Ma non è che tu sappia il perché, poi. E’ come una ramazzata bagnata in pieno volto, uno scopettone mocio che, completamente inumidito di agenti chimici e acqua discretamente potabile, si struscia in una frazione di secondo lungo tutto il tuo viso, infradiciandolo, facendo bruciare gli occhi, colare il naso.
Quattro ore? O erano sei? Non so, non ricordo, ho perso il conto tra i pomeriggi di ieri e le notti di oggi. Steso inerme e in solitudine sul letto di casa, l’iPod aggrappato alle orecchie, a piangere e singhiozzare come un cristo dio di emo kid qualunque.
Perché quando a Etere prende male, prende malissimo.
E se le cerca, per di più, lasciando che il croupier Apple estragga a sorte tra le carte della playlist Melancholy: un tunnel, e non ne esci più, iniziato non si sa come e sbucato dove ancora non v’è certezza; forse parole, fatti, illusioni di una mattina e desideri sbagliati improvvisamente e lucidamente svaniti. Non ho rimmel, non sto colando sulla tastiera, se non altro.
Disarm you with a smile.
Cazzo. E’ quello che inseguo. Per qualcuna, ancora un turbine di polvere in giro per il mio futuro incerto, essere speciale. Disarm you, aprirti, conquistarti, chiunque tu sia, ragazza del mio futuro. Little lady from the land beneath the sea, maledizione, non ho la forza di venirti a cercare, non ho la pazienza né il carattere per gettarmi nei vicoli di questa vita per inseguirti. Ma dovrò farlo, lo so.
Oh where, oh where can my baby be?
Vorrei fossi tu ad arrivare, a scoprirmi, a trovarmi. E lasciarti disarmare, e io perdermi in te, e così all’infinito. Essere speciale per qualcuna, come lo sono stato altre volte, essere speciale per te, donna che ora non ci sei, donna che sei quella giusta, quella che non ha controindicazione alcuna. Che, lo so, mi darai addiction, mi fotterai ogni pensiero, mi avrai e finalmente completamente.
You’re gonna be the one that saves me.
O anche “Please just save me from this darkness”, poi. Salvami dal bruciore, dal salato, tirami fuori dal ghetto che mi sto costruendo, dalle illusioni che non voglio scacciare, compàri, palèsati. Io non so cosa ti potrò offrire, lo dico sinceramente, non ne ho idea. Non so con cosa ti stupirò, con cosa ogni giorno ti legherò a me. Non so come ti avrò, come arriveremo a quel punto, non so come farò a farti sospirare per la mia assenza, né se ci riuscirò, per quanto ora lo desideri. Per quanto ora io voglia essere tutto negli occhi di una ragazza che sia La ragazza. Tutto, occupare tutto il suo campo visivo, ogni suo pensiero, completamente.
The look on your face si Delicate.
Perché il problema, qui, è che Etere non colpisce. E si taglia, quando invece dovrebbe tagliare. Perde quasi un dito e scopre che se sgorga il sangue allora la gente ti considera. Quella mezz’oretta, ma ti considera. Arriva persino a dirti, mentre sei steso a terra, sudato e con una falange sanguinante, che “per qualunque cosa fai un fischio e ci sono”. E non sai manco chi cazzo sia questa persona.
Ma, se è vero che si taglia da solo, Etere non colpisce: Etere rimbalza sulla gente, Etere cammina in punta di piedi su un mondo lastricato di personalità, senza lasciare segno alcuno. La gente speciale non bussa alla sua porta, non si perde in lui. E lui non trafigge nessuno col suo essere, né con quel che fa; semplicemente, lui è lì, in una bolla che al più qualcuno tange, senza sporcarsene, per quanto lui tenti di insozzare un bel po’ di persone e ambienti che vorrebbe siano il suo futuro.
E a settembre, se tutto gira, ci sarà Torino.
E io oggi, ieri, insomma, ora che sono tornato nelle calde braccia così pericolosamente rassicuranti della depressione, penso che così non vada bene. Per niente. Non se voglio diventare qualcuno di vagamente apprezzato nel disegnare fumetti e guadagnarci su il pane.
E tutto ciò perché, quando a Etere prende male, prende malissimo.
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