“Signori?”
Il pinguino ci guardava dall’alto in basso: il colorito verdastro del suo viso semi-adolescenziale faceva pendant con il verde scuro dell’uniforme da scaricavalige, mentre le braccia sottili si sforzavano di reggere due pesanti pastrani invernali, degni del guardaroba di Amundsen in persona.
Dovevamo prendere tempo: quando diavolo avevamo comprato quei due residuati bellici? Le targhette intonse, ancora appese, facevano chiaramente capire che ci si trovava di fronte a due mostruosi capi di alta maglieria italiana, il cui costo proibitivo non ci aveva fermati quando, sotto un pesantissimo rush psicotropo, avevamo deciso (ma era il termine giusto?) di acquistarli tramite il servizio in camera.
“Assolutamente gentile da parte sua, ragazzo! E che dovrei farmene?”
“Err, signore… Li stavate dimenticando al guardaroba dell’hotel. Sono venuto a riportarveli.”
Il ragazzotto sembrava convinto di quel che diceva; pensai che, forse, se messo sotto pressione avrebbe ritrattato e avrebbe svelato il complotto diabolico ordito per incastrarci, avrebbe lasciato uscire i nomi dei suoi mandanti e i moventi, sicuramente mirati a una sottile vendetta personale.
Mio dio, pensavo, quanto ancora il cartello “Non disturbare”, vistosamente corretto a pennarello in “Non disturbare per nessuna fottutissima ragione. Abbiamo sonno!”, avrebbe tenuto lontane le donne delle pulizie? La mia mente iniziava a sudare dentro la scatola cranica: ansiogene immagini di un esercito di cameriere in tenuta antisommossa, assiepate davanti alla nostra porta, si materializzavano distorcendo la realtà, mentre cariche di esplosivo abbattevano la porta della suite rivelando il nostro osceno habitat naturale.
No, concentrati, forza.
Mescaline, rientrata nella sua vena aristocratica, sfoggiava un vistoso paio di occhiali da sole: la tenuta da diva maledetta e dismessa era completata dal roteare la sigaretta con ampi gesti, mentre il suo piede destro batteva sul marciapiede il ritmo della sua impazienza. O forse era ansia, come per me: eravamo a un pelo dall’esser colti in flagrante, proprio sull’epilogo della nostra frode aggravata ai danni di uno dei maggiori hotel della città.
“Ah perfetto ma non vedo la ricevuta!”
“Ricevuta?” fece il marmocchio.
“Sì, certo! Io non prendo nulla senza firmare una ricevuta che accerti la proprietà di quell’oggetto! Potrei essere incastrato! Potrebbe essere una subdola truffa per poveri allocchi! Andiamo, guarda in fondo alla strada: l’asfalto sta tremolando, io sono madido di sudore e l’aria ha la densità del napalm, ti pare che compreremmo mai due palandrane invernali in una situazione simile?”
“Ma signore alla reception… Il servizio in camera…”
“Sì, sì, so come funzionano le reception su queste cose! Siete schiavi sottopagati incapaci di ribellarvi a un sistema antidemocratico e servilista, gli errori fioccano troppo spesso quando il malcontento serpeggia tra le fila degli sgobboni. Qualcuno ha fatto un errore, ragazzo, è evidente.”
“Ma, signore, cerchi di capire che la richiesta di…”
“Maledizione ma che scherzo sarebbe questo?! Stai insinuando che la direzione non si fida della mia parola? Sono un cliente facoltoso, siamo giornalisti di grande fama, io e la signorina, e non abbiamo certo tempo da perdere per inquisire una brava e innocente persona come te su sbagli che altri hanno commesso, facendosi grasse risate alle tue spalle. Dimmi, figliolo, è così che vuoi sia il tuo lavoro? Umiliazioni continue e lavate di capo tanto dai tuoi superiori quanto dagli ospiti di questa baracca?”
“No, signore, io sono solo qui per riportarle i suoi soprabiti che avete lasciato…”
“E va bene, maledizione! Li prendiamo! Dov’è la ricevuta?”
“Ricevuta… Signore, come le dicevo non c’è ricevuta per…”
“Santiddio dammi un pezzo di carta! Te la scrivo io la ricevuta!”
Il ragazzo era goffo sotto il peso delle due corazze antigelo in pura lana. Vedevo l’alone del suo calore, il disagio stava prendendo controllo del suo corpo e, giurerei, le sue ginocchia erano diventate di burro da un bel po’. Bene, forse stava funzionando. Forse, mi convinsi, sarebbe stato sul punto di abbandonare l’impresa: gli serviva solo la spinta giusta…
“Allora?”
Si dimenava tentando di estrarre un foglietto di carta dal taschino dell’uniforme, troppo grande per lui: le maniche cadevano lunghe e le pieghe della giacca denotavano involontaria sciatteria. Qualcosa avrebbe potuto farmi pena, ma non avevo il tempo né il lusso per permettermi altri giochetti: dovevamo chiudere la questione.
Con il braccio destro tremolante tentava smodatamente di tenere in equilibrio i due ciclopici soprabiti, mentre finalmente la sua mano sinistra mi porgeva un foglietto spiegazzato ma intonso.
“Mescaline, passami la sputazzona, per favore.”
Non si voltò nemmeno, continuando a seguire con lo sguardo scettico la sfilata di malvestiti e malvestite che transitava sul marciapiede; mi allungò la sputazzona, come mi piaceva chiamarla, ossia la sua stilografica a stantuffo preferita.
“Andiamo, dammi appoggio, ragazzo! Ecco, così.”
Riprese i pastrani con ambo le mani, così che potessi usarli a mo’ di tavolino.
“Ok, pronti, via… Io sottoscritto… Maledizione non scrive, aspetta!”
E con un plateale e collaudato gesto azionai lo stantuffo dell’inchiostro, inondando di fluido per amanuensi la coppia di inguardabili cappotti. C’eravamo quasi.
“Cristoddio guarda che diavolo è successo!”
Il ragazzo era visibilmente imbarazzato e paonazzo, mentre tentava di balbettare ingiustificate scuse per l’accaduto.
“Santa merda potrebbero essersi rovinati per sempre! E io che avevo intenzione di prenderli, stavano persino iniziando a piacermi! Cristo, non startene lì impalato! Forza, corri alla tintoria dell’hotel, vedi che riescono a fare, muoviti!”
“S…Sì signore, sì, torno subito!”
“Ti aspettiamo qui, vedi di portarci notizie rassicuranti!”
Contaci pure amico, contaci… Sbattè contro la porta girevole, investendo un paio di caproni imbellettati, chiedendo scusa a destra e a manca per ogni atomo che si frantumava attorno a lui.
Era andato, tempo di filarsela prima che tornasse con i rinforzi. E, soprattutto, prima che riportasse alla nostra vista quei due orrendi cadaveri d’abbigliamento.
Nessuno lo avrebbe previsto: nascondere le cose nel posto più ovvio e più evidente, spesso, è una tattica vincente. E ci credevamo fermamente mentre entravamo, a bordo dello Squalo Rosso, nel parcheggio dell’hotel di fronte, pronti, stavolta, a seguire un altro Evento della scena blogger. E il gioco stava ricominciando. Stavamo decisamente prendendoci gusto.