La mente vagheggiava in un inconsulto nulla totale. I pensieri, le idee, i propositi si erano rifugiati in angoli ben reconditi della mia testa, negandosi al legittimo proprietario. Cioè, me.
La calura intensa mi aveva obbligato ad uscire fin troppo allo scoperto: con il berretto alla pescatora ben calato sul capo e un imbarazzante paio di bermuda da mare, me ne stavo seduto su una flaccida poltrona gonfiabile al centro della piscina dell’hotel; appariscente, certo, ma dannatamente rinfrescato.
Non c’erano molti ospiti in questo agglomerato di stanze e lenzuola pulite; tanto meglio, pensai, la mia misantropia ne avrebbe giovato al di sopra di ogni aspettativa: al centro di una pozza azzurrina, infestata di cloro, avevo sollevato i ponti levatoi con la terra ferma e stavo azzerando la mia coscienza tra le note di un jazz ritmato e rilassante.
Mescaline interrogava puntigliosamente alcuni libri, sviscerandoli delle loro conoscenze, spolpandoli di ogni granello intelleggibilmente utile contenessero e facendoli suoi. Qualcosa di grosso, forse, era in vista. Comodamente appropriatasi di un intero tavolino, all’ombra della veranda della zona swimmin’ pool, la compare di viaggio sembrava molto più disconnessa di me circa quanto le stava accadendo attorno. Capacità invidiabile, assieme al suo multitasking continuo.
Torniamo a me. Sobrio, senza stupefacenti in circolo incapaci di stupirmi, rientrato sano, salvo e gaudente dal LitCamp, pensavo ai due incontri che nello stesso giorno mi avevano visto protagonista.
Mattina: grandi anime si muovono all’orizzonte; una di queste, maestra d’arte e di parte per il sottoscritto, doveva esser consultata in modo oracoliano al più presto. Un incontro informale per parlarsi del più e del meno, delle prospettive future di un fumettista sgangherato come il sottoscritto e di un’artista affermata e svampita come la suddetta. Chiacchiere piacevoli, insomma, passate tra una risata e l’altra nel ricordarci che, in fondo, dal primo maggio eravamo entrambi terroristi allo stato puro. Avrebbe influito sui nostri possibili spostamenti all’estero?
Caffé, caffeina, molecole che mi svegliavano. Proporzioni video, programmi di editing, arte, illustrazione, professori e governi folli: un fiume di argomenti senza obiettivo, fatto scorrere per il puro piacere di reincontrare un’amica, finalmente.
Tardo pomeriggio: la pinguina. Sì. Come in The Blues Brothers.
Etere, immaginandosi ogni volta vestito con la mise bisunta “finto funebre” di Elwood e Jake, si reca a far visita periodica a un’esponente diametralmente all’opposto dell’artista sua amica: una suora amica di famiglia. Non troppo convinto, specie visto il mio crescente e bruciante disamore per il clero, mi gettai sospettoso nelle fauci della scuola paritaria di cui è direttrice, esattamente rivivendo le gesta dei due uomini in missione per conto diddìo.
Sostanzialmente, niente di effettivamente succulento da riportare, tranne una cosa: eccezion fatta per una statuina a tema mariano, in terracotta, lo studio era totalmente esente da simboli sacri; anche il crocifisso d’ordinanza era nascosto sotto al goffo maglione grigio topo dell’uniforme, e se non fosse stato proprio per l’abbigliamento, e per quel fare candido nel parlare di chi non ha la minima idea, apparentemente, che le lettere “s”, “e” e “o”, opportunamente combinate, possano generare la parola sesso, non avrei avuto indizi per rendermi conto in quale ambiente mi stessi realmente trovando.
Curioso, pensai, che nonostante le miriadi di inutili, vacue e stupide polemiche degli anni passati sull’”importanza e ineluttabilità” (come no…) dei crocifissi nelle aule scolastiche, la direttrice non di una scuola casuale, ma di una scuola di suore non esponesse in bella mostra tutta la sofferenza teatrale di nostrosignore in croce. Forse, pensai, era un segno di maturità; ma, allo stesso tempo, i libri di psicologia che animavano in quantità la mobilia dello studio mi sembravano, davvero, un plateale ossimoro con tutto ciò che il velo in testa e il castissimo golfino rappresentavano.
La pinguina informatizzata, comunque, mi congedò in tempo per essere colpito, ahimé, dalle ultime sferzate afose di questo clima impazzito, abbastanza per farmi desiderare la piscina in cui avevo deciso di ammollire i miei stinchi, di ritorno nell’hotel.
Avrebbero servito cena, da un momento all’altro. La testa sarebbe rimasta vuota, ci avrei scommesso, ma la pancia, forse, si sarebbe oltremodo riempita.
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