Uncategorizeddi Mescaline

Una radio in lontananza gracchia suoni sporchi. E la canicola stampa il radiatore dello Squalo dritto all’inferno. C’è un tale caldo che si ha voglia solo di vegetare. Fermi. Con i capelli tra le mani, e il collo libero, verso una bava d’aria.

Un caldo denso, di quelli che non chiede il permesso di entrare a letto. E ti ci inchioda. In un sudario di lenzuola. E prima di agonizzare riesci a malapena a urlare "Etere passami il ghiaccio, cristo santo"

Troppo caldo per farsi di qualsiasi cosa.
Troppo caldo per farsi chiunque.
E nella vasca da bagno sprofondi tra i ghiaccioli all’anice, il calippo alla fragola e qualche dozzina di cubetti congelati.

Intorno il mondo scorre lento. Cola. Si sciolgono le mattonelle del bagno. Si liquefano i rubinetti di metallo. Quicksilver sulla pelle.
Quello che sta sul bidè, in perfetto completo da spiaggia, è Tony Blair. Vai a farti un bagno, fratello. La seconda delle 3 B è caduta. Amen.
Mentre sul trono, il vero re di questo delirio di fahrenheit, esattamente fuso e incatramato alla coppa del cesso Ideal Standard collezione Gold Emirati Inc. ci sta lui. Sfera del potere in mano. E bastone da pastore. Il monarca dello stato vaticano.
L’anice mi tinge le mani. Però no, non lacrimo sangue, io.
La fragola si mescola all’anice. Ho un po’ di calippo sciolto su una scapola.
Ora non so se è stato il caldo. O se l’E111 mischiato all’E512 ha fatto da speedball. Ma mentre mi leccavo la scapola destra, mordicchiando qua e là gli ultimi resti del ghiacciolo, è passato lo scoiattolo della Vigorsol.

"Che se io non posso più petare
in santa pace
in mondovisione
che se io mi faccio censurare
chè sono fastidioso
per la decenza pubblica"
- ha detto -
"non vedo perché Lei
in questo rigurgito
antistorico
di medievale indecenza
e cattedratica spinta
possa farlo al posto mio."

Trinity, entrata direttamente dallo specchio sopra al lavandino, in completo fetish e gel ultradurata, tira lo sciacquone, fissa il monarca
"dodge this."

Uncategorizeddi Etere

Fuoco.

Datemi fuoco. Ecco, scartoffie e vecchi scarabocchi arrotolati, infiammati, usati come cerini d’emergenza per accendere la protuberanza tabaccosa che usciva dalle mie labbra. Fermati, stronza, lasciati appicciare, sarebbe più facile se queste cinque dita riuscissero a non tremolare.

Fuoco, fumo, mano destra dolorante. Davanti a pagine e pagine di uomini e donne nudi, scrutati in ogni loro forma, il polso faceva un male dell’anima. Questa pratica solitaria, questo dar forma alle fantasie nella propria mente. E, sì, lavorare col pennello, lavorare di ampie vedute, di ambizioni represse, sfogare tutto in una volta.

Finché il gesto diventa così disinvolto e abituale da non sentirsi quasi più, ripetuto ore e ore; sedute estenuanti, pagine che si sfogliano, anatomie che si accavallano… E’ piacere, è dolore.

Ma, sì, la pausa era finita: la sigaretta tirata in non più di tre boccate avide, febbricitanti, necessarie; era ora di riprendere in mano, ed è proprio il caso di dirlo, la situazione. Quindi tornare a fare una delle due cose che più mi danno piacere e a cui mi dedico con totale trasporto: disegnare. Non si era capito?

E il risultato, questa volta, vide uniti due uomini, i cui destini sono stati più volte caratterizzati da ordigni nucleari, personalità riunite sotto il segno dell’atomo, della minaccia, del new world order.

So, Agent Bauer, please meet Solid Snake.

24 Gear Solid - Nuke Eater

24 Gear Solid - pure Fiction Mashup

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Uncategorizeddi Etere

Ma non è che tu sappia il perché, poi. E’ come una ramazzata bagnata in pieno volto, uno scopettone mocio che, completamente inumidito di agenti chimici e acqua discretamente potabile, si struscia in una frazione di secondo lungo tutto il tuo viso, infradiciandolo, facendo bruciare gli occhi, colare il naso.

Quattro ore? O erano sei? Non so, non ricordo, ho perso il conto tra i pomeriggi di ieri e le notti di oggi. Steso inerme e in solitudine sul letto di casa, l’iPod aggrappato alle orecchie, a piangere e singhiozzare come un cristo dio di emo kid qualunque.
Perché quando a Etere prende male, prende malissimo.
E se le cerca, per di più, lasciando che il croupier Apple estragga a sorte tra le carte della playlist Melancholy: un tunnel, e non ne esci più, iniziato non si sa come e sbucato dove ancora non v’è certezza; forse parole, fatti, illusioni di una mattina e desideri sbagliati improvvisamente e lucidamente svaniti. Non ho rimmel, non sto colando sulla tastiera, se non altro.

Disarm you with a smile.
Cazzo. E’ quello che inseguo. Per qualcuna, ancora un turbine di polvere in giro per il mio futuro incerto, essere speciale. Disarm you, aprirti, conquistarti, chiunque tu sia, ragazza del mio futuro. Little lady from the land beneath the sea, maledizione, non ho la forza di venirti a cercare, non ho la pazienza né il carattere per gettarmi nei vicoli di questa vita per inseguirti. Ma dovrò farlo, lo so.

Oh where, oh where can my baby be?
Vorrei fossi tu ad arrivare, a scoprirmi, a trovarmi. E lasciarti disarmare, e io perdermi in te, e così all’infinito. Essere speciale per qualcuna, come lo sono stato altre volte, essere speciale per te, donna che ora non ci sei, donna che sei quella giusta, quella che non ha controindicazione alcuna. Che, lo so, mi darai addiction, mi fotterai ogni pensiero, mi avrai e finalmente completamente.

You’re gonna be the one that saves me.
O anche “Please just save me from this darkness”, poi. Salvami dal bruciore, dal salato, tirami fuori dal ghetto che mi sto costruendo, dalle illusioni che non voglio scacciare, compàri, palèsati. Io non so cosa ti potrò offrire, lo dico sinceramente, non ne ho idea. Non so con cosa ti stupirò, con cosa ogni giorno ti legherò a me. Non so come ti avrò, come arriveremo a quel punto, non so come farò a farti sospirare per la mia assenza, né se ci riuscirò, per quanto ora lo desideri. Per quanto ora io voglia essere tutto negli occhi di una ragazza che sia La ragazza. Tutto, occupare tutto il suo campo visivo, ogni suo pensiero, completamente.

The look on your face si Delicate.
Perché il problema, qui, è che Etere non colpisce. E si taglia, quando invece dovrebbe tagliare. Perde quasi un dito e scopre che se sgorga il sangue allora la gente ti considera. Quella mezz’oretta, ma ti considera. Arriva persino a dirti, mentre sei steso a terra, sudato e con una falange sanguinante, che “per qualunque cosa fai un fischio e ci sono”. E non sai manco chi cazzo sia questa persona.
Ma, se è vero che si taglia da solo, Etere non colpisce: Etere rimbalza sulla gente, Etere cammina in punta di piedi su un mondo lastricato di personalità, senza lasciare segno alcuno. La gente speciale non bussa alla sua porta, non si perde in lui. E lui non trafigge nessuno col suo essere, né con quel che fa; semplicemente, lui è lì, in una bolla che al più qualcuno tange, senza sporcarsene, per quanto lui tenti di insozzare un bel po’ di persone e ambienti che vorrebbe siano il suo futuro.

E a settembre, se tutto gira, ci sarà Torino.
E io oggi, ieri, insomma, ora che sono tornato nelle calde braccia così pericolosamente rassicuranti della depressione, penso che così non vada bene. Per niente. Non se voglio diventare qualcuno di vagamente apprezzato nel disegnare fumetti e guadagnarci su il pane.

E tutto ciò perché, quando a Etere prende male, prende malissimo.

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Uncategorizeddi Etere

Because sometimes, whatever the fuck comes around, it’s just how you feel.

 No, non me ne vado dal blog

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

Let us free!

Non siamo ancora spariti, né finiti dietro le fredde e impietose sbarre di qualche penitenziario.

Nel caso, abbiamo pronto "esci gratis di prigione", non temete.

Solo, portate pazienza. Grazie a tutti. 

Uncategorizeddi Etere

Mi annoiavo, nonostante le cose da fare fossero tonnellate su tonnellate. Ad un tratto, dalla porta della suite, entrò Mescaline, con sottobraccio un grosso foglio sgualcito, arrotolato come un’enorme canna.

"Ci siamo" - pensai - "vuole andarci giù duro con le dosi…"

"Guarda cos’ho trovato al negozio di cianfrusaglie in fondo alla strada."

Detto, fatto: srotolò il papiro puzzolente rivelando il poster di un qualche, orrendo, film di serie Z. La cosa inquietante, ed ero sobrio, era il cast: noi.

One toke over the Grindhouse

(Just click and it will zoom in!)

(Se volete anche voi un Grindhouse-like poster per il vostro blog, attaccatevi all’eMail e chiedete: vi sarà dato. Si vede che non sto nella pelle per Death Proof - A prova di morte? Tarantino is my homeboy…) 

Uncategorizeddi Etere

Qualcosa di molto strano stava invischiando l’atmosfera cittadina. Un amalgama bicolore continuava a imperversare per le strade, procacciando di bar in bar qualunque cosa potesse reggere il peso di un flaccido sedere imborghesito. Requisiti minimi: megaschermo, fiumi di alcolici e canale sportivo satellitare.

La febbre che stava mutando radicalmente e repentinamente il vestiario della maggiorparte delle anime circolanti per strada aveva preso piede anche nella lounge dell’hotel. Era evidente: in questa città di sciacalli autorizzati, di tagliagole coperti da ragione sociale e partita iva, niente portava più soldi di un tifoso bloccato nella calura cittadina, lontano dall’aria condizionata delle decine di pullman che si erano mossi in mattinata per portare i suoi compagni più fortunati sugli spalti di uno stadio mantovano.
Il calcio, il rozzo e grezzo riverbero di qualcosa un tempo accomunabile a sano sport, stava attanagliando la città in una morsa opaca color rossoblù. L’indagine partì al volo, incuriositi da un fenomeno di tale portata: io e Mescaline eravamo candidamente parcheggiati nel patio, importunando Sven con le nostre ordinazioni al bar mentre la linguista tracciava percorsi e affondava lo sguardo in guide, libri, depliant tutti rigorosamente scritti in cirillico.
Tramava qualcosa alle mie spalle, lo sapevo. Il mio handicap linguistico impediva di rendermi conto quali piani criminosi e scellerati stesse ordendo: passavano di pagina in pagina foto del Cremlino, dei più svariati locali depravati moscoviti e di ristoranti economici a portar via che provocavano nausea nel lettore al solo vederli fotografati, figurarsi tentando la pazzia di metter sotto i denti i loro prodotti. Ero sicuro di aver visto passare almeno un paio di pose del Signore del Mondo, col suo sguardo da intrigo internazionale, la sua ombra da ex KGB… Possibile che avesse intenzione di tirare in ballo persino lui e i suoi missili?

Ma decisi di non pensarci, anche perché, come stavo dicendo, mentre eravamo piazzati nel patio fummo improvvisamente accerchiati da ogni sorta di possibile tifoso previsto dal campionario umano. Il loro modo di agire era sbalorditivo: impadronitisi di sedie e suppellettili, segnavano il territorio con immaginarie pisciate bicolore, trasformando all’istante qualunque luogo nella loro privata sala di proiezione.
Un concerto di jazz, che coccolava le cellule cerebrali degli ospiti, fino a quel momento, fu sfrattato dal megaschermo e il diktat collettivo dei barbarici ospiti impose al suo posto prati verdi a righe bianche e ventidue ometti vestiti in modo ridicolo. Non ce ne accorgemmo nemmeno, tanto rapida fu la loro azione: sciarpe iniziarono a roteare, bandiere e striscioni venivano esposti; una grossa iguana in legno massiccio, intagliata secoli addietro da qualche sperduto morto di fame birmano, fu eletta come mascotte dell’orda barbarica quindi truccata di tutto punto con i colori del cuore: il loro.

Mescaline aveva già immerso la testa sotto un pesante tomo, probabilmente una sorta di ricettacolo dei sabba della Baba Yaga e, tenendolo a mo’ di tetto spiovente sulla sua capoccia fumante, gettava in giro per la sala occhiate allarmate, temendo di finire ben presto cannibalizzata dal blob made in 1893.
C’era un grosso e laido uomo di mezza età: i capelli rasati praticamente a zero spuntavano come erbetta da green sulla sua testa rotonda; si piazzò davanti a me, sedendosi di spalle su uno sgabello ridicolmente piccolo per una simile stazza. Vedevo, insomma, la Nuca della Morte, ed era avvoltolata in una sciarpa bianca a strisce rossoblu. Se l’appoggio esile che era stato imposto alle sue strabordanti chiappe avesse deciso di dire addio a un’esistenza misera come quella, l’intero peso gargantuesco si sarebbe equamente spalmato sul mio povero corpo ripieno di sostanze psicotrope. Mescaline, improvvisamente impolverata, con in testa un fedora à la Harrison Ford e tra le mani un idolo dorato, mi rincuorò posandomi una mano sulla spalla.

«Ci siamo passati tutti: grossi e inarrestabili massi rotolanti sono un gradito cliché del cinema d’avventura, fattene una ragione.»

Il panico mi fa stravedere, credo sia ormai chiaro. Visioni suggestive a parte, lo scontro calcistico era iniziato e potevo interpretarne gli esiti esclusivamente dall’ondeggiare dell’ammasso di carne davanti a me, dato che solo due timidi spicchi di prato spuntavano sopra le sue spalle: era tutto ciò che riuscivo a vedere dell’area di gioco. Non che mi interessasse, ma sicuro avrei potuto indagare meglio la correlazione tra causa-effetto nel vociare e grugnire della folla. Dèi suini e vergini marie dai facili costumi si levavano ad ogni occasione presumibilmente mancata dal grifone, mentre l’alcool iniziava a sostituirsi ai globuli rossi del popolo rossoblu.
Agitazione, panico… Io e la compare stavamo prevedendo la catastrofe: come alzato dal libeccio, quel mare di gente bicolore iniziò gradualmente ad agitarsi spazientito. Era ora di filare: mancavano pochi minuti al termine e gli scricchiolii agonizzanti dello sgabello di fronte a me non presagivano alcunché di buono. Una coppia di sposi, bardati come Galli, si stava insultando, dandosi reciprocamente la colpa per quel che stava avvenendo in campo.
Il delirio, incontrollato, le bottiglie di birra scolate e lo sciamare dei tifosi sempre più sordo e fitto.

Uscimmo correndo dalla sala, proprio mentre l’arbitro fischiava tre volte, ponendo una ciclopica pietra tombale sui novanta minuti di gioco; in quell’istante preciso, all’unisono con una bestemmia intercontinentale, il laido omastro crollò a terra, tradito dall’esanime sgabello su cui si era spiaggiato fino ad allora.

«Santoddio ci faranno a pezzi! Era il primo tassello, lo sapevo! E’ il colpo di stato! Era il segnale, quello!»

Mentre volavamo fuori, il lancio di sgabelli contro gli inservienti dell’hotel prendeva corpo; Mescaline aprì il ripasso delle "modalità di emergenza" per il suo viaggio oltre cortina e iniziò a urlare "Ambasciata!" in ogni lingua conosciuta, mentre ci facevamo largo tra la folla di curiosi imbellettati.

Non ci salvò l’ambasciata, nè la TAC Team tanto desiderata che ci riportasse al sicuro nelle braccia del CTU: fu l’ascensore, e presto riuscimmo a barricarci, nuovamente, dentro l’agognata suite…

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Uncategorizeddi Mescaline

Avevo messo il post-it di allerta sulla schiena di Howl, proprio sopra la mela, giusto per evitare di travolgere poveri innocenti: “prossima alla crisi di nervi. Idioti astenersi avvicinamento.” Sven doveva avere compreso la gravità della situazione. Nonostante il suo handicap mentale era riuscito a chiedermi cosa cazzo volessi bere solo due volte e mezza. Per essere precisi, la mezza è quella che inizia con un “mi perdoni, non ho…” e finisce con un “te lo scrivo io, dammi qua”, con un sorriso da paresi ricamato tra le pieghe delle labbra e quelle dell’isteria. La posta era stata smistata. I meritevoli avevano ricevuto risposta. Gli altri si fottessero tutti. Senza rancore, si intende. Dunque il barman torna con il vassoio dei miei desideri. Un catino di ghiaccio, una bottiglia di rum - nero - e un intruso. Vedo chiaramente un bicchiere.
Ho pensato che non avessi scritto il bicchiere nell’elenco perché era ovvio che ti dovevo portare un bicchiere, perché, cioè, in tutti gli ordini ci sono i bicchieri, è uno degli elementi chiave dell’essere barman portare i bicchieri, no?, quindi ho detto ‘portiamo anche un bicchiere’, eh?
Ecco lo scatto. Quando senti tutti gli ingranaggi del complesso sistema di autodistruzione allinearsi e lanciare il countdown finale. Darth Vader è al tuo fianco: “sono tuo padre”, ‘sti cazzi’, anzi, ‘me cojoni™’. Tu sei oltre. Vedi il resto del mondo in nove riquadri. Un comodo 3x3 a sfondo videoludico in cui Sven sperimenta in rapida sequenza le tue inimmaginabili doti di giocatrice da FPS. Fissi il vuoto sorniona finché anche il *fzzzz* del gauntlet, nel nono riquadro, non ha avuto il suo attimo di gloria. Prendi il catino di ghiaccio. Prendi la bottiglia di rum. Lasci il bicchiere.

Varco la porta dell’Università. Ho 16 minuti di ritardo. Si prevedono scene di panico in aula B con ripercussioni fino alla zona pianerottolo. Come da programma, mi viene mandata incontro un’incauta matricola. “E’ arrivata! E’ arrivata!” “Se se, la madonna” Nel tempo in cui poso la bottiglia e il catino, 25 paia di occhi mi hanno già fatto il palloncino, 19 mi hanno etichettata come alcolizzata, 5 vorrebbero la mia bottiglia, 1 si pulisce le unghie.

“Bene. Lei vi porterà in Russia.” Silenzio. John Wayne fischietta in un angolo. Nel corridoio sfilano i rappresentanti delle squadre di basket dell’NBA. Palleggiando. Due piccioni tubano. Quello che si puliva le unghie passa immediatamente alla fazione “alcolizzata”. I 5 che volevano la bottiglia ora vorrebbero anche il catino. E mentre tutti e 25 cercano le uscite di emergenza e il docente prosegue con la riunione, io sbevazzo e li osservo. Le mie cavie.

C’è Maglietta Beige. Il pop-up informativo sulla sua testa recita più o meno così: -classe 1987, -entusiasta, -km percorsi in solitaria: viaggio scout terza media, gita parrocchiale nella Val Bisagno ‘alla ricerca del cinghiale ligure’, -n° di cartoline inviate per viaggio: superiore al numero dei parenti esistenti, 5 cartoline risultano auto-inviate.

Bevo.

Poi c’è Uomo Metallo. Entra in ritardo. Rutta. Il Palantir, in dotazione assieme alla bottiglia di rum, mostra visioni apocalittiche di Metal Man vs Metal Detector, Final Match, uno scontro all’ultimo *bip*. Finché il miliziano dell’aeroporto di S. Pietroburgo non lo niubbizza  a terra, gli rovescia la neve siberiana addosso e lo priva di ogni particella metallica. Intravedo piercing improbabili. Oh, quello farà molto male, signor Metallo. Gli sorrido affabile mentre lui, sicuro come Ozzy Osborne che si lancia nella folla con un pipistrello tra i denti, sventola la mano. Abbiamo un intervento. Dice che ha calcolato la tariffa più economica. Maglietta Beige si gira attenta. Prevede di fare scalo a Francoforte. Ripartire per Parigi. Arrivare a Mosca. Prendere la Freccia Rossa fino a S. Pietroburgo. Totalizzando 3 giorni di viaggio, viaggiando come la merda nei tubi e, soprattutto, rischiando di perdere talmente tante coincidenze che viaggiare senza prenotazione è uguale. Maglietta Beige sorride, un sorriso da scout. Uomo Metallo si svacca sulla sedia, controlla l’imbottitura del pacco con la sinistra, accartoccia il piano di volo con la destra.

Bevo.
Affondo la faccia nel catino di ghiaccio.

Ora tocca a Hello Kitty. Classe 1985. Due tatuaggi: un’inflazionatissima stella e una croce su cui nemmeno mi esprimo. Ah. La stella è rosa. Come le unghie, il cerchietto, l’ombretto, la gonna, i tiranti del tanga che descrivono impietosi maniglioni dell’amore, la cavigliera, le scarpe - ballerine finto-pelle-solo-marca, la canottiera, le spalline del reggiseno. Un colossale confetto. Beh, penso nel ghiaccio, non sarà facile seminarla nella metropolitana. Hello Kitty vuole portarsi il ferro da stiro. Dalla porta principale entra la signora del dado Knorr, mi lancia il matterello, si sfila il grembiulino e mi fa annusare una cucchiaiata di brodo. Ottimo. Sorride soddisfatta. Ora. Quello che non devi fare quando hai un peso massimo di 20 kg da imbarcare è pensare di portarti dietro la casa. No ferro da stiro. No pentole. No -gesuiddio- fornelletto. Ricordo a Hello Kitty che la Russia è un paese evoluto. Che il muro di Berlino è caduto. Che gli Americani non l’hanno ancora invasa. Ma che in Piazza Rossa c’è un Mc Donald’s e che anche i russi ruttano Pepsi mentre biascicano la pizza di Sbarro. Queste due pennellate le ridisegnano S. Pietroburgo come la nuova mecca. Anche le guance diventano rosa.

Bevo.

Qualcuno fa canestro nel mio catino di ghiaccio. E’ Metallo Man. La signora Knorr ammalia John e lo chiude all’angolo con i suoi manicaretti. Hello Kitty elenca tutti i ristoranti italiani di S.Pietroburgo. Metallo Man propone di sniffare colla nei tubi della metro di Mosca. Maglietta Beige vuole assolutamente adottare un bambino bielorusso e fargli fare la comunione. Ché essere ortodossi non fa trend.

Io penso a papà Lenin. Il rum è finito.