Uncategorizeddi Etere

Barattare temporaneamente il Piccolo Squalo Rosso per due scarpe da corsa era stato indubbiamente un affare scellerato, di quelle idee tanto imbecilli che solo quando il ripieno cranico viene sostituito in larga parte da alcool e metanfetamine decidi di mettere in atto.

E così, arrivato nel mio rifugio segreto estivo, secolare rifugio secolare estivo della mia famiglia, mollai il vetturone a lasciarsi imbrattare da cadaveri di fiori d’oleandro e impolverare dal terriccio del selciato. Unò, dué, come avrebbe detto Silvestri, e con un ridicolo paio di braghette color padania, l’iPod Timothy, rosso anch’esso, incastonato nell’elastico delle mutande, uscii verso l’asfalto rovente, deciso a sfrattare l’inutile ciccetta da fianchi e panza.

Gonzo, sì, ma in forma.

Solo cinque chilometri e poi tutto il resto ebbe la meglio su di me; stracciato come un kleenex sotto un trasporto eccezionale, rientrai sfatto nella dimora. Forse, sentendo la techno che il mio cuore stava emettendo, non era ancora il caso di darsi una sbrinzata con un po’ di popper. Avrei atteso, sudato e sfatto, sulle scale di casa.

Quel che mi si parava davanti, o meglio, quel che fino all’anno passato mi si sarebbe parato innanzi, era una collina verdeggiante, sulla cui sommità un muro di pini marittimi e altri alberi che non avrei riconosciuto mai ("Number one: the… larch") pungevano l’azzurro estivo del cielo con la fierezza di un muro di cinta. Poi, qualche possidente terriero che aveva evidentemente alzato troppo il gomito durante le ultime vacanze natalizie, decise in gran fretta che quegli alberi così dritti, robusti, soprattutto lunghi, erano un affronto alla sua virilità, evidentemente messa in dubbio dall’avvicinarsi a grandi passi dell’andropausa. Così, armato di un bobcat e tanta pazienza, regolando i conti con la Forestale, decise di ranzare in toto quegli alberi.

Quindi, adesso, tutto ciò che avevo innanzi era la capocchia pelata color terriccio di una collina. Alle sue spalle, in lontananza, si parava tuttavia un altro cucuzzolo, altrettanto sfacciatamente ricolmo di alberi. Suppongo che tra un paio di centinaia di anni qualcuno noterà una curiosa conformazione complessiva dei rami, che negli anni seguenti la tragica mutilazione hanno impiegato, con grande pazienza, ogni loro sforzo per assumere l’internazionalmente riconosciuta posa del "gesto dell’ombrello".

E in culo anche all’ometto disboscante.

Poi arrivò l’ospite del giorno, evidentemente attirato dai pensieri di arbusti e guardi esclusi. Zoppicò un po’, bestemmiò tra i denti nel suo dialetto, quindi riuscì faticosamente a sedersi accanto a me.

«Tequila?» fece lui.
«Manco per l’anima, sono troppo devastato al momento, semmai dopo. Vuoi un confetto di sulmona?»
«Vaffanculo.»
«Non è più un’ingiuria, legalmente, lo sai?»
«Allora vaccagare. Che cavolo stai facendo qui?»
«La mia compare ha preso il volo l’altro giorno, sono venuto a spassarmela da solo a botte di relax e rutti dateatro d’opera.>>
«Un bel programma. Com’è che non ho visto la tua compare, su?»

Mi scappo una risata di gusto, ripensando a Mescaline.

«Due motivi: primo, non la vedresti su nemmeno per sbaglio, nemmeno se qualcuno sbagliasse a premere i tasti del Grande Ascensore. Secondo, non ha preso il volo in quel senso, dei cazzo di Russi l’hanno prelevata con un elicottero.»
«Che sfiga di merda.»

E bevve ancora.

«Quindi>> riprese «che cazzo fai qui, fermo?»
«Mi riprendo dalla corsa, un po’ di jogging.»

Stavolta ridette lui di gusto.

«Gobbo di merda, non provare quella tua risata con me, non sei nella posizione per farlo, che tu abbia scritto un paio di poesie di successo non cambia le cose.»
«Ah, tutte boiate. Cheppalle, odio quella situazione: io non ero mica così, cazzo credi? Che me ne stessi davvero tutti i pomeriggi a guardare le fronde di una noiosissima siepe? In culo, l’avrei arata con un caterpillar molto volentieri, se solo i caterpillar al mio tempo fossero già esistiti. Generazioni di studenti mi odiano; se mi avessero conosciuto davvero, ora sarei più togo dei Deep Purple.»
«Sarai stronzo allora, migliaia di studiosi si affannano sui tuoi cazzo di delirii e tu vieni qui a dirmi che non te ne fregava nulla? Che il povero gobbetto non è mai esistito?»
«Erano esercizi per la mente, le mie scribacchinate, relegato in casa qualcosa del resto dovevo pur farla: una volta posata la chitarra, quando mi stufavo di tirare tizzoni ardenti ai gatti o di sparare sale ai randagi, che restava? Solo a sera tarda sgattaiolavo fuori per cacciare un occhio oltre le imposte di Geltrude, quando stava da noi. Cristo, che femmina… Per il resto che cazzo volevi proponesse Recanati per me? Scrivevo, i miei credevano studiassi, ma per lo più poltrivo sui libri e mandavo barzellette sconce per posta ad alcuni compari. Il mio mito se lo sono inculcati da soli, dopo la mia morte, per pensare così a non rendere inutili le loro grigie vite da studiosi del cazzo di gente morta e stramorta.»
«La parte sulla chitarra non era male, ammetto.»
«La spaccai dopo un giro troppo vibrante di Bach. Cristo, non mi pagarono manco mezzo scudo per i diritti d’autore, quando i rocker decisero di fare lo stesso nei concerti.»
«Va sempre così, che vuoi farci… Sei il primo di una notevole lista, in queste cose.»

Ci fu una lunga pausa, sentivo il sudore asciugarsi pian piano e il ritmo cardiaco rientrare nel beat pop quotidiano.

«Non dirmi che stavi guardando la cima del monte e la fila d’alberi scomparsa.»
«Sì, ammetto, sì. Per questo sei arrivato?»
«No, cazzo credi, coincidenza, volevo solo chiederti un po’ di scitto, se ne hai sempre.»
«Finito, mi spiace per te, per la contabilità delle sostanze era Mescaline l’addetta. Quindi, caschi male.»

Grugnì, quindi si alzò in modo incerto, sbattendosi la polvere dai vestiti.

«Senti, fratello, ascolta: non è un caso se lo stesso anno in cui sei iniziato a cambiare la cima di quel colle è stata abbattuta; il tuo limite è caduto, la fascinazione ora ha un raggio molto più ampio ed è ora di percorrerlo, credimi. Hai avuto il culo che io non ho avuto, alla tua età: se solo qualche dinamitardo avesse fatto saltare la mia, di siepe, oggi non sarei qui a dirti cose simili. Non rimpiangere i vecchi limiti, punta a quelli nuovi, piantala di farti le pere di nostaglia guardando la crapa pelata di un monte di merda e pensa piuttosto a raggiungere la prossima linea degli alberi. E così via, barriera dopo barriera, siepe dopo siepe. Se ti becco a scrivere il tuo Infinito ti apro un culo come il traforo del Frejus, intesi?»

Annuii convinto, ma non mi andava di parlare, preferivo lasciare che quel rompicoglioni marchigiano se ne andasse.

«Ah e un consiglio da amico: cristo, fa qualcosa per quel grasso, sei quasi inchiavabile.»
«Ma vaffanculo, stronzo cagionevole di merda, detto da te è quasi un complimento, sai?»

Gli mollai un calcio fra le chiappe e lui, con qualche condimento blasfemo, si avviò da dove era arrivato, canticchiando un motivetto di Elvis.
Ormai anche io ero in piedi, dolorante per l’acido lattico. Decisi, così, di farmi una doccia.

technorati tags:siepe, alberi, monty, python, moneglia, jogging, giacomo, leopardi, recanati, infinito, ermo, colle, gonzo, iPod, apple

Uncategorizeddi Etere

Il Mil Mi-24 (nome in codice NATO “Hind”) è un elicottero da combattimento sovietico molto usato dalla guerra fredda fino ai giorni nostri. Derivato dal Mil Mi-8, ha una fusoliera diversa e più compatta, adatta a trasportare solo 8 uomini piuttosto che 28-32. È un elicottero molto più agile e veloce del precedente, ha un’elevata potenza di fuoco e una forte corazzatura.
Per 20 anni è stato lo spauracchio delle colonne corazzate NATO. Spesso definito come “carro armato volante”, è stato disegnato in verità come “AIFV volante” ovvero come velivolo da combattimento capace di portare anche una squadra di assaltatori-fanteria leggera (oppure, spesso, 2 armieri che azionano armi laterali).

Ora, non sarebbe fregato molto a qualcuno sapere specifiche tecniche di un bestione dell’aria più vicino alla definizione di residuato bellico che a quella di terrore dei cieli, se non fosse che in una tiepida mattinata, verso le sei del mattino, mentre puntavamo il muso in una delle nostre solite direzioni puramente casuali, un rombante, prepotente e decisamente aggressivo Hind bloccò il cammino del Piccolo Squalo Rosso, calandosi dal cielo con la rabbia del suo rombo e sorvolando l’asfalto di fronte a noi con incedere arrogante.
Ci tagliò la strada, ripetutamente, mentre strabuzzavo gli occhi e iniziavo a prendermi a pugni secchi e decisi in testa, sperando di svegliarmi; magari di svegliarmi prima che il mio sonno al volante ci conducesse dritti oltre il bordo di un qualche tornante.

Invece nulla.

Era lì, grosso, cattivo, un moscone di ferro e polvere pirica in volo a meno di venti metri da noi, spiaccicato a qualcosa come due metri scarsi dal suolo; notevole l’abilità del pilota, non potevo negarlo.
Mescaline, fino a quel momento dormiente come la più pacifica e innocua delle creature viventi, strabuzzò gli occhi ed allietò il viso assonnato con un ampio sorriso, lo stesso di una marmocchia entusiasta davanti all’agognato MioMiniPony edizione limitata SuperLuxury con inserti glitter sulla chiappa sinistra, a formare un delizioso ricamo a forma di stella marina.

Mioddio, che vomitevole visione: mi concentrai sul roteare sferzante delle pale per strappare tale oscenità dal mio cervello; funzionò, brandelli rosati intrisi di sangue e melassa, assieme a crini equini multicolore, piovvero sullo Squalo, segno che l’Hind aveva dedicato il giusto trattamento al destriero nano materializzatosi nella mia immaginazione.
Ma distrarsi è male.

Nel tempo in cui mi voltai, riprendendomi dalla visione del pony sbudellato, il sedile del passeggero si era svuotato: Mescaline aveva afferrato la sua borsa provvidenziale, ripiena di indumenti di ricambio e pastiglie multicolore, tutto ciò che a una vera lady serve, e si era appollaiata sul cofano dello Squalo, mentre questi viaggiava a una media fissa di 160-170 km/h. Con la borsa a tracolla, i capelli nel vento gelido del mattino e un dizionario sgualcito sottomano, la linguista junkie agitava un braccio in direzione del moscone da combattimento che, per nulla sorpreso dalla scena, rallentava il suo incedere iniziando a sorvolare la livrea rossa della Gonzo Mobile.

Due o tre guanti rinforzati afferrarono con inattesa delicatezza la compare e la issarono a bordo. Cristo, una giovincella esile in mezzo ad almeno sei militari nerboruti, maledettissimi Spetsnaz celoduristi; prevedevo indicibili sessioni di rielaborazione sul tema “La soldatessa alla visita militare“…

L’Hind prese a sollevarsi, lasciando giusto il tempo a Mescaline di voltarsi verso l’incredulo sottoscritto e lanciargli un bacio frettoloso, facendo segno di non preoccuparsi e che ci saremmo rivisti.

“Contaci amico, contaci” temevo fosse, in realtà, il pensiero subliminale all’intera azione.

Che la partenza per la Russia fosse in schedule lo si sapeva. Che sarebbe andata così, è tutt’un altro paio di maniche.
Mentre il prodotto della Mil Mi, uno dei 2300 costruiti, si allontanava verso oriente facendo rombare la sua coppia di Klimov/Isotov, lo Squalo rallentava sulla strada silenziosa e ancora assonnata. Il motore scese di giri con un lieve e continuato lamento, interpretando, a quanto pare, gli stati d’animo del conducente.

Mi appoggiai allo schienale del sedile, l’auto ormai completamente ferma. Per interminabili giorni avrei avuto un’indesiderata compagna di viaggio con me: Solitudine.

A ben pensarci, questo fatto avrebbe potuto farsi persino divertente…

technorati tags:, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Uncategorizeddi Mescaline

La radio dello Squalo ha passato, nelle calure della domenica scorsa, il podcast di Kurai. Nessuno di noi può con freddezza argomentare su quei fatti. Nonostante siano passati ormai 6 lunghi anni. Dunque anche da queste parti si scava in testimonianze del tempo. Pubblicate tra le pagine de La Repubblica, il remoto 27 Luglio 2001, nella sezione Genova - Cronaca. Una pagina ormai ingiallita. Una lettera che all’epoca sembrava troppo carica, troppo assolutista. Peccato che chi l’ha scritta non possa vedere come le cose sono cambiate. Come le cose sono evolute. Peccato, o per fortuna. Perchè a distanza di sei anni la giustizia latita e gioca a rimpiattino tra i carruggi di quella stessa Genova. Ancora.

"La mia piccola testimonianza è relativa ai giorni di giovedì 19, venerdì 20, sabato 21 e domenica 22 luglio.
Giovedì mattina ho partecipato ad un corteo di dissidenti iraniani contro il regime di terrore dell’Iran. Il corteo è stato molto suggestivo. Ho visto partecipare persone anziane, giovani e bambini. Nel pomeriggio ho partecipato ad un corteo di "migrantes", attraversato ripetutamente dallo slogan "siamo tutti clandestini". Corteo assolutamente pacifico e gioioso, con più di 50.000 persone. Venerdì le cose sono cambiate. Compaiono in città i Black Bloc (2000? 1000? 500? Penso che non si saprà mai e temo che qualsiasi cifra ufficiale dovrà esser divisa per 10, ma questa è un’illazione). Ho raccolto varie testimonianze di genovesi. I Black Bloc sono comparsi lontano dalla zona rossa e hanno sfasciato indisturbati. Cosa faceva la polizia? Era occupata a "caricare" a lacrimogeni dalle spalle un corteo pacifico, coordinato dal Genoa Social Forum che si stava allontanando dalla zona rossa. Manganellava a sangue ragazzi che non facevano assolutamente nulla, lasciandoli poi sul posto (visto con i miei occhi). Quanto ho visto e sentito (ovviamente un modesto sottoinsieme dei fatti accaduti) mi porta ad ipotizzare che i poliziotti (molti ragazzi psicologicamente indifesi) siano stati organizzati unicamente per difendere la zona rossa e che perciò i manifestanti pacifisti siano stati più volte "caricati" perché si avvicinavano alla zona rossa. Nel contempo, i Black Bloc devastavano indisturbati, perché agivano lontano dalla zona rossa (tattica, per altro, facile da prevedere). A me è sembrato, nella mia parzialissima visione delle cose, che il GSF abbia cercato di mantenere un’esplicita estraneità alla violenza. Forse altri hanno invece deliberatamente permesso che tutto si mescolasse. Ma questa, di nuovo, è un’illazione.
Sabato, ho partecipato ad una manifestazione pacifica e pacifista, fatta di persone di ogni età e di ogni etnia. La manifestazione si è conclusa in piazza Ferraris, in fondo a C.so Sardegna, dove hanno parlato, tra gli altri, il sindaco di Alegre, Bovè, Hebe de Bonafini e Agnoletto, esprimendo concetti che mi sono sembrati semplici e convincenti e che suggeriscono un modo nuovo di intendere la globalizzazione, non centrata sull’economia ma sulla democrazia ed i diritti dei popoli. Gli organizzatori hanno stimato circa 300.000 partecipanti. All’estrema coda del corteo, intanto, i soliti violenti infiltrati si scontravano con la polizia tra lacrimogeni e auto incendiate. Evidentemente le 24 ore di venerdì e la mattinata di sabato non sono bastate per identificare i violenti e fermarli. Per altro, a ben guardare, la polizia aveva il compito di difendere gli otto "grandi" del G8. Forse non aveva in programma di controllare i violenti, visto che questi, di fatto, non hanno agito contro il G8 (del quale, immagino, non gli importa niente), ma contro il movimento pacifista e la città.
Domenica, ho partecipato casualmente ad una conferenza stampa del GSF. Ho così appreso che la notte prima la sede temporanea è stata devastata dalla polizia e la gente manganellata.
Qui non si tratta più di difesa del G8, ma di qualcosa di peggio, Genova è stata violentata quattro volte: quando è stata trasformata in un surreale campo di concentramento; quando nessuno è stato in grado di impedire la devastazione della città; quando un suo ragazzo è stato assassinato e quando sono stati calpestati i diritti di persone che la città stava ospitando. Chiunque abbia la responsabilità di questi quattro fatti oggettivi ha il dovere di dimettersi.

M.G.

Genova, 27 Luglio 2001" 

Uncategorizeddi Etere

Un click. Quindi un clack. Poi ancora un click. E subito un clack. E così via, meccanicamente a un secondo di distanza l’uno dall’altro: la sveglia, col suo ticchettare, si era intrufolata viscida e impietosa nei miei sogni. Prima ancora di suonare, la bastarda era riuscita a ricollegare il filo rosso che i miei notturni artificieri avevano così accuratamente reciso, di fatto detonando il mattino come una carica di C4 sulle mie palpebre.
Che palle.
Mi svegliai. Un soffitto sconosciuto… Fermai il pensiero prima di diventare patetico come Shinji. ALT, intimai, riprendiamo il conto. Non ero stato bene, ricordo, no, anzi, ero stato decisamente male.

Ma quanto tempo fa? E che letto era quello? E il post-it che pendeva dalla mia fronte? I segnali iniziavano a farsi allarmanti, una perdita di coscienza prolungata e la possibilità di esser stato deriso pubblicamente erano sospetti sempre più fondati: il foglietto 3M non meglio identificato era un indizio pericoloso. Provai a mettere a fuoco l’intruso, mandando gli occhi in fico; il risultato fu deludente, mi convenne così cercare uno specchio, prima di rimuoverlo. Non si sa mai. Come quel film con BOOM sulla carta igienica. Non si sa mai, no.

Ma il lusso dov’era? Il campo visivo residuo, non invaso dallo sfocato pallore giallo del promemoria, rivelava una stanza sfatta, piccola e spartana (tuttavia non furono riscontrati uomini seminudi e muscolosi: dedussi con sollievo, quindi, che le varie mie verginità corporee erano ancora intatte).
Era un altro luogo, quindi, non più l’hotel sfarzoso a cui eravamo abituati; e siccome Mescaline si metterebbe tanto con gioia al volante dello Squalo quanto a lodare cristo in un Jesus Camp, arrivai alla conclusione che mi ero semplicemente dimenticato di almeno due settimane della mia gonzo esistenza.

Ma stavo bene, ricordavo il dettaglio della malinconia fulminante e dura, ma ricordavo altrettanto bene che era svanita, passata, ed ero tornato in forma. Tuttavia, ciò poteva rincuorare gli stormi di fan; giusto, rassicurarli, fare come le rockstar e affacciarsi al balcone. Forza, mostrati, palesati alle torme di ragazze pronte a lanciarti i loro striminziti tanga e i poco casti reggiseni come fromboliere sovreccitate!

Lo specchio poteva aspettare, meglio scrutare le torme di infoiate. Aprii la finestra dopo un respiro profondo: entrai nel personaggio poco prima di spalancare i vetri macchiati di unto e pioggia; l’aria fresca entrò e con lei il silenzio. Guardai meglio, un po’ deluso, e mi scoprii al pianterreno, puntato verso un giardinaccio incolto e decadente, disabitato. Un paio di panche in plastica da giardino, una corda d’altalena, barattoli vuoti.
No reggiseni, finite le fan, sprovvisto di folla tripudiante.
A quel punto sarebbe stato più realistico aspettarsi un energumeno pronto a spaccarmi la testa con un’ascia.
«Tu leggi Sutter Cane?!» mi avrebbe chiesto, per decidere se valutare o meno la resistenza del mio cranio contro la sua lama.
«Perdio sì, tutti i suoi racconti, li adoro. Davvero, nessuno escluso, specie quello in cui c’è la toccante scena del palombaro che si staglia contro saturno nascente, dai flutti salubri. Davvero, su quella scena ogni volta piango come una tredicenne.»
Bravo, sarebbe stata un’ottima risposta, forse te la saresti cavata. Nel dubbio, saresti stato pronto alla fuga.

Lo specchio, sì, mi attendeva con più urgenza del fan di Hobb’s End. Constatai che nulla di pericoloso si profilava all’orizzonte, mentre le mie occhiaie iniziavano la compilazione dei documenti per fare provincia a sé. Bastarde, so much for i costi della pubblica amministrazione.
Il post it si staccò dalla fronte sudaticcia. Il testo, vergato frettolosamente ma con stile femminile innegabile, riportava solo un numero di telefono e l’identificativo del mandante: Mescaline.

Dov’era? Perché non era lì? Ma soprattutto, un numero di telefono fisso. Quanto tempo era effettivamente passato? Si era forse sposata nel frattempo? Due settimane possono essere un’eternità, abbastanza per invaghirsi di un ricco ammaestratore di felini ed esser sufficientemente sbronzi da correre alla prima chiesa di Las Vegas per convalidare il tutto coi sacri voti. E scegliere come officiante un nano haitiano vestito da Elvis. Mioddio, ne sarebbe stata capace, dovevo informarmi.

«Pronto? Pronto, maledizione, pronto?!»
«Lo zero, faccia lo zero…»

Mi misi in posa, tenendo la cornetta tra orecchio e spalla destra alzai le braccia a forma di un grosso cerchio.

«..Così è abbastanza?»
«Di che diavolo parla? Prema lo zero sul telefono se vuole la linea…»

Ero fottuto, se mi avessero spiato, con delle maledette telecamerine da sonda anale nascoste in giro per l’appartamento, sarei stato perculato a sufficienza by night, magari su youtube.

«Ovviamente, lo zero sul telefono…»

Rifeci l’operazione, con tanto di zero come guest star. Il ricevitore dall’altra parte si mosse, e a giudicare dai rumori e dal delay impiegò un certo tempo prima di arrivare all’orecchio della linguista junkie.

«Pronto? Chi è?»

Stava dormendo della grossa. Cristo, era già oltreoceano, perlomeno.

«Mescaline! Io! Sono io, Etere! Mi hai lasciato un post it sulla fronte, sono solo, sono sperduto in una stamberga di motel senza nessuno con cui prendermela né parlare e fuori dalla finestra nessuno mi sta aspettando!»
«Merda ma che ore sono… Ti sei svegliato, quindi.»
«Sì, più sveglio che mai, ma non ricordo un cazzo. E’ grave?»
«No, non credo, vista la mole di antidepressivi e cognac che ti sei calato in queste settimane. Fanculo, è solo un miracolo del Regno dei Cani se non siamo stati beccati dalla stradale per il modo in cui hai guidato.»
«No, no, davvero, devo sapere! Devi dirmi! Ok, antidepressivi, ho capito, ci sono anche circa la stradale ma… Che fine hai fatto? Dove siamo? Cosa sto facendo? Perché ho ancora tutte e dieci le mie dita?»
«Circa le dieci dita, da bravo cretino, ci sei andato molto vicino ad averne nove… Comunque fanculo, fa caldo e mi sto cuocendo l’orecchio con la cornetta. Vengo lì da te e ti spiego. Metti in fresco qualche bibita, qualcosa che contenga dosi ragionevolmente alte di alcool.»
«Vieni qui? Come? Ma tra quanto?»

Ci fu solo un click. Per quando avrei dovuto attenderla? Avrebbe preso il primo volo? E come avrei pagato la stanza? E se fossi stato lì da giorni come clandestino? Sentivo già i passi del manager del posto..
Nocche su legno, la porta del rifugio stava per esser violata. La fronte si imperlò di sudore ancora più del previsto.Aprii lentamente…

E mi trovai Mescaline davanti.
Doveva aver intuito il mio stupore.

«Mi fai entrare o devo tornarmene nella mia stanza

technorati tags:, , , , , , , , , ,