Etere era tornato dal suo trip nel mondo della santità. Lei non c’era. Rimaneva un biglietto. Lilla e profumato. Come da cliché, era stato scritto in un corsivo barocco: impennate voluttuose verso l’alto e il basso, un’intera circonferenza aurea per ogni singola lettera. Spruzzato, poi, di gocce di profumo, in sostituzione di improbabili lacrime, era stato steso verticalmente finché gli arzigogoli tronfi non erano colati mesti e approssimativi l’uno sull’altro. Etere trovò che il tutto avesse una certa logica remota. Alle donne piangenti impestate di rigagnoli nerastri - ultimi baluardi di un trucco perfetto che solo poche ore prima avresti detto tatuato sul volto - corrispondevano biunivocamente lettere sbrodolate di decadente piagnisteo. ‘Ah, Mescaline, cosa hai combinato questa volta? Fammi leggere.’
«Ricevuto soffiata -stop- necessario intervento -stop- going dark -stop- you have to trust me -stop- mi trovi su indirizzo biglietto annesso -stop- Winston vive»
Le cose chiare erano almeno un paio, in quel campo minato di bave color seppia. Etere le appuntò sul tavolino stesso, senza perdere tempo a cercare fogli bianchi in quel merdaio di stanza. 1) la gonza si era sparata qualche puntata di troppo di 24: chiari segni di overdose erano riscontrabili sia nel lay-out paranoico adottato, sia nella scelta delle formule - squisitamente Jack Baueriane per struttura e idioma - con cui comunicava la decisione presa. 2) il fatto che Winston vivesse era stato senza dubbio reso palese, ai suoi occhi, da un abuso premeditato di Martini. Winston, infatti, era solito comparire remando a bordo del tappo di detta bevanda. Etere si fermò. Scosse il biglietto. Il terzo indizio prese a fluttuare descrivendo graziosi cerchi concentrici in uno sfarfallio cartaceo e multicolore. Planò sulla moquette. Il gonzo si chinò e, con estrema cautela, pinzò tra indice e pollice il frammento di biglietto da visita che Mescaline aveva allegato alla sua missiva e lo lesse “U move: O’bar’s on air”, quindi concluse 3) una gonza in botta da 24 e totalmente sbronza si è infilata nel lounge party di O’bar - noto trafficante di musica di origini siriane che, per sfuggire alle persecuzioni post 9/11, aveva acutamente barattato l’esotico nome ‘Omar’ con un ben più Irlandese e ormai accettato ‘O’bar’. Il tavolino era pieno di frecce, nomi e schizzi di visi e luoghi. Etere sospirò. Affranto. Doveva andarla a ripescare, ancora una volta.
Era un loft. Un’illuminazione cupa e cangiante accolse Mescaline appena varcata la porta d’ingresso. C’era musica di ritmi e corpi. La travolse. Di quelle melodie che sono fatte apposta per scivolare invisibili tra le gambe accavallate, irretire i corpi e bramare le anime. Strane armonie possiedono gli involucri umani per intere notti di sabbah e rovistano in loro mentre, doppiando in battiti il pulsare del cuore, spingono al limite la mente e annientano la coscienza. Mescaline si prese un paio di minuti per incanalare l’ondata di input ricevuta. Poi si trascinò verso il bancone. Vedeva chiaramente la scia dei presenti. Anche se stavano fermi, seduti o ingrovigliati in bizzarre forme di corteggiamento semi inghiottiti dai divanetti turchesi. ‘Winston prenditi cura di me, dannazione, i tuoi intrugli mi sono letali.’ La barista, con un tempismo inquietante, le allungò un Martini sospirando lieve in uno sbuffo di cipria e crema all’incenso ‘è l’ultimo giro, questo lo offre la casa.’ Era il segnale concordato. Sotto al bicchiere c’era la chiave del bagno. Non serviva altro. Scansando corpi scossi dalle febbri musicali del buon O’bar, la gonza rintracciò il bagno, beccò la serratura al terzo tentativo, ignorò l’amorfa schiera di ansanti_semoventi_sincopati gemiti che si addossava all’ombra della parete, si chiuse la porta alle spalle. Silenzio. Vago ronzio da orecchie sovraccaricate dai decibel. Sapeva cosa fare. Spruzzò lo specchio ovale. Attese qualche istante. “Buona rima o verso.” La scritta comparve opalescente e tremolante, ma quanto bastava per essere letta e memorizzata. Sorrise compiaciuta. ‘E con questo, topastro dei miei stivali, battiamo Etere per una soffiata.’ Pare Winston abbia annuito soddisfatto. Dicunt. ‘E ora usciamo di qui.’
Alla consolle O’bar era affiancato da un certo Enz, l’ultima moda quanto a fonici da lounge di lusso. Mescaline si immerse di nuovo nel torrente di consumatori di musica allucinati. Scansò i due gorilla alla porta e tornò nel buio e nel primo caldo estivo. L’alcool e il piacere dell’aria tiepida sulla pelle la fecero andare a sbattere contro l’ubriaco di turno. Intento ad espletare funzioni primarie quali espellere dal corpo liquidi in eccesso. Uno contro l’altro. Urto anaelastico. Giallo paglierino. Equilibrio ballerino. Odore di terra bagnata. Mentre l’uomo se la rideva con gusto, inciampando di siepe in siepe verso le prime luci dell’alba, Mescaline cercava di ignorare le ripugnanti condizioni in cui si trovava, concentrandosi sullo scopo ultimo della sua missione. Il folle si girò ancora verso di lei, mostrandole orgoglioso il bottino: reggeva un vaso con una mano e un mucchio di rami indistinti con l’altra, mischiati a foglie e a quant’altro era riuscito a ramazzare dal suolo. “Rubo rami e vaso, no?” Questa fu l’ultima frase che giunse distinta alle orecchie di Mescaline prima che il sistema centrale, schifato e provato dalla serata, invocasse lo stato di calamità e mandasse in corto il resto, così com’era, in terra e totalmente alla mercé del caso… o della necessità.