Me, Myself & I (click to enlarge)

Mi svegliai con mezza faccia tempestata di puntine, piantate con discreta precisione nei punti nevralgici del sistema visivo e olfattivo. Probabilmente qualche Lillipuziano aveva deciso di stabilirsi con tenda e picchetti sulla mia faccia. Che Etere si fosse improvvisato gran gonzo dell’agopuntura? Non importa, decisi, devo solo pensare che abbia rubato gli appunti agli sceneggiatori di Doc House. O che abbia preferito la versione tibetana e sottocosto della medesima serie. Un grossolano crossover tra Bollywood e i cinema da casa di recupero in cui il dottore di turno ti cura a suon di danze del ventre e gran masticazioni dell’unico farmaco possibile. Il peyote. Qualcuno dentro di me obiettò circa la localizzazione geografica di questo mio trip televisivo. Un po’ raffazzonata, diciamolo.

Detto questo. Quando la tua emicrania raggiunge vette che il resto degli umani ignora, ci sono una serie di cose da fare. E una serie di cose da non fare. Perché, come dicevano i Ghostbuster, Incrociare i flussi, è male. Quindi, prima che il camice dello zoppo torni davanti a me e mi scannerizzi anche la ghiandola pineale, mi sembra doveroso annotare quanto segue.

Una delle peggiori scelte che puoi fare in quel frangente è concentrarti sulla prima scena de Un chien andalou. Decisamente non puoi affrontare i rasoi affetta pupille. Rischieresti, nell’ordine: 1) tentare l’emulazione, guidato dalla pista di Aulin che ti sei tirato mentre con la destra spruzzavi Novalgina direttamente in gola e con la sinistra schieravi in formazione dai 6 ai 12 Moment 2) finire col vedere l’intera pellicola dei compagni di merenda Bunuel e Dalì e quindi trovare assolutamente imperdonabile il morire senza aver tenuto un esercito di formiche nella mano o senza aver trainato una coppia di preti attaccati ad una coppia di pianoforti a coda con carcassa animale all inclusive  3) dimenticarti del prefisso “sur” e rammentare solo “realismo” mettendo in pratica quanto appena illustrato.

Punto secondo. Mai, per nessun motivo al mondo, cercare di leggere o tradurre un alfabeto diverso dal tuo. Quindi se in quel frangente le teste di cuoio russe tirano giù la porta del bagno e ti trovano arroccata sulla tazza del cesso con i polpacci incremati e un rasoio in mano, per quanto tu sia in grado di fornire e di chiedere delucidazioni circa lo stramaledetto errore che si è fatto con Stalin, per quanto tu aspettassi quel momento dalla prima volta che hai articolato un suono gutturalmente sovietico, taci.

Ricorda: l’emicrania ti rende attraente come un topo muschiato e agile come l’ultimo dei dodi.

Stavo per arrivare alle cose che invece sì, cazzo, si possono fare.
Si, puoi cercare di interrogare ogni singola parte del tuo corpo per avere indietro i bollettini con lo stato di salute. E, magari, impelagarti per qualche secondo - di quelli dilatati che diventano ore - nel magico mondo di Siamo Fatti Così. Ancora una volta, mi tocca ripetere, la versione tibetana era meglio, anche di questo. Che come fanno il cinema i tibetani, nessuno.

Mi alzai. Gesuiddio quanto poco sana fu l’idea di farmi bipede. Cazzo credi, che la gravità aiuti? Ho una molotov in testa e barcollo come un grattacielo di San Francisco in pieno terremoto. I tacchi. Ecco, i tacchi fanno parte dell’Incrociare i flussi. That’s bad. L’emicrania ti permette di tirare due dadi da sei - uno per caviglia - e sperimentare tutte le fantasiose combinazioni con cui riuscirai a slogarti dei pezzi, rompertene altri e scricchiolare. Come le noci in bocca agli scoiattoli - crock crock crock.

Scagliai lontano i tacchi. Uno dritto dritto sulla mappa del piano antincendio dell’hotel: “Tu sei qui”. Fanculo, quando sarò qui e starò bruciando pensi me ne possa fottere di meno? Certo, potevo sempre sperare nello stuntman tibetano che, a capo delle teste di cuoio russe di cui sopra, piroettava tra le fiamme imitando la cheerleader di Heroes e mi mollava sulla sdraio della piscina con tanto di bicchiere e ombrellino in mano. Sicuro come gli incassi di Bollywood. L’altro tacco finì, invece, esattamente sul cavallo dei pantaloni di quell’ammasso di stracci che ronfava sulla poltrona “Ahi”. Etere. Maledizione a lui e alle sue manie di protagonismo. “Questo è per essere arrivato DOPO che un ubriaco del cazzo mi orinasse sulle scarpe nuove.

Muro, mi serviva un muro. Ripetute testate possono temporaneamente sospendere l’effetto “ho una motosega tra i due emisferi e non riesco a sentirmi la punta del naso”. Controindicazioni. In rari casi possono verificarsi commozioni cerebrali, perdita di memoria, sonnolenza, aggressività indotta e sdoppiamento di personalità.

Fu così che ci incontrammo, finalmente. Io e quella che sta scrivendo. Cioè, io e io. Un trip acidissimo. Come vedere Nixon che gioca a scacchi con Eltsin al grande tavolo dei morti storici. Era lì, ritagliata sullo specchio del bagno. Per un secondo non capii. Ero io? Non ricordavo di aver scelto una simile pettinatura l’ultima volta che ero stata dal parrucchiere. “Gesù, sembro una torta nuziale!” Cacciai la testa nell’acqua del lavandino. Riemersi sputazzando. Eppure quella cosa inguardabile e terribilmente rassomigliante era ancora lì.
Chiaro come il sole, era una situazione da flussi incrociati. Qualcosa che nemmeno il più navigato dei drogati è disposto a vedere. Il se stesso demiurgo. Motore immobile. Profumava di lillà. Come i cadaveri dei santi. Come i Fratelli Karamazov. Ma lì, poi, puzzavano tutti.
Si accese una sigaretta. Ne volevo una anche io. Mi si materializzò tra le mani. Era veramente oltre. Cominciai a sbraitare “Sono un dio doratooooo” mentre lei mi fissava compiaciuta. Beh, pensai, se la vedo io la posso presentare anche a quello scoppiato di Etere.

Dovevo saperlo. Come nei film. Appena c’è qualcosa degno di nota, il protagonista fa la stronzata che rimette a nanna la fantasia e tira giù dal letto la vecchia e incartapecorita realtà. Non so ancora se fu perché le diedi le spalle. O perché le avevo dato della torta nuziale. O perché Novalgina, Aulin e Moment fecero effetto nello stesso istante. Ma nello specchio c’ero solo io. Bella come un topo muschiato centrifugato. Agile come un dodo estinto. That’s all, folks.