Avevo messo il post-it di allerta sulla schiena di Howl, proprio sopra la mela, giusto per evitare di travolgere poveri innocenti: “prossima alla crisi di nervi. Idioti astenersi avvicinamento.” Sven doveva avere compreso la gravità della situazione. Nonostante il suo handicap mentale era riuscito a chiedermi cosa cazzo volessi bere solo due volte e mezza. Per essere precisi, la mezza è quella che inizia con un “mi perdoni, non ho…” e finisce con un “te lo scrivo io, dammi qua”, con un sorriso da paresi ricamato tra le pieghe delle labbra e quelle dell’isteria. La posta era stata smistata. I meritevoli avevano ricevuto risposta. Gli altri si fottessero tutti. Senza rancore, si intende. Dunque il barman torna con il vassoio dei miei desideri. Un catino di ghiaccio, una bottiglia di rum - nero - e un intruso. Vedo chiaramente un bicchiere.
Ho pensato che non avessi scritto il bicchiere nell’elenco perché era ovvio che ti dovevo portare un bicchiere, perché, cioè, in tutti gli ordini ci sono i bicchieri, è uno degli elementi chiave dell’essere barman portare i bicchieri, no?, quindi ho detto ‘portiamo anche un bicchiere’, eh?
Ecco lo scatto. Quando senti tutti gli ingranaggi del complesso sistema di autodistruzione allinearsi e lanciare il countdown finale. Darth Vader è al tuo fianco: “sono tuo padre”, ‘sti cazzi’, anzi, ‘me cojoni™’. Tu sei oltre. Vedi il resto del mondo in nove riquadri. Un comodo 3x3 a sfondo videoludico in cui Sven sperimenta in rapida sequenza le tue inimmaginabili doti di giocatrice da FPS. Fissi il vuoto sorniona finché anche il *fzzzz* del gauntlet, nel nono riquadro, non ha avuto il suo attimo di gloria. Prendi il catino di ghiaccio. Prendi la bottiglia di rum. Lasci il bicchiere.

Varco la porta dell’Università. Ho 16 minuti di ritardo. Si prevedono scene di panico in aula B con ripercussioni fino alla zona pianerottolo. Come da programma, mi viene mandata incontro un’incauta matricola. “E’ arrivata! E’ arrivata!” “Se se, la madonna” Nel tempo in cui poso la bottiglia e il catino, 25 paia di occhi mi hanno già fatto il palloncino, 19 mi hanno etichettata come alcolizzata, 5 vorrebbero la mia bottiglia, 1 si pulisce le unghie.

“Bene. Lei vi porterà in Russia.” Silenzio. John Wayne fischietta in un angolo. Nel corridoio sfilano i rappresentanti delle squadre di basket dell’NBA. Palleggiando. Due piccioni tubano. Quello che si puliva le unghie passa immediatamente alla fazione “alcolizzata”. I 5 che volevano la bottiglia ora vorrebbero anche il catino. E mentre tutti e 25 cercano le uscite di emergenza e il docente prosegue con la riunione, io sbevazzo e li osservo. Le mie cavie.

C’è Maglietta Beige. Il pop-up informativo sulla sua testa recita più o meno così: -classe 1987, -entusiasta, -km percorsi in solitaria: viaggio scout terza media, gita parrocchiale nella Val Bisagno ‘alla ricerca del cinghiale ligure’, -n° di cartoline inviate per viaggio: superiore al numero dei parenti esistenti, 5 cartoline risultano auto-inviate.

Bevo.

Poi c’è Uomo Metallo. Entra in ritardo. Rutta. Il Palantir, in dotazione assieme alla bottiglia di rum, mostra visioni apocalittiche di Metal Man vs Metal Detector, Final Match, uno scontro all’ultimo *bip*. Finché il miliziano dell’aeroporto di S. Pietroburgo non lo niubbizza  a terra, gli rovescia la neve siberiana addosso e lo priva di ogni particella metallica. Intravedo piercing improbabili. Oh, quello farà molto male, signor Metallo. Gli sorrido affabile mentre lui, sicuro come Ozzy Osborne che si lancia nella folla con un pipistrello tra i denti, sventola la mano. Abbiamo un intervento. Dice che ha calcolato la tariffa più economica. Maglietta Beige si gira attenta. Prevede di fare scalo a Francoforte. Ripartire per Parigi. Arrivare a Mosca. Prendere la Freccia Rossa fino a S. Pietroburgo. Totalizzando 3 giorni di viaggio, viaggiando come la merda nei tubi e, soprattutto, rischiando di perdere talmente tante coincidenze che viaggiare senza prenotazione è uguale. Maglietta Beige sorride, un sorriso da scout. Uomo Metallo si svacca sulla sedia, controlla l’imbottitura del pacco con la sinistra, accartoccia il piano di volo con la destra.

Bevo.
Affondo la faccia nel catino di ghiaccio.

Ora tocca a Hello Kitty. Classe 1985. Due tatuaggi: un’inflazionatissima stella e una croce su cui nemmeno mi esprimo. Ah. La stella è rosa. Come le unghie, il cerchietto, l’ombretto, la gonna, i tiranti del tanga che descrivono impietosi maniglioni dell’amore, la cavigliera, le scarpe - ballerine finto-pelle-solo-marca, la canottiera, le spalline del reggiseno. Un colossale confetto. Beh, penso nel ghiaccio, non sarà facile seminarla nella metropolitana. Hello Kitty vuole portarsi il ferro da stiro. Dalla porta principale entra la signora del dado Knorr, mi lancia il matterello, si sfila il grembiulino e mi fa annusare una cucchiaiata di brodo. Ottimo. Sorride soddisfatta. Ora. Quello che non devi fare quando hai un peso massimo di 20 kg da imbarcare è pensare di portarti dietro la casa. No ferro da stiro. No pentole. No -gesuiddio- fornelletto. Ricordo a Hello Kitty che la Russia è un paese evoluto. Che il muro di Berlino è caduto. Che gli Americani non l’hanno ancora invasa. Ma che in Piazza Rossa c’è un Mc Donald’s e che anche i russi ruttano Pepsi mentre biascicano la pizza di Sbarro. Queste due pennellate le ridisegnano S. Pietroburgo come la nuova mecca. Anche le guance diventano rosa.

Bevo.

Qualcuno fa canestro nel mio catino di ghiaccio. E’ Metallo Man. La signora Knorr ammalia John e lo chiude all’angolo con i suoi manicaretti. Hello Kitty elenca tutti i ristoranti italiani di S.Pietroburgo. Metallo Man propone di sniffare colla nei tubi della metro di Mosca. Maglietta Beige vuole assolutamente adottare un bambino bielorusso e fargli fare la comunione. Ché essere ortodossi non fa trend.

Io penso a papà Lenin. Il rum è finito.