Qualcosa di molto strano stava invischiando l’atmosfera cittadina. Un amalgama bicolore continuava a imperversare per le strade, procacciando di bar in bar qualunque cosa potesse reggere il peso di un flaccido sedere imborghesito. Requisiti minimi: megaschermo, fiumi di alcolici e canale sportivo satellitare.

La febbre che stava mutando radicalmente e repentinamente il vestiario della maggiorparte delle anime circolanti per strada aveva preso piede anche nella lounge dell’hotel. Era evidente: in questa città di sciacalli autorizzati, di tagliagole coperti da ragione sociale e partita iva, niente portava più soldi di un tifoso bloccato nella calura cittadina, lontano dall’aria condizionata delle decine di pullman che si erano mossi in mattinata per portare i suoi compagni più fortunati sugli spalti di uno stadio mantovano.
Il calcio, il rozzo e grezzo riverbero di qualcosa un tempo accomunabile a sano sport, stava attanagliando la città in una morsa opaca color rossoblù. L’indagine partì al volo, incuriositi da un fenomeno di tale portata: io e Mescaline eravamo candidamente parcheggiati nel patio, importunando Sven con le nostre ordinazioni al bar mentre la linguista tracciava percorsi e affondava lo sguardo in guide, libri, depliant tutti rigorosamente scritti in cirillico.
Tramava qualcosa alle mie spalle, lo sapevo. Il mio handicap linguistico impediva di rendermi conto quali piani criminosi e scellerati stesse ordendo: passavano di pagina in pagina foto del Cremlino, dei più svariati locali depravati moscoviti e di ristoranti economici a portar via che provocavano nausea nel lettore al solo vederli fotografati, figurarsi tentando la pazzia di metter sotto i denti i loro prodotti. Ero sicuro di aver visto passare almeno un paio di pose del Signore del Mondo, col suo sguardo da intrigo internazionale, la sua ombra da ex KGB… Possibile che avesse intenzione di tirare in ballo persino lui e i suoi missili?

Ma decisi di non pensarci, anche perché, come stavo dicendo, mentre eravamo piazzati nel patio fummo improvvisamente accerchiati da ogni sorta di possibile tifoso previsto dal campionario umano. Il loro modo di agire era sbalorditivo: impadronitisi di sedie e suppellettili, segnavano il territorio con immaginarie pisciate bicolore, trasformando all’istante qualunque luogo nella loro privata sala di proiezione.
Un concerto di jazz, che coccolava le cellule cerebrali degli ospiti, fino a quel momento, fu sfrattato dal megaschermo e il diktat collettivo dei barbarici ospiti impose al suo posto prati verdi a righe bianche e ventidue ometti vestiti in modo ridicolo. Non ce ne accorgemmo nemmeno, tanto rapida fu la loro azione: sciarpe iniziarono a roteare, bandiere e striscioni venivano esposti; una grossa iguana in legno massiccio, intagliata secoli addietro da qualche sperduto morto di fame birmano, fu eletta come mascotte dell’orda barbarica quindi truccata di tutto punto con i colori del cuore: il loro.

Mescaline aveva già immerso la testa sotto un pesante tomo, probabilmente una sorta di ricettacolo dei sabba della Baba Yaga e, tenendolo a mo’ di tetto spiovente sulla sua capoccia fumante, gettava in giro per la sala occhiate allarmate, temendo di finire ben presto cannibalizzata dal blob made in 1893.
C’era un grosso e laido uomo di mezza età: i capelli rasati praticamente a zero spuntavano come erbetta da green sulla sua testa rotonda; si piazzò davanti a me, sedendosi di spalle su uno sgabello ridicolmente piccolo per una simile stazza. Vedevo, insomma, la Nuca della Morte, ed era avvoltolata in una sciarpa bianca a strisce rossoblu. Se l’appoggio esile che era stato imposto alle sue strabordanti chiappe avesse deciso di dire addio a un’esistenza misera come quella, l’intero peso gargantuesco si sarebbe equamente spalmato sul mio povero corpo ripieno di sostanze psicotrope. Mescaline, improvvisamente impolverata, con in testa un fedora à la Harrison Ford e tra le mani un idolo dorato, mi rincuorò posandomi una mano sulla spalla.

«Ci siamo passati tutti: grossi e inarrestabili massi rotolanti sono un gradito cliché del cinema d’avventura, fattene una ragione.»

Il panico mi fa stravedere, credo sia ormai chiaro. Visioni suggestive a parte, lo scontro calcistico era iniziato e potevo interpretarne gli esiti esclusivamente dall’ondeggiare dell’ammasso di carne davanti a me, dato che solo due timidi spicchi di prato spuntavano sopra le sue spalle: era tutto ciò che riuscivo a vedere dell’area di gioco. Non che mi interessasse, ma sicuro avrei potuto indagare meglio la correlazione tra causa-effetto nel vociare e grugnire della folla. Dèi suini e vergini marie dai facili costumi si levavano ad ogni occasione presumibilmente mancata dal grifone, mentre l’alcool iniziava a sostituirsi ai globuli rossi del popolo rossoblu.
Agitazione, panico… Io e la compare stavamo prevedendo la catastrofe: come alzato dal libeccio, quel mare di gente bicolore iniziò gradualmente ad agitarsi spazientito. Era ora di filare: mancavano pochi minuti al termine e gli scricchiolii agonizzanti dello sgabello di fronte a me non presagivano alcunché di buono. Una coppia di sposi, bardati come Galli, si stava insultando, dandosi reciprocamente la colpa per quel che stava avvenendo in campo.
Il delirio, incontrollato, le bottiglie di birra scolate e lo sciamare dei tifosi sempre più sordo e fitto.

Uscimmo correndo dalla sala, proprio mentre l’arbitro fischiava tre volte, ponendo una ciclopica pietra tombale sui novanta minuti di gioco; in quell’istante preciso, all’unisono con una bestemmia intercontinentale, il laido omastro crollò a terra, tradito dall’esanime sgabello su cui si era spiaggiato fino ad allora.

«Santoddio ci faranno a pezzi! Era il primo tassello, lo sapevo! E’ il colpo di stato! Era il segnale, quello!»

Mentre volavamo fuori, il lancio di sgabelli contro gli inservienti dell’hotel prendeva corpo; Mescaline aprì il ripasso delle "modalità di emergenza" per il suo viaggio oltre cortina e iniziò a urlare "Ambasciata!" in ogni lingua conosciuta, mentre ci facevamo largo tra la folla di curiosi imbellettati.

Non ci salvò l’ambasciata, nè la TAC Team tanto desiderata che ci riportasse al sicuro nelle braccia del CTU: fu l’ascensore, e presto riuscimmo a barricarci, nuovamente, dentro l’agognata suite…

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