo comprato quei due residuati bellici? Le targhette intonse, ancora appese, facevano chiaramente capire che ci si trovava di fronte a due mostruosi capi di alta maglieria italiana, il cui costo proibitivo non ci aveva fermati quando, sotto un pesantissimo rush psicotropo, avevamo deciso (ma era il termine giusto?) di acquistarli tramite il servizio in camera.

“Assolutamente gentile da parte sua, ragazzo! E che dovrei farmene?”

“Err, signore… Li stavate dimenticando al guardaroba dell’hotel. Sono venuto a riportarveli.”

Il ragazzotto sembrava convinto di quel che diceva; pensai che, forse, se messo sotto pressione avrebbe ritrattato e avrebbe svelato il complotto diabolico ordito per incastrarci, avrebbe lasciato uscire i nomi dei suoi mandanti e i moventi, sicuramente mirati a una sottile vendetta personale.

Mio dio, pensavo, quanto ancora il cartello “Non disturbare”, vistosamente corretto a pennarello in “Non disturbare per nessuna fottutissima ragione. Abbiamo sonno!”, avrebbe tenuto lontane le donne delle pulizie? La mia mente iniziava a sudare dentro la scatola cranica: ansiogene immagini di un esercito di cameriere in tenuta antisommossa, assiepate davanti alla nostra porta, si materializzavano distorcendo la realtà, mentre cariche di esplosivo abbattevano la porta della suite rivelando il nostro osceno habitat naturale.

No, concentrati, forza.

Mescaline, rientrata nella sua vena aristocratica, sfoggiava un vistoso paio di occhiali da sole: la tenuta da diva maledetta e dismessa era completata dal roteare la sigaretta con ampi gesti, mentre il suo piede destro batteva sul marciapiede il ritmo della sua impazienza. O forse era ansia, come per me: eravamo a un pelo dall’esser colti in flagrante, proprio sull’epilogo della nostra frode aggravata ai danni di uno dei maggiori hotel della città.

“Ah perfetto ma non vedo la ricevuta!”
Ricevuta?” fece il marmocchio.
“Sì, certo! Io non prendo nulla senza firmare una ricevuta che accerti la proprietà di quell’oggetto! Potrei essere incastrato! Potrebbe essere una subdola truffa per poveri allocchi! Andiamo, guarda in fondo alla strada: l’asfalto sta tremolando, io sono madido di sudore e l’aria ha la densità del napalm, ti pare che compreremmo mai due palandrane invernali in una situazione simile?”
“Ma signore alla reception… Il servizio in camera…”
“Sì, sì, so come funzionano le reception su queste cose! Siete schiavi sottopagati incapaci di ribellarvi a un sistema antidemocratico e servilista, gli errori fioccano troppo spesso quando il malcontento serpeggia tra le fila degli sgobboni. Qualcuno ha fatto un errore, ragazzo, è evidente.”
“Ma, signore, cerchi di capire che la richiesta di…”
“Maledizione ma che scherzo sarebbe questo?! Stai insinuando che la direzione non si fida della mia parola? Sono un cliente facoltoso, siamo giornalisti di grande fama, io e la signorina, e non abbiamo certo tempo da perdere per inquisire una brava e innocente persona come te su sbagli che altri hanno commesso, facendosi grasse risate alle tue spalle. Dimmi, figliolo, è così che vuoi sia il tuo lavoro? Umiliazioni continue e lavate di capo tanto dai tuoi superiori quanto dagli ospiti di questa baracca?”
“No, signore, io sono solo qui per riportarle i suoi soprabiti che avete lasciato…”
“E va bene, maledizione! Li prendiamo! Dov’è la ricevuta?”
“Ricevuta… Signore, come le dicevo non c’è ricevuta per…”
“Santiddio dammi un pezzo di carta! Te la scrivo io la ricevuta!”

Il ragazzo era goffo sotto il peso delle due corazze antigelo in pura lana. Vedevo l’alone del suo calore, il disagio stava prendendo controllo del suo corpo e, giurerei, le sue ginocchia erano diventate di burro da un bel po’. Bene, forse stava funzionando. Forse, mi convinsi, sarebbe stato sul punto di abbandonare l’impresa: gli serviva solo la spinta giusta…

“Allora?”

Si dimenava tentando di estrarre un foglietto di carta dal taschino dell’uniforme, troppo grande per lui: le maniche cadevano lunghe e le pieghe della giacca denotavano involontaria sciatteria. Qualcosa avrebbe potuto farmi pena, ma non avevo il tempo né il lusso per permettermi altri giochetti: dovevamo chiudere la questione.
Con il braccio destro tremolante tentava smodatamente di tenere in equilibrio i due ciclopici soprabiti, mentre finalmente la sua mano sinistra mi porgeva un foglietto spiegazzato ma intonso.

“Mescaline, passami la sputazzona, per favore.”

Non si voltò nemmeno, continuando a seguire con lo sguardo scettico la sfilata di malvestiti e malvestite che transitava sul marciapiede; mi allungò la sputazzona, come mi piaceva chiamarla, ossia la sua stilografica a stantuffo preferita.

“Andiamo, dammi appoggio, ragazzo! Ecco, così.”

Riprese i pastrani con ambo le mani, così che potessi usarli a mo’ di tavolino.

“Ok, pronti, via… Io sottoscritto… Maledizione non scrive, aspetta!”

E con un plateale e collaudato gesto azionai lo stantuffo dell’inchiostro, inondando di fluido per amanuensi la coppia di inguardabili cappotti. C’eravamo quasi.

Cristoddio guarda che diavolo è successo!”
Il ragazzo era visibilmente imbarazzato e paonazzo, mentre tentava di balbettare ingiustificate scuse per l’accaduto.
“Santa merda potrebbero essersi rovinati per sempre! E io che avevo intenzione di prenderli, stavano persino iniziando a piacermi! Cristo, non startene lì impalato! Forza, corri alla tintoria dell’hotel, vedi che riescono a fare, muoviti!”
“S…Sì signore, sì, torno subito!”
“Ti aspettiamo qui, vedi di portarci notizie rassicuranti!”

Contaci pure amico, contaci… Sbattè contro la porta girevole, investendo un paio di caproni imbellettati, chiedendo scusa a destra e a manca per ogni atomo che si frantumava attorno a lui.

Era andato, tempo di filarsela prima che tornasse con i rinforzi. E, soprattutto, prima che riportasse alla nostra vista quei due orrendi cadaveri d’abbigliamento.

Nessuno lo avrebbe previsto: nascondere le cose nel posto più ovvio e più evidente, spesso, è una tattica vincente. E ci credevamo fermamente mentre entravamo, a bordo dello Squalo Rosso, nel parcheggio dell’hotel di fronte, pronti, stavolta, a seguire un altro Evento della scena blogger. E il gioco stava ricominciando. Stavamo decisamente prendendoci gusto.

technorati tags:, , , ,

Uncategorizeddi Mescaline

11.33, giovedì mattina.

Conosciuto anche, in codice, come il Flush Day. L’evacuazione di noi medesimi e dei nostri possedimenti. Lo scappone maldestro e arraffazzonato che pianificavamo periodicamente, quando la lingua era troppo felpata per leccare cartine o dorsi di rana e tornavamo sobri. Abbastanza da fissare imbarazzati le pareti della suite. Senza dire niente. Ma pensando distintamente, ognuno immerso nel proprio delirio:

“Quando cazzo ho avuto il tempo per disegnare enormi falli osceni e dettagliatissimi in prossimità di ogni singola presa della corrente?”
“Cosa ci fa l’iguana della cantante lirica del terzo piano sulla testata del mio letto?”
“Di chi sono i diciotto tomi in paleoslavo del vangelo di Novgorod e, per San Venceslao, quale folle li avrebbe usati come tappezzeria?”

Annaspavamo per qualche giro di lancetta nel non-rumore dell’altro. Poi uno zippo rompeva, rassicurante, il circolo vizioso di sospiri, gargarismi e fiati, l’erba pipa ci rammentava del Grande Spirito Sacro della Vacca Indiana. Sì, a onor del vero, va annotato anche questo: spesso prendevo a saltellare con il mio copricapo piumato nel vano tentativo di comunicare con l’iguana mistica, ritenendola il famiglio della cantante lirica nonché chiara ed indiscussa custode della sua voce.

“Tufu efe ifiofo dofobbifiafamofo scafappafarefe dafa qufuifi.”
“Sifi. Sufubifitofo.”

Ricorremmo al Farfallino. Chiaro segno di urgenza e di allarme.
Il trucco di Mary Poppins del mettere le cose a posto schioccando alle dita non parve funzionare completamente. Tuttavia Mary Popper, la sorella fattona, permise di velocizzare il processo della raccolta masserizie.
Il piano era semplice. Telare dalla suite, senza saldare il conto, per rifugiarci nella hall dell’albergo di fronte, in un aristocratico e temerario doppio jump cut. Puro snobismo paraculo.

L’accredito stampa pareva essere ancora valido, Etere era riuscito a rinnovare il nostro contratto, ci attendeva ora un congresso di eccentrici scribacchini, di quelli che un tempo sarebbero morti in botta da inchiostro e che ora si friggevano le pupille e i polpastrelli su sofisticate macchine da scrivere digitali. Pensare che io uso ancora la stilografica a stantuffo. Avevamo la copertura, dovevamo solo riuscire ad evadere.

“Hai finito di parlare alla tua spalla sinistra?” Etere mi guarda sospettoso, le mani piene di saponette alla lavanda e un sopracciglio sospeso nel nulla, sembrava essersi disegnato e stilizzato da solo. Mentre cerco la mano che esce dal foglio da disegno e vi rientra per auto disegnarsi - un trip acidissimo cui mi sottoponevo fin da piccola assieme all’amico Escher - rispondo al compare “Sto informando Mr Winston, che domande inutili…”

Spalanco la porta. Dai videogiochi ho imparato a fare strafe. Quindi, strafe dx, strafe sx, mi acquatto, ninja all’ennesima potenza.
“Pin!” L’ascensore, lurido traditore bastardo, scodella la donna delle pulizie al piano che, cigolando con il suo carrellino ricolmo di inamidati futuri involucri di lussuose scopate, manda in “abort abort” il primo tentativo di evasione. In perfetto sincrono, il televisore della stanza caccia un indomabile “Dammit!”, “eh”, penso io, “se lo dice anche Jack vuol dire che è proprio merda…”

Torno dentro. Guardo Etere. Lui guarda me. L’amica FiloDiffusione corona l’istante con Bitter Sweet Symphony. “Cazzo, mi viene da vomitare” Etere, è noto, non regge la tensione nè la mescalina troppo pura (e il fatto che io e lei ci chiamiamo allo stesso modo complica orrendamente le cose). Si fionda al cesso, inseguito da intere squadriglie di ferocissimi Lemmings pronti a saltellare allegri attorno a lui, rendendo indimenticabile la manciata di secondi in cui farà della coppa in porcellana la sua più intima confidente.

Temporeggio leggendo la tappezzeria. Grande popolo gli slavi. E ora potrei raccontarvi di Cirillo, di Metodio e dei loro sistemi di alfabetizzazione alla corte di Bisanzio, ma Etere mi fa segno di uscire, questa volta strisciando a carponi e contando le macchie sulla moquette.
Ci passa davanti una team compatto di suore, faccio tempo a tirare su il naso ed abbaiare “sono una terrorista!” che il collega mi riempie la bocca di deliziosi orsetti gommosi bofonchiando torvo “questi te li mandano i Lemmings, vedi di goderteli e tacere. Ci manca solo una diatriba col Santo Stato, non ti pare?”

Arriviamo miracolosamente alle scale. Ruzzoliamo giù, piano dopo piano, mimando il famoso passo del Muflone Inferocito. Varchiamo l’entrata laterale della hall. Pieno di gente. Un grossolano tributo fisico alla sovrappopolazione di questo pianeta in una sola, immediata, panoramica. “Fingiti sobria, fingiti in pari con i pagamenti del conto, fingiti veterana del lusso”, Winston suggerisce all’orecchio.
Vedo lo Squalo Rosso, la nuova mecca degli spostati scintilla sornione al sole. Etere sfodera il tagliando che ci permetterà di rientrare in possesso del fedele mezzo, abbiamo fede, lo vedo dipinto nei suoi occhi, ci stiamo credendo. Sulle note di Stayin’ Alive, a braccetto, sfidiamo il dio maligno della porta girevole. Entro io, lui rimane incastrato. Stayin’ Alive. Torno indietro, invertiamo i ruoli. Stayin’ Alive. Ce la facciamo. Siamo fuori.

“Signori, i vostri soprabiti?”

E così ci ghiaccia, a quaranta gradi, ci inchioda nell’asfalto melmoso e flaccido. Tanti bei libri sono stati scritti in prigione…

Uncategorizeddi Etere

Un’entità maligna e malvagia però, a quanto pare, tanto utile per noi poveri pigri di spirito. E, forse, il Pluripotente lassù ci sta dando una mano a farlo funzionare.

Vuoi vedere che, alla fine, bastava solo invocare Andrea Beggi?

Fottiporci!


technorati tags:, , , , ,


Blogged with Flock

Uncategorizeddi Etere

Uscimmo di gran carriera dalla suite: stavamo sforando da tre giorni il limite della prenotazione e il tempo concessoci dalla sonante carta di credito unlimited di noi poveri - in canna- Gonzo Journalist stava scadendo.
Ad ogni uscita mettevamo in atto precauzioni sempre diverse, cambiando i percorsi continuamente, pur di renderci virtualmente invisibili allo staff di quella prigione di lusso. Ci aggiravamo nei corridoi temendo la fine del Sogno ad ogni rumore di serratura che scattava riempiendo l’aria ingioiellata e il silenzio sfarzoso.

La carta era praticamente già scaduta, i portafogli disabitati e qualcuno ai piani alti, molto presto, si sarebbe insospettito.
Finire in un pilone di cemento dei cantieri genovesi per il metrò? Giammai, punizione indegna per due esseri crisalidali come noi: ci saremmo dovuti guadagnare qualcosa di molto meglio.

Ma come lasciare ai posteri il testimone, come renderli coscienti di tutto ciò? Ci venne un’idea. Prendemmo il mio registratore da combattimento, una cassetta musicale che non ci servisse, magari qualcosa di inascoltabile al punto giusto (tipo Avril Lavigne), e operammo, chiusi nel Piccolo Squalo Rosso ammarato nel buio parcheggio sotterraneo, un sano erase and rewind del nastro.

Iniziammo a raccontare le nostre avventure, programmando di lasciare quel testamento sonoro in qualche time capsule sicura, irraggiungibile, sotterrata in qualche lembo di terra umile e pagana, lontana da tutto quello sfarzo inutile e quel lusso ridondante.

Qualcuno, un giorno, magari un archeologo ambizioso, avrebbe ritrovato il reperto. Pensammo, così, di aggiungere anche una manciata di pillole, per aiutare i nostri fortuiti ascoltatori a capire meglio di quale viaggio sballato, scoordinato e deviato stessero vivendo la replica.

 
Uncategorizeddi Mescaline

Succede che quello scoppiato di Etere se ne esce dal cesso brandendo un pezzo di giornale.

“Risparmiami le conigliette, ti prego…”, faccio io mentre mi lucido le unghie con un arnese da fantascienza donatomi dalla technodonna Redpill. “Ci sono cose che vanno al di là del nostro rapporto professionale. Ed è bene che restino li, conigliette incluse. Légale, cospargile di coca, sniffale, cerca la loro ghiandola pineale… Cristo fai quello che ti pare, ma metti tra me e te una porta chiusa.” Etere sembrò sorpreso. Che non stesse pensando al sesso? Che avessi beccato l’unico istante sobrio della sua depravatissima storia di dipendenza dal feromone?
“Che vai farneticando?” Il foglio di giornale gli si affloscia in mano, mi fissa cercando, intorno alla poltrona di vimini su cui sono mollemente persa, i resti dell’ultimo trip, “Di che ti sei fatta?”, gli agito la lima di rimando “Santiddio smettila di lucidare le unghie, sono giorni che non fai altro…” Stronzate. Avevo passato le ultime 72 ore a rendere leggibili 5 capitoli di un libro. Maledetto bastardo. Stronzate a profusione. Avevo perso il sonno e l’appetito su frasi incomprensibili, maledicendo lo stato e chi, al suo interno, non aveva ancora pensato ad istituire il patentino di scrittore. A punti. “Toh, leggitelo.”

Succede che l’ho letto. Che ora sono qui. E che forse, a ben vedere, questo è molto meglio che un tir di conigliette pronte a soddisfare ogni perversione nota e ignota. Ho detto forse. Il trafiletto, comunque, recitava più o meno, letto come lo lessero i miei occhi, “Salone SlowFish, cibo e vino in abbondanza, di qualità e a poco prezzo”. E ora sono sulle scale del padiglione C. Seduta. Commossa e pronta ad un’immediata conversione al dio Nettuno. Del resto questo, for sure, era il suo circo itinerante. Un tripudio di cose morte squamose e bagnaticce mi fissa. Vitreo.
Iniziò tutto più o meno così, qualche ora prima.

“Signorina vuole che la guidi nel viaggio dei sensi?” quale tossico mi avrebbe chiamato mai “signorina”? eppure aveva detto “viaggio”. Mi girai senza sapere chi cercare, se un tossico imborghesito o un rappresentate delle forze dell’ordine con il gusto per l’umorismo sadico. Era un marinaio. O meglio. Un bellimbusto travestito da portuale. So sick. Lo lasciai lì, lobotomizzato come l’avevo trovato. Facesse viaggiare chi voleva. Non me.

La botta pesante arrivò quando la misi in bocca. E tutto il merdaio caotico che avevo intorno scomparve. L’intero bazar di suoni e facce, di odori e rumori si iconizzò istantaneamente. Nel tempo di un tweet, avevo trovato l’angolo del mio schermo mentale che permetteva di far sparire tutte le altre finestre sensoriali. Via la scolaresca che fagocita fritto misto. Via la coppia di cariatidi raggrinzite, via il loro rossetto sbavato, via l’anello ormai largo sul dito che affonda nel patè a degustazione. Via anche l’odore di fiera, via la moquette da non-luogo, via l’aria chiusa che puzza di neon e ventilatori. Via il vociare confuso, il ritmo degli accenti e delle cadenze, il filtro delle parole. Fu come se dieci fiale di popper si fossero rotte insieme. Eppure, pensai mentre mi accasciavo in pieno amplesso sensoriale, avevo solo fatto scivolare dentro di me un’ostrica. Il fatto, poi, che ne ingurgitai un’altra dozzina buona, dilapidando risorse faticosamente acquisite, ha probabilmente a che fare con la bottiglia di Muller Thurgau trovata appena aperta e abbandonata nella zona dell’Enoteca.

“Ho un accredito stampa, mi dia quel piatto di polipo, olio e peperoncino immediatamente, devo scrivere la recensione” Riconoscerei la voce tra mille. Quel tono supponente, vagamente zigzagante, mentre articola pensieri e sfumazza come un turco. Mi avvicinai stacchettando da dietro “Il signore gradisce anche una degustazione di vino insieme al polipo?”, dissi facendo oscillare la seconda bottiglia della giornata. La standista pensò che Etere fosse veramente un inviato stampa, e caricò di conseguenza la porzione. Il gonzo mi  circondò delicatamente la vita con un braccio, trascinandomi via dallo Stand Iberico prima che il bluff perfetto venisse sgamato da un vero giornalista. Scomparimmo in una dissolvenza incrociata. Io con una bottiglia in mano, lui con una piattata di polipo. Fin sulle scale. Sul tragitto raccattammo ancora bizzarri frutti marini, degni di uno scenario di Warhammer 40.000, c’era anche tanto di video illustrativo, poveri pazzi che si calavano dalle scogliere per raccogliere queste deliziose creature. Mi presi un attimo per rifletterci, pessima tempistica Mescaline, Etere si era spippato l’intera dose di creature misteriose.

E ora, come vi dicevo, sono sulle scale del padiglione C mentre, pronti come sempre alle  più disparate sperimentazioni, ci accingiamo ad assalire lo stand delle ostriche piatte. Ben consapevole di aver trovato in loro la mia nuova forma di dipendenza settimanale, Etere mi asseconda farneticando di scogliere, di come si senta attaccato allo scoglio, di quanto tema la venuta di crudeli marinai pronti a privarlo della sua unica certezza per svenderlo sul mercato del gusto… Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

 UPDATE: ho scoperto che qualcun altro ha creato una recensione più credibile dello stesso evento…sniffatevi Kurai, che è meglio ^_^