«Il LitCamp aveva appena chiuso le sue regali porte dietro ai nostri proletarissimi culi. Le sei ore di maratona letteraria, di interstizio e di pranzo - tutto rigorosamente 2.0 qualsiasi_cosa_volesse_dire - si erano concluse. Io e il compare eravamo stati attenti. Avevo anche preso appunti.
L’arrivo fu dei più trafelati. Giusto il tempo di riprenderci dallo shock colpevole del bidone selvaggio tirato all’hotel esattamente di fronte a quello in cui, ora, scorrazzavamo giulivi come libellule. Doccia, cambio di vestiti, ascensore, *pin*, sala conferenze. Ammetto che impiegai diverse ore per la scelta delle scarpe. Son cose. Etere non voleva capire. Da perfetto profano, blaterava frasi del tipo “mettine un paio a caso, scendi a piedi nudi, dannazione fai ciò che credi ma andiamo, siamo in ritardo"…»

«…Ritardo ritardo no, ma mi andava di pigiare il piede a fondo sull’acceleratore e smuovere la situazione, quella mattina. il LitCamp: un cataclismico incontro tra le vecchie vene varicose della letteratura e la fresca aria primaverile della Rete: ne sarebbe uscito qualcosa di buono? Con che avremmo riempito i nostri taccuini?
Bevvi due bicchieri di troppo: due bicchieri e basta, ad esser precisi, e le immagini cominciarono a sfocare; potevo reggere rincoglionimenti da acido in quantità taurine, ma non riuscivo, ancora, a gestire in pieno gli effluvi dell’alcool: un bicchiere di rosso, un bicchiere di bianco ed ero fatto.
Si accartocciavano assieme parole mentre cercavo di seguire gli interventi e di ficcarmi negli interstizi come un benevolo tarlo incuriosito. Il barcamp, comunque, stava meritatamente avendo successo, anche qualitativamente: ordine, serenità, ampi spazi, pasti gratis, saggezza finale, tutto in un unico luogo aristocratico ma, in quel giorno, moderno e libero oltre ogni aspettativa.
Dannazione, se solo avessero aperto più finestre… Ci si squagliava, ma non sapevo distinguere quanto fosse colpa del nettare d’uva e quanto dell’effettivo maggio ferragostiano…»

«…Seguimmo la movida letteraria finché la camicetta non prese a tatuarmisi addosso dal caldo. Era una scena da vedere necessariamente sotto anfetamine. Per poterla raccontare ad altri. “Etere, leviamo le Mele da qui.” “Quando?” “Come la vedi: ‘adesso’?” Narcotizzammo Chandler e Howl e traslammo i nostri accaldati involucri corporei fino allo scintillante bar nella lounge dell’hotel.

“Due negroni, per favore.”

Mi appoggiai al bancone. Gelido, marmoreo. Pensai a quanti usi poteva facilmente ricoprire. Lo guardai meglio. “La sai lunga, tu, neh?” Una mia versione riflessa e scura mi fissava di rimando. Impassibile. “Non importa. Ah, fammi togliere queste trappole infernali…” Appoggiai una mano sulla spalla di Etere, ancora intento a scarabocchiare sulle brochure raccattate in giro, sollevai entrambi i talloni. Le sei ore precedenti erano accuratamente annotate sul retro dei miei piedi. “Non è che hai voglia di sederti…hmm… laggiù?” Il gonzo annuì senza nemmeno guardarmi. “Se se, come no. Sei stato l’amante segreto dei teletubbies.” Annuì di nuovo. Sarebbe stato un giochino interessante da registrare. Ma avevo solo bisogno di sedermi.
Tirai un’occhiata significativa a quel marpione del barman “sto muovendomi a quel tavolo, fa che i negroni si materializzino insieme a noi, grazie”, sperando che interpretasse correttamente lo sguardo sotto la maschera di rimmel colato e matita in modalità ‘disegno tribale’. Sono troppo eterea per un clima così torrido. Agguantai delicatamente il delizioso codino da ‘samurai in vacanza’ del mio compare, senza disturbarlo dal suo abbozzare visi e oggetti in 2D, e me lo trascinai dietro, fino al tavolo in discussione. “Ho quasi finito, sta ferma, mi fai sbagliare… devo fotografare l’attimo…” In quell’istante decisi che il prossimo regalo per quella miracolosa creatura sarebbe stato una stramaledetta macchina fotografica. Ero seduta. Senza alcun ritegno, tolsi le scarpe e poggiai i piedi sulle zampe metalliche del tavolo. In paziente attesa.»

«…Non che mi spiacesse. Qualunque cosa. Nel dubbio, non che mi spiacesse. Trascinato a un tavolino e immerso negli ultimi strappi di grafite su fogli e foglietti, seguii la preziosa compare. Negroni? Maledizione, altro alcool.

Coraggio, puoi farcela.

Lei stava dialogando con ognuna delle sue dieci dita dei piedi, convincendole una per una a intercedere per lei con i suoi doloranti talloni, sperando di strappar loro una tregua; dubitavo avrebbe funzionato, ma mai sottovalutare l’effetto placebo, cosiddetto. Qualcosa mi rendeva scomoda la postura svaccata® tipica di un gonzo di classe: infilai una mano dietro la schiena e tirai fuori dai pantaloni il colpevole: un libro minuto, dalla grafica molto carina e dai contenuti assolutamente folli, raccolti da un omino davvero su di giri come piaceva a noi.
"A Pinokkio’s bloody binary story", con la sua copertina violentemente bella, mi guardava e io guardavo lui, una cosa nietzchiana, praticamente. Ma, rossi come il peccato, in bicchieri eleganti e mostruosamente lindi (mai fidarsi) stavano arrivando i due "Big Niggaz" (sì, ok, i Negroni), spediti verso il nostro tavolinetto. Mescaline, mollemente e con tutta la calma che si confà a chi è stravolto, si sporse verso il suo, sempre sotto l’occhio ammiccante del barman.
Un giro speciale? Solo per lei? Mi mancavano solo i popcorn per godermi l’epilogo. Uno, due, tre, alzammo all’unisono il gomito, trangugiando una dose abbondante, adatta ai nostri standard per una degustazione corretta.
Ovviamente, le facce schifate non tardarono: negroni sciacquati, dalle dose imprecise e il gusto slavato. Ripetevo il mio mantra: diffidare dai bicchieri troppo lindi…»

«… I talloni urlarono. L’ultima cosa che mi ci voleva, come epilogo di giornata, era un cazzaro sbatacchino di alcool. Lo guardai. L’occhio destro lo immaginava appeso per la cravatta al ventilatore. L’occhio sinistro invece, essendo sinistro per contratto, si trastullava nel malsano pensiero di vederlo agonizzare con la faccia ripetutamente esposta al passaggio di un treno in folle corsa. ‘Frrr - splat splat splat - frrrr‘ Immagino che avrei indossato guanti di plastica fino al gomito e una maschera da saldatore, per l’occasione. E un paio di stivaloni da pesca… il dolore lancinante dei piedi mi fece tornare alla triste realtà. “Dimmi…” lessi la targhetta “…Sven, ci hai orinato in questa merda? Hai raccolto i fondi di bottiglia del tuo maledetto bancone di marmo?” Rimase interdetto, il sorriso gli si incrinò, gli incisivi da roditore in pensione si ritrassero imbarazzati. L’aura da marpione del bar venne spazzata via nello stesso tempo in cui versai il negroni, lo pseudo tale, sui talloni.
Qualcosa sfrigolò. Forse ero io. Etere, dal canto suo, aveva fatto scivolare gocce del liquido incriminato sul foglio da disegno e si divertiva a soffiarle con la cannuccia, creando improbabili percorsi mentali. Sicuramente qualcuno, un giorno, si sarebbe messo a studiare quel pezzetto di carta dichiarando necessaria e auspicabile la sua profonda comprensione per lo sviluppo della razza umana. “Sven, è stata una giornata pesante per tutti, prenditi questi inutili contenitori e vedi di implodere in qualche sgabuzzino, lontano da me.”
Sven abbozzò. Fece un tip tap di “…Ma. io. ma. veramente.” finché il gonzo non gli tirò, piano, un pezzo di gomma pane sul naso. Fu fatale. Scomparve urlando “Hippie!”
Poi vidi, sdraiato su due sgabelli, un simile. Aveva braghette da mare. Calze da calciatore. Scarpe da golf. Maglietta da radical chic. Barba mefistofelica. Stravolto. Come uno che ha appena finito di coordinare un barcamp. Stava lì, come se nulla al mondo potesse più importare. Tirava da una sigaretta homemade e, a giudicare dalle dimensioni ridotte, si stava bruciando le labbra. Ma continuava, imperterrito. Nell’altra mano, quella che ciondolava libera nel vuoto, stringeva una bottiglietta di… tè alla pesca.
Etere, seguendo il mio sguardo, suggerì di avvicinare il soggetto semi sciolto sugli sgabelli sostenendo di averlo visto al LitCamp, prossimo ad una bottiglia formato famiglia di vino rosso. In definitiva, quello, non poteva essere tè…»

«…Roteò appena gli occhi chiari, quindi un po’ la testa, e ci salutò amichevolmente, parlando con noi come se ci conoscesse da ormai una buona manciata d’anni. Chiacchierammo in modo impossibile da rimandare a memoria, su qualunque boiata ci girasse per la testa. Il LitCamp era stato un signor incontro, ma ora avevamo tutti solo voglia di sbragarci le cervella in sproloqui rilassati. Mescaline, che aveva intuito non esser tè quello contenuto nella bottiglietta quasi opaca di plasticaccia usata, prese a lamentarsi del pessimo negroni servitoci da quello sciagurato di Sven. Che il diavolo se lo porti… Che razza di mondo si delinea per il futuro se un tale scialacquato può buggerare due Gonzo Journalist come noi?

Comunque, il Bravuomo scosse la testa sorridendo, ricordandoci che "chiunque" sa che a quel bancone è meglio non ordinare nulla di più di un’acqua frizzante, conoscendo il soggetto.
Quindi lanciò il rimasuglio di bottiglia nella pattumiera d’angolo, nella sala, con scioltezza: pallacanestro, ci avrei scommesso. Sempre parlottando, sporse un braccio oltre la poltrona finché non riuscì a tirarsi in groppa la borsa che si portava dietro; rovistò un paio di secondi, quindi tirò fuori altri tre mezzilitri rossi rubino, offrendo il salvifico cocktail a noi compari di sventure.
Ovviamente, la prova fu superata in pieno: io mi smollai sullo schienale della poltrona, sorseggiando il bravuomico Negroni, Mescaline iniziò a gongolare.
Non so quanto potesse esser stato premeditato da un’eventuale Mente Collettiva, ma in sincrono, in totale relax, ci voltammo e alzammo cinicamente le tre bottigliette all’indirizzo di Sven, con arie assai soddisfatte.
Cincin, piciazzo

And now, for something completely necessary - ringraziamenti doverosi:

RedPill e Kurai, in primis anche solo per averci scarrozzati in trasferta, Arsenio Bravuomo, Vittorio Pasteris, Axell, Eio, Strelnik, Gommaweb, Pietro Izzo, Elena, Delymyth, jTheo, Maurizio Pelizzone, RobinGood… E se abbiamo dimenticato qualcuno, è che eravamo bevuti, non biasimateci.
Un grazie a tutti!