Mi presi un paio di minuti per riflettere, lasciando cedere i muscoli delle gambe e franando su una poltrona, sprofondando nei suoi cuscini; caldo, troppo, stavo appiccicandomi alla mobilia e non potevo sopportarlo.
Mescaline aveva lasciato la stanza da non troppo tempo; più la conoscevo e più mi risultava difficile preoccuparmi per lei. Non per disinteresse, tutt’altro: se non avessi avuto la certezza di quanto, anche nei trip più sbarellati e deviati, la sua mente riuscisse a rimanere lucida e a tenere vivo un nocciolo duro di ragione, non sarei stato lì, smollato, su un decoroso mobile d’albergo ma avrei infilato al volo la porta per trovarla. Ma la testa girava, e me ne stavo seduto con in mano il biglietto profumato e decorato mentre spegnevo la luce principale della camera. Dalle veneziane filtrava solo qualche raggio livido, proveniente da un paio di lampioni in strada, e la luce debole, morbida e soffusa di una abat-jour creava una curiosa penombra ambrata. No, se la sarebbe cavata, e anche se così non fosse non avrebbe comunque accettato alcun aiuto a cuor leggero.
Lui uscì dal bagno: sfatto ma elegante, come se fosse reduce da una nottata di bagordi. Il gilet gessato aperto, la camicia nera col colletto slacciato e la cravatta antracite snodata attorno al collo; pantaloni con la riga ormai inesistente e scarpe di nappa lucida che iniziavano a farsi scomode.
Si sedette di fronte a me, sul letto, posando una canteen piena di scotch e un tumbler sul comodino. Si versò una dose abbondante di alcool e mi ficcò quello sguardo da bohemien bad ass dritto negli occhi. Non capita a tutti di poter guardare se stessi, quando si è lontani da uno specchio.
«What the hell are you doin’?»
Inglese. Profondo e sporco, l’unica lingua che gli permettesse di esprimersi totalmente senza freni, dando fiato alla sua voce bassa e ferma.
In quei momenti premevo il tasto della "selezione lingua" sul mio personale telecomando e passavo ad assecondarlo.
«Right now? Nothing. Isn’t it quite obvious for itself?»
Mugolò scontento, quindi tirò il primo sorso abbondante dal bicchiere.
«Please, could you stop drinking just for a minute? I guess you’ve been slurping that poison all night long: I woke up this morning with a terrible nausea, damn you…»
Non ci fece praticamente caso.
«Why?»
«I… I don’t know, ok? Geez, did you really have to come out right now? My head’s like a rolling barrell full of nails…»
«Of course I had to.»
«C’mon, she just went out for a walk or… God knows what, maybe she’ll just screw around a bit and she’ll be back on her feet. She can handle it…»
«That’s not the point. It’s not about if she is or isn’t capable of something: this is all about you. You are afraid, that’s all.»
Tentai di spostare lo sguardo altrove, iniziavo ad essere a disagio.
«Hey! Look at me. Look at me!»
Quello sguardo fottuto, baueresco, capace di mettermi nell’angolo e tenermici a piacimento.
«You are still thinking too much about what would be the right or the wrong thing to do. You are crying again on your spilled milk, a totally useless thing to do. You idiot, will you ever do something without thinking about consequences? Sitting there like a stupid bum won’t solve anything: you have to take the Shark and go out to look for her.»
«But she would…»
«That’s the point: you are too afraid of doin’ anything because you are scared to death to piss her off, you are too scared of recieving a loud and clear "fuck off!" as an answer for anything. Well, my gonzo double, people in a rare position such as yours must be ready and absolutely determined to face this eventuality. You’ve gotta face it, you must be there, you must be looking for her and you must, even, look at her angry or disappointed eyes, and stand your ground. That’s what a friend like you should do, not just saying "she’ll be fine". Of course she will, but that - is - not - the - point.»
Non distolse lo sguardo serio e severo dai miei occhi, anche mentre tirava giù l’ennesimo sorso di scotch. Aveva ragione, come sempre, e l’unica via d’uscita da quel corner psicologico sarebbe stata la porta della stanza, verso la portiera dello Squalo.
Affermai calmo ma convinto:
«I know where she’s gone. She left me a couple of hints.»
«Good. Then we’re clear here.»
Mi lanciò le chiavi del Piccolo Squalo Rosso, quindi si alzò lentamente, aggiustandosi il gilet. Mi alzai anche io, assieme a lui, gli feci un cenno d’approvazione e presi le ultime cose che mi servivano per gettarmi nella rescue mission che mi era stata affidata (o che mi ero affidato, a seconda dei punti di vista).
«Damn, I need a shower… Oh, and don’t try to fuck with me, pal. Just remember: you don’t want to walk down that road…»
«I guess you’re right. Ok then… Maybe I’ll catch you later. Maybe.»
Sapevo dove andare, quindi spinsi l’acceleratore dello Squalo a fondo, immerso nei miei pensieri. Avrei potuto farmi di qualche Rossa bella potente, ma lasciai perdere.
Il posto non era distante, quindi iniziai a rallentare appena fui nei paraggi; Mescaline giaceva sversa vicino a un’aiuola, la trovai così. Forse ubriaca, non so. Forse, pensai, si stava semplicemente facendo una dormita fuori luogo e, al massimo, il mattino seguente avrebbe avuto mal di schiena e un rispettoso cerchio alla testa. Forse. Comunque, non era il punto.
La sollevai a spalla e la misi sul sedile del passeggero: non era né sonno né trance, ma le sarebbe passato in qualche ora.
«Buona rima o verso… O servo?…»
Farneticava nel sonno e non mi sarei azzardato a chiederle spiegazioni, mi bastava, era buon segno. Tutto sembrava sotto controllo.
Speravo almeno che la soffiata di cui aveva parlato si rivelasse attendibile e fruttuosa per qualche scoop: non potevamo permetterci di essere Gonzo Journalist senza alcun obiettivo, adesso.
(Cliccate sul disegno per godervelo meglio)
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