Un click. Quindi un clack. Poi ancora un click. E subito un clack. E così via, meccanicamente a un secondo di distanza l’uno dall’altro: la sveglia, col suo ticchettare, si era intrufolata viscida e impietosa nei miei sogni. Prima ancora di suonare, la bastarda era riuscita a ricollegare il filo rosso che i miei notturni artificieri avevano così accuratamente reciso, di fatto detonando il mattino come una carica di C4 sulle mie palpebre.
Che palle.
Mi svegliai. Un soffitto sconosciuto… Fermai il pensiero prima di diventare patetico come Shinji. ALT, intimai, riprendiamo il conto. Non ero stato bene, ricordo, no, anzi, ero stato decisamente male.
Ma quanto tempo fa? E che letto era quello? E il post-it che pendeva dalla mia fronte? I segnali iniziavano a farsi allarmanti, una perdita di coscienza prolungata e la possibilità di esser stato deriso pubblicamente erano sospetti sempre più fondati: il foglietto 3M non meglio identificato era un indizio pericoloso. Provai a mettere a fuoco l’intruso, mandando gli occhi in fico; il risultato fu deludente, mi convenne così cercare uno specchio, prima di rimuoverlo. Non si sa mai. Come quel film con BOOM sulla carta igienica. Non si sa mai, no.
Ma il lusso dov’era? Il campo visivo residuo, non invaso dallo sfocato pallore giallo del promemoria, rivelava una stanza sfatta, piccola e spartana (tuttavia non furono riscontrati uomini seminudi e muscolosi: dedussi con sollievo, quindi, che le varie mie verginità corporee erano ancora intatte).
Era un altro luogo, quindi, non più l’hotel sfarzoso a cui eravamo abituati; e siccome Mescaline si metterebbe tanto con gioia al volante dello Squalo quanto a lodare cristo in un Jesus Camp, arrivai alla conclusione che mi ero semplicemente dimenticato di almeno due settimane della mia gonzo esistenza.
Ma stavo bene, ricordavo il dettaglio della malinconia fulminante e dura, ma ricordavo altrettanto bene che era svanita, passata, ed ero tornato in forma. Tuttavia, ciò poteva rincuorare gli stormi di fan; giusto, rassicurarli, fare come le rockstar e affacciarsi al balcone. Forza, mostrati, palesati alle torme di ragazze pronte a lanciarti i loro striminziti tanga e i poco casti reggiseni come fromboliere sovreccitate!
Lo specchio poteva aspettare, meglio scrutare le torme di infoiate. Aprii la finestra dopo un respiro profondo: entrai nel personaggio poco prima di spalancare i vetri macchiati di unto e pioggia; l’aria fresca entrò e con lei il silenzio. Guardai meglio, un po’ deluso, e mi scoprii al pianterreno, puntato verso un giardinaccio incolto e decadente, disabitato. Un paio di panche in plastica da giardino, una corda d’altalena, barattoli vuoti.
No reggiseni, finite le fan, sprovvisto di folla tripudiante.
A quel punto sarebbe stato più realistico aspettarsi un energumeno pronto a spaccarmi la testa con un’ascia.
«Tu leggi Sutter Cane?!» mi avrebbe chiesto, per decidere se valutare o meno la resistenza del mio cranio contro la sua lama.
«Perdio sì, tutti i suoi racconti, li adoro. Davvero, nessuno escluso, specie quello in cui c’è la toccante scena del palombaro che si staglia contro saturno nascente, dai flutti salubri. Davvero, su quella scena ogni volta piango come una tredicenne.»
Bravo, sarebbe stata un’ottima risposta, forse te la saresti cavata. Nel dubbio, saresti stato pronto alla fuga.
Lo specchio, sì, mi attendeva con più urgenza del fan di Hobb’s End. Constatai che nulla di pericoloso si profilava all’orizzonte, mentre le mie occhiaie iniziavano la compilazione dei documenti per fare provincia a sé. Bastarde, so much for i costi della pubblica amministrazione.
Il post it si staccò dalla fronte sudaticcia. Il testo, vergato frettolosamente ma con stile femminile innegabile, riportava solo un numero di telefono e l’identificativo del mandante: Mescaline.
Dov’era? Perché non era lì? Ma soprattutto, un numero di telefono fisso. Quanto tempo era effettivamente passato? Si era forse sposata nel frattempo? Due settimane possono essere un’eternità, abbastanza per invaghirsi di un ricco ammaestratore di felini ed esser sufficientemente sbronzi da correre alla prima chiesa di Las Vegas per convalidare il tutto coi sacri voti. E scegliere come officiante un nano haitiano vestito da Elvis. Mioddio, ne sarebbe stata capace, dovevo informarmi.
«Pronto? Pronto, maledizione, pronto?!»
«Lo zero, faccia lo zero…»
Mi misi in posa, tenendo la cornetta tra orecchio e spalla destra alzai le braccia a forma di un grosso cerchio.
«..Così è abbastanza?»
«Di che diavolo parla? Prema lo zero sul telefono se vuole la linea…»
Ero fottuto, se mi avessero spiato, con delle maledette telecamerine da sonda anale nascoste in giro per l’appartamento, sarei stato perculato a sufficienza by night, magari su youtube.
«Ovviamente, lo zero sul telefono…»
Rifeci l’operazione, con tanto di zero come guest star. Il ricevitore dall’altra parte si mosse, e a giudicare dai rumori e dal delay impiegò un certo tempo prima di arrivare all’orecchio della linguista junkie.
«Pronto? Chi è?»
Stava dormendo della grossa. Cristo, era già oltreoceano, perlomeno.
«Mescaline! Io! Sono io, Etere! Mi hai lasciato un post it sulla fronte, sono solo, sono sperduto in una stamberga di motel senza nessuno con cui prendermela né parlare e fuori dalla finestra nessuno mi sta aspettando!»
«Merda ma che ore sono… Ti sei svegliato, quindi.»
«Sì, più sveglio che mai, ma non ricordo un cazzo. E’ grave?»
«No, non credo, vista la mole di antidepressivi e cognac che ti sei calato in queste settimane. Fanculo, è solo un miracolo del Regno dei Cani se non siamo stati beccati dalla stradale per il modo in cui hai guidato.»
«No, no, davvero, devo sapere! Devi dirmi! Ok, antidepressivi, ho capito, ci sono anche circa la stradale ma… Che fine hai fatto? Dove siamo? Cosa sto facendo? Perché ho ancora tutte e dieci le mie dita?»
«Circa le dieci dita, da bravo cretino, ci sei andato molto vicino ad averne nove… Comunque fanculo, fa caldo e mi sto cuocendo l’orecchio con la cornetta. Vengo lì da te e ti spiego. Metti in fresco qualche bibita, qualcosa che contenga dosi ragionevolmente alte di alcool.»
«Vieni qui? Come? Ma tra quanto?»
Ci fu solo un click. Per quando avrei dovuto attenderla? Avrebbe preso il primo volo? E come avrei pagato la stanza? E se fossi stato lì da giorni come clandestino? Sentivo già i passi del manager del posto..
Nocche su legno, la porta del rifugio stava per esser violata. La fronte si imperlò di sudore ancora più del previsto.Aprii lentamente…
E mi trovai Mescaline davanti.
Doveva aver intuito il mio stupore.
«Mi fai entrare o devo tornarmene nella mia stanza?»
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