“Il Mil Mi-24 (nome in codice NATO “Hind”) è un elicottero da combattimento sovietico molto usato dalla guerra fredda fino ai giorni nostri. Derivato dal Mil Mi-8, ha una fusoliera diversa e più compatta, adatta a trasportare solo 8 uomini piuttosto che 28-32. È un elicottero molto più agile e veloce del precedente, ha un’elevata potenza di fuoco e una forte corazzatura.
Per 20 anni è stato lo spauracchio delle colonne corazzate NATO. Spesso definito come “carro armato volante”, è stato disegnato in verità come “AIFV volante” ovvero come velivolo da combattimento capace di portare anche una squadra di assaltatori-fanteria leggera (oppure, spesso, 2 armieri che azionano armi laterali).“
Ora, non sarebbe fregato molto a qualcuno sapere specifiche tecniche di un bestione dell’aria più vicino alla definizione di residuato bellico che a quella di terrore dei cieli, se non fosse che in una tiepida mattinata, verso le sei del mattino, mentre puntavamo il muso in una delle nostre solite direzioni puramente casuali, un rombante, prepotente e decisamente aggressivo Hind bloccò il cammino del Piccolo Squalo Rosso, calandosi dal cielo con la rabbia del suo rombo e sorvolando l’asfalto di fronte a noi con incedere arrogante.
Ci tagliò la strada, ripetutamente, mentre strabuzzavo gli occhi e iniziavo a prendermi a pugni secchi e decisi in testa, sperando di svegliarmi; magari di svegliarmi prima che il mio sonno al volante ci conducesse dritti oltre il bordo di un qualche tornante.
Invece nulla.
Era lì, grosso, cattivo, un moscone di ferro e polvere pirica in volo a meno di venti metri da noi, spiaccicato a qualcosa come due metri scarsi dal suolo; notevole l’abilità del pilota, non potevo negarlo.
Mescaline, fino a quel momento dormiente come la più pacifica e innocua delle creature viventi, strabuzzò gli occhi ed allietò il viso assonnato con un ampio sorriso, lo stesso di una marmocchia entusiasta davanti all’agognato MioMiniPony edizione limitata SuperLuxury con inserti glitter sulla chiappa sinistra, a formare un delizioso ricamo a forma di stella marina.
Mioddio, che vomitevole visione: mi concentrai sul roteare sferzante delle pale per strappare tale oscenità dal mio cervello; funzionò, brandelli rosati intrisi di sangue e melassa, assieme a crini equini multicolore, piovvero sullo Squalo, segno che l’Hind aveva dedicato il giusto trattamento al destriero nano materializzatosi nella mia immaginazione.
Ma distrarsi è male.
Nel tempo in cui mi voltai, riprendendomi dalla visione del pony sbudellato, il sedile del passeggero si era svuotato: Mescaline aveva afferrato la sua borsa provvidenziale, ripiena di indumenti di ricambio e pastiglie multicolore, tutto ciò che a una vera lady serve, e si era appollaiata sul cofano dello Squalo, mentre questi viaggiava a una media fissa di 160-170 km/h. Con la borsa a tracolla, i capelli nel vento gelido del mattino e un dizionario sgualcito sottomano, la linguista junkie agitava un braccio in direzione del moscone da combattimento che, per nulla sorpreso dalla scena, rallentava il suo incedere iniziando a sorvolare la livrea rossa della Gonzo Mobile.
Due o tre guanti rinforzati afferrarono con inattesa delicatezza la compare e la issarono a bordo. Cristo, una giovincella esile in mezzo ad almeno sei militari nerboruti, maledettissimi Spetsnaz celoduristi; prevedevo indicibili sessioni di rielaborazione sul tema “La soldatessa alla visita militare“…
L’Hind prese a sollevarsi, lasciando giusto il tempo a Mescaline di voltarsi verso l’incredulo sottoscritto e lanciargli un bacio frettoloso, facendo segno di non preoccuparsi e che ci saremmo rivisti.
“Contaci amico, contaci” temevo fosse, in realtà, il pensiero subliminale all’intera azione.
Che la partenza per la Russia fosse in schedule lo si sapeva. Che sarebbe andata così, è tutt’un altro paio di maniche.
Mentre il prodotto della Mil Mi, uno dei 2300 costruiti, si allontanava verso oriente facendo rombare la sua coppia di Klimov/Isotov, lo Squalo rallentava sulla strada silenziosa e ancora assonnata. Il motore scese di giri con un lieve e continuato lamento, interpretando, a quanto pare, gli stati d’animo del conducente.
Mi appoggiai allo schienale del sedile, l’auto ormai completamente ferma. Per interminabili giorni avrei avuto un’indesiderata compagna di viaggio con me: Solitudine.
A ben pensarci, questo fatto avrebbe potuto farsi persino divertente…
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