<prequel>
La sera prima avevo deciso di sniffare sociale. Attenzione. Mescaline esce con il mondo 3D. Baciai in fronte Etere lasciandolo immerso in discussioni sonnambule con una gnocca da bancone, una di quelle che ha scoperto i reggiseni in silicone di Intimissimi e che non riesce a fare a meno di chiederti “metti una mano qui. dimmi, lo senti?”. Oh, cristo se lo sento.

Dunque ero uscita. Appunto mentale: uscire con una coppia di coppiette dopo che pratichi il deserto sentimentale da mesi equivale a sventagliare un tir di Gatorade di fronte ai partecipanti alla maratona di N.Y. con 40° all’ombra. Cominci a sentire Love is all around us, la gente per le strade sorride. E non capisci. Se sei in pieno sballo da acido. O se si sono scoppiati tutti una fiala di elio mentre ti sei soffiata il naso e hai chiuso gli occhi per 7 secondi. In quei 7 secondi si sono appostati negli angoli più scuri e insondabili interi drappelli di voci bianche, in perfetto completo da concerto, con tanto di ali disegnate e ricamate d’oro. In quei 7 secondi è sceso dio in persona, ha consegnato gli spartiti dell’alleluja ai suoi maledetti emissari e ha dato il La - e no, per chi avesse dubbi, dio non è Alanis Morissette. 7 secondi di slow motion allestiti per devastare la salute mentale in un semplice “play” di riavvio della realtà.
Intravidi un paio di piume candide ondeggiare. Piccioni? Gabbiani? Lotta dei cuscini e sesso annesso al 5° piano della palazzina? No, signori. Putti. Grassi, flaccidi, sorridenti. Putti. Chiesi due Mohito. Ignorai le bottigliette di schweppes annesse. C’era Hemingway dietro di me. “Ragazza come pensi di bere quel Mohito? Butta quella gazzosina. Brava la mia ragazza!

Morale. Il fegato venduto al miglior offerente in un’orgia di cattiva amministrazione da alcol. Inizio Fase due da astinenza *prepararsi al salto nell’iperspazio*. Torni in hotel alle tre del mattino dopo aver camminato solo sulle mattonelle orizzontali imitando il famoso passo della papera. Accendi il portatile e guardi “Love actually” dalle due alle tre volte. Ti inchiodi allo specchio. Sei la cosa meno chiavabile da qui alla Siberia. Rovisti nella memoria finché non riaffiora il ricordo dei due ubriachi che contavano i fili del tuo perizoma mentre facevi la papera. Quella allo specchio ti guarda e con un sibilo ti stronca “cretina, gli ubriachi non contano.” C’è solo una cosa che ti salva. Lo smalto. E l’odore di acetone. Sparato per direttissima naso-neuroni sull’interstatale alba - mattino, fermi al casello “autocommiserazione”, 1 cittadino.
</prequel>

<QuasiFemcamp>
Qualcosa vibrava. No, non uno di quelli. La segretaria evocata dalla suoneria del cellulare mi guarda a carponi sul letto. Ha ancora una goccia di Chanel addosso. “Hello? hem, cough-cough… are you there?

Riassesto il puzzle del mio cervello nel tempo in cui lei, sorridendo innocente come un Buondì Motta glassato, accavalla le gambe e mi indica l’orologio della suite. 7.31 a.m.

In sincrono (il regista di The Snatch sul lampadario filma quanto segue):

- fermo immagine sulla mia faccia, primissimo piano in bianco e nero, scritta in sovrimpressione *OMG*
- ripetuti *tonf* di frutta marcia che cade dall’albero: stuoli di bambini obesi si abbattono con l’aureola ormai a mo’ di collanina. Mi rendo conto di aver decimato l’ala sud del paradiso, stacco l’audio mentale (il nastro doppiato da un Mosconi in stato di grazia). Mi esce un filo di fumo dalle orecchie.
- la segretaria si alza, si pianta sui suoi tacchi 10, gambe larghe, tira fuori dal corpetto la colt 44 manico d’avorio in dotazione al corpo “segretarie da suoneria”, punta verso il regista di cui sopra e spara.
- mi alzo mi lavo mi vesto faccio la borsa raccatto il telefono qualche soldo prendo il beauty per truccarmi nel tragitto. -stop- soffio via il ciuffo che copriva la visuale di un occhio, balzo sul letto, raccolgo il proiettile a mezz’aria, salvo il regista.
- stretta di mano segretaria-sottoscritta, commento sui reggiseni in silicone, scambio di battute sulla scelta dello smalto di ieri notte. La ricaccio nel telefono. 7.35 a.m.

    Trovo Etere che gioca a briscola con il Fantasma del Natale Passato seduto sulla moquette color cane_che_corre™. Non dice una parola. Spezzo uno stick di Popper, giusto per rompere il ghiaccio, prima che lui spari lo Squalo alla velocità direttamente proporzionale alla sua incazzatura.
</QuasiFemCamp>

<FemCamp>
Dicono che fosse a Bologna. Io sostengo di aver rilevato le coordinate dell’equatore. Le mie scarpe hanno deciso di prendere come souvenir un pezzo d’asfalto. Ho provato ad interrogarlo. Chiaramente non è di Bologna. Il gruppo di indigeni, poi, che abbiamo miracolosamente evitato mentre Etere eseguiva il numero dell’inversione in velocità con il lavoretto tacco-punta sui pedali, ci ha insultato in ogni sotto dialetto delle già prolifiche 12 lingue burundesi. Ad avvalorare la mia tesi, infine, c’è il banchetto di registrazione che ci attende per potere entrare al barcamp.
“Nome, cognome, Indirizzo, Età, Mail, prego”
Rido. “Se, se. Mescaline.”
“Signorina deve riempire i campi indicati dai puntini”
“Li riempio come dico io?, o come dice lei? No, perché se vuole le metto anche i miei precedenti penali e poi le tatuo in fronte ‘ho chiesto le generalità a Mescaline e sono sopravvissuta’” Interdetta. La vedo interdetta. E’ evidente che qualche parte del mio viso le sta intimando a chiare lettere di lasciarmi passare. Ma nel tempo in cui lei chiama a raccolta con un cenno le colleghe e io mi sono già accesa una Davidoff slim, compare Kurai - l’uomo giusto al momento giusto - che, con il sorriso e la voce sexy da podcast domenicale, ammazza il dragone di fine livello, fa l’upgrade alle skill ‘diplomazia’ del suo team e ci introduce ai presenti. Etere cerca di consolare il drago, “Lo so, lo so, è terribile, ma non è sempre così. Vede, è che si è truccata in macchina, mentre io andavo a 180 km/h. Sa, non è da tutti mettersi l’eyeliner mentre vai talmente sparato che la pupilla tenta di suicidarsi scardinandosi da sola dal bulbo oculare…” La donna del banchetto scappa in un angolo. Il nugolo dei linguisti del Burundi la accoglie con danze della fertilità.

Facciamola breve. Non siamo una specie in estinzione. La prossima volta che si organizza un FemCamp al grido di “viva la gnocca in rete” poi deve essere allestito, montato su Parallels, il MenCamp e, se non c’è il cast di 300 ben oleato e a nostra disposizione, si passa direttamente al grazioso gioco “raccogliete la saponetta altrui” al ritmo delle Tatu.

Facciamola ancora più breve. In chiusura d’intervento di -tutti in piedi- Nostro Signore TCP/IP Andrea Beggi -potete sedervi- qualcuno ha tirato il freno a mano del buon senso. Era una mano da suffragetta d’altri tempi, circolo socialista e mercatini d’antiquariato. Mentre la SWAT circondava la zona e le radioline gracchiavano statico, in sala una nuova protagonista di Heroes sfoderava la spada bastarda fiammeggiante e difendeva il protocollo d’approccio civile 2.0

Quello che mi secca come un sifone rivestito di cartavetro e sparato direttamente in gola è che noi donne si tenda a questo infantile e antistorico prenderla sul personale. Questo irrancidito sciabattio in sabot in nome di anni di im-parità. Adesso basta. Erano solo consigli. Dati con il cuore. Nemmeno io sono riuscita a leggerli nel modo sbagliato.

Ora scusate, vado a liberare Etere dallo sgabuzzino. Voleva dirmi come scrivere un post. Tzè. Come se noi donne avessimo bisogno…

</FemCamp>

Dottavi & Sofi
[passato da Etere sotto la porta dello sgabuzzino. pare siano tale Dottavi e tale Sofi]