Succede che quello scoppiato di Etere se ne esce dal cesso brandendo un pezzo di giornale.

“Risparmiami le conigliette, ti prego…”, faccio io mentre mi lucido le unghie con un arnese da fantascienza donatomi dalla technodonna Redpill. “Ci sono cose che vanno al di là del nostro rapporto professionale. Ed è bene che restino li, conigliette incluse. Légale, cospargile di coca, sniffale, cerca la loro ghiandola pineale… Cristo fai quello che ti pare, ma metti tra me e te una porta chiusa.” Etere sembrò sorpreso. Che non stesse pensando al sesso? Che avessi beccato l’unico istante sobrio della sua depravatissima storia di dipendenza dal feromone?
“Che vai farneticando?” Il foglio di giornale gli si affloscia in mano, mi fissa cercando, intorno alla poltrona di vimini su cui sono mollemente persa, i resti dell’ultimo trip, “Di che ti sei fatta?”, gli agito la lima di rimando “Santiddio smettila di lucidare le unghie, sono giorni che non fai altro…” Stronzate. Avevo passato le ultime 72 ore a rendere leggibili 5 capitoli di un libro. Maledetto bastardo. Stronzate a profusione. Avevo perso il sonno e l’appetito su frasi incomprensibili, maledicendo lo stato e chi, al suo interno, non aveva ancora pensato ad istituire il patentino di scrittore. A punti. “Toh, leggitelo.”

Succede che l’ho letto. Che ora sono qui. E che forse, a ben vedere, questo è molto meglio che un tir di conigliette pronte a soddisfare ogni perversione nota e ignota. Ho detto forse. Il trafiletto, comunque, recitava più o meno, letto come lo lessero i miei occhi, “Salone SlowFish, cibo e vino in abbondanza, di qualità e a poco prezzo”. E ora sono sulle scale del padiglione C. Seduta. Commossa e pronta ad un’immediata conversione al dio Nettuno. Del resto questo, for sure, era il suo circo itinerante. Un tripudio di cose morte squamose e bagnaticce mi fissa. Vitreo.
Iniziò tutto più o meno così, qualche ora prima.

“Signorina vuole che la guidi nel viaggio dei sensi?” quale tossico mi avrebbe chiamato mai “signorina”? eppure aveva detto “viaggio”. Mi girai senza sapere chi cercare, se un tossico imborghesito o un rappresentate delle forze dell’ordine con il gusto per l’umorismo sadico. Era un marinaio. O meglio. Un bellimbusto travestito da portuale. So sick. Lo lasciai lì, lobotomizzato come l’avevo trovato. Facesse viaggiare chi voleva. Non me.

La botta pesante arrivò quando la misi in bocca. E tutto il merdaio caotico che avevo intorno scomparve. L’intero bazar di suoni e facce, di odori e rumori si iconizzò istantaneamente. Nel tempo di un tweet, avevo trovato l’angolo del mio schermo mentale che permetteva di far sparire tutte le altre finestre sensoriali. Via la scolaresca che fagocita fritto misto. Via la coppia di cariatidi raggrinzite, via il loro rossetto sbavato, via l’anello ormai largo sul dito che affonda nel patè a degustazione. Via anche l’odore di fiera, via la moquette da non-luogo, via l’aria chiusa che puzza di neon e ventilatori. Via il vociare confuso, il ritmo degli accenti e delle cadenze, il filtro delle parole. Fu come se dieci fiale di popper si fossero rotte insieme. Eppure, pensai mentre mi accasciavo in pieno amplesso sensoriale, avevo solo fatto scivolare dentro di me un’ostrica. Il fatto, poi, che ne ingurgitai un’altra dozzina buona, dilapidando risorse faticosamente acquisite, ha probabilmente a che fare con la bottiglia di Muller Thurgau trovata appena aperta e abbandonata nella zona dell’Enoteca.

“Ho un accredito stampa, mi dia quel piatto di polipo, olio e peperoncino immediatamente, devo scrivere la recensione” Riconoscerei la voce tra mille. Quel tono supponente, vagamente zigzagante, mentre articola pensieri e sfumazza come un turco. Mi avvicinai stacchettando da dietro “Il signore gradisce anche una degustazione di vino insieme al polipo?”, dissi facendo oscillare la seconda bottiglia della giornata. La standista pensò che Etere fosse veramente un inviato stampa, e caricò di conseguenza la porzione. Il gonzo mi  circondò delicatamente la vita con un braccio, trascinandomi via dallo Stand Iberico prima che il bluff perfetto venisse sgamato da un vero giornalista. Scomparimmo in una dissolvenza incrociata. Io con una bottiglia in mano, lui con una piattata di polipo. Fin sulle scale. Sul tragitto raccattammo ancora bizzarri frutti marini, degni di uno scenario di Warhammer 40.000, c’era anche tanto di video illustrativo, poveri pazzi che si calavano dalle scogliere per raccogliere queste deliziose creature. Mi presi un attimo per rifletterci, pessima tempistica Mescaline, Etere si era spippato l’intera dose di creature misteriose.

E ora, come vi dicevo, sono sulle scale del padiglione C mentre, pronti come sempre alle  più disparate sperimentazioni, ci accingiamo ad assalire lo stand delle ostriche piatte. Ben consapevole di aver trovato in loro la mia nuova forma di dipendenza settimanale, Etere mi asseconda farneticando di scogliere, di come si senta attaccato allo scoglio, di quanto tema la venuta di crudeli marinai pronti a privarlo della sua unica certezza per svenderlo sul mercato del gusto… Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

 UPDATE: ho scoperto che qualcun altro ha creato una recensione più credibile dello stesso evento…sniffatevi Kurai, che è meglio ^_^