Uscimmo di gran carriera dalla suite: stavamo sforando da tre giorni il limite della prenotazione e il tempo concessoci dalla sonante carta di credito unlimited di noi poveri - in canna- Gonzo Journalist stava scadendo.
Ad ogni uscita mettevamo in atto precauzioni sempre diverse, cambiando i percorsi continuamente, pur di renderci virtualmente invisibili allo staff di quella prigione di lusso. Ci aggiravamo nei corridoi temendo la fine del Sogno ad ogni rumore di serratura che scattava riempiendo l’aria ingioiellata e il silenzio sfarzoso.

La carta era praticamente già scaduta, i portafogli disabitati e qualcuno ai piani alti, molto presto, si sarebbe insospettito.
Finire in un pilone di cemento dei cantieri genovesi per il metrò? Giammai, punizione indegna per due esseri crisalidali come noi: ci saremmo dovuti guadagnare qualcosa di molto meglio.

Ma come lasciare ai posteri il testimone, come renderli coscienti di tutto ciò? Ci venne un’idea. Prendemmo il mio registratore da combattimento, una cassetta musicale che non ci servisse, magari qualcosa di inascoltabile al punto giusto (tipo Avril Lavigne), e operammo, chiusi nel Piccolo Squalo Rosso ammarato nel buio parcheggio sotterraneo, un sano erase and rewind del nastro.

Iniziammo a raccontare le nostre avventure, programmando di lasciare quel testamento sonoro in qualche time capsule sicura, irraggiungibile, sotterrata in qualche lembo di terra umile e pagana, lontana da tutto quello sfarzo inutile e quel lusso ridondante.

Qualcuno, un giorno, magari un archeologo ambizioso, avrebbe ritrovato il reperto. Pensammo, così, di aggiungere anche una manciata di pillole, per aiutare i nostri fortuiti ascoltatori a capire meglio di quale viaggio sballato, scoordinato e deviato stessero vivendo la replica.