[Quanto segue è stato scritto su un rotolo di carta igienica. Lo stiamo srotolando per voi. Abbiate fede. (catena tirata - dissolvenza)]
Avevo commissionato io il maledettissimo rapimento. Pagandolo con le fatiche dell’ultimo anno di duro lavoro. Gli avevo detto «Sì» con un sensuale doppio click su un sito .ru che supportava l’occidentale e diabolico paypal. Papà Lenin mi aveva avvisata circa i rischi del sistema. Veloce, sicuro, impersonale. Era chiaro. Un comportamento compulsivo sarebbe stato il minimo effetto di un simile virus. E il moscone mortale che si era materializzato sul mio annoiato orizzonte era il più ingombrante risultato di una lunga e imbarazzante lista.
Gli spetsnaz hanno il fascino perduto della seta grezza. E non è questa la sede giusta per declamare le mirabilie offerte dalle sudate ad alta quota. Fatto sta che mi avevano presa, sbattuta per l’etere, e depositata con poche cerimonie in territorio sovieti… della Federazione Russa, gesuiddio dove andremo a finire…
Tempo di cambiare le mutandine e il fuso orario. Gruppo consonantico. Alfabeto. Lingua.
Il miliziano che raccoglie la mia deposizione tossisce indispettito. Indica la maglietta. Cristo. La maglietta. Comincio la rassegna mentale delle magliette che è decisamente sconsigliato indossare in questo contesto. Avrò scelto quella con l’attualissima caricatura di Putin - Orsetto Misha in previsione delle olimpiadi del ‘14? O, ancora meglio, quella in cui la Politkovskaja, riversa su un fianco, indica l’Ucraina e le boccette di diossina? Con lieve titubanza eseguo un moderato streching dei muscoli del collo, bullet time dell’angolo descritto dal mento, e… primissimo piano della maglietta. Rido. «Wave Camp. Florence. July 20-22 2007» Accendo la Davidoff del «mi è passata la vita davanti agli occhi e - cazzo - non era per niente male.» Lui è sempre più infastidito. Evidentemente Anja questa mattina non ne aveva voglia. O in un raro momento sobrio ha messo a fuoco i due incisivi incapsulati in oro di bassa lega che stavano per morderle un capezzolo ed è scappata in bagno. Povera Anja, penso. Ok, ok. Ora le spiego il Wave. Lei sa chi sono i Blogger 2.0?
Al Wave ho visto l’inferno. C’era Lucifero in persona ad ancheggiare sul palco con Capossela. E l’intera corte dei miracoli che batteva gli zoccoli sullo sterrato ardente. Era un continuum tra lo Stagno di Fuoco e Sesto Fiorentino, localizzato in uno spot di terra dal tenebroso quanto sabbatico nome: Osmannoro. Un uomo vestito da lattina di un fottuto "energy drink post moderno tutta chimica niente liquido" mi ha allungato un depliant mentre varcavo i cancelli. “Il caldo libera la mente”. Sicuramente. Raggiungi un livello di pazienza diametralmente opposto a quello toccato durante il Nirvana. Se mi stai pensando, e non lo stai facendo come si deve, a) lo percepisco b) ne paghi le conseguenze. Il caldo libera l’animale che c’è in te. Per alcuni la frase va rimodellata in “la carogna che c’è in te”. Il link olfattivo è decisamente cliccato. Dovrebbe essere rilasciato un foglietto illustrativo sui movimenti rischiosi da compiere in un habitat simile, al primo posto (in Verdana 20 glitterato™): “A meno che tu non abbia intenzioni ostili, per amor di blogger, non sollevare i gomiti di un angolo superiore ai 90° rispetto al busto.” Segue uno stilizzato Uomo di Vitruvio con angolature possibili segnate in diversi colori. Il rosso in Bold ti avverte perentorio: "Raggiunti i 180° di angolatura potresti essere perseguito per crimini contro l’umanità."
Guidata da questa sit-com di pensieri sono strisciata fino alla tenda del WaveCamp, scansando cadaveri e gesticolando, con l’ammazzamosche in Gonzo-dotazione, contro l’affabile flottiglia di avvoltoi sulla mia testa. Prima di cedere alla tentazione di rovesciarmi dell’acqua in testa (ma già dopo aver subito gli effetti dell’insolazione fulminante), sono quasi sicura di aver intravisto Riddick urlare a Stefano Vitta «c’è una sola velocità, la mia.» Detto questo, il tendone ha assunto i contorni di Crematoria e le FonAntenne hanno invocato perdono, piantandosi in sincrono, game over. Nemmeno il wi-fi ha il coraggio di esistere passati i 40° C all’ombra. Il miliziano mi interrompe. «-40°?» No. Quelli solo a Mosca, a Gennaio. Stavo dicendo. L’inferno. I carmina burana. Bergman e Antonioni in una botta sola, son cose. Il wave era stato, senza alcun dubbio, un camp di resistenza e sopravvivenza. Ero ben fiera di indossarne la maglietta. Anche in Russia. Ecco tutto.
Quattro provvidenziali ruote mi avevano salvata da un calvario annunciato in quel di Bergamo. Chi? Il miliziano rispetta la scaletta degli interrogatori stilata ben prima del ‘56 dal Grande Baffo in persona. Chi mi aveva portata a questo rave di sovversivi satanisti? Wave. Rave. Non importa. Non sono così brava a contraddire in russo. Era stato un gentleman e la sua carrozza frigorifero, rispondo meditabonda. Ché, quando viaggi in una bolla di aria condizionata per più di un’ora, tendi a dimenticare tutte le cazzabubbole che affliggono il pianeta. Il surriscaldamento da menopausa in cui soffochiamo noi del 2007, sa? Il miliziano annuisce. Pare che quest’anno sia l’estate di caldo record, qui a S.Pietroburgo. Apri la portiera e pianti i tacchi nell’asfalto. La strada riceve il duplice impatto di due stalattiti. Reagiscono male entrambe le parti. Tu vedi il sole in tutta la sua non-più-contenibile-potenza. Vedi i raggi UV che surfano sulla tua pelle, felici come utenti sulla banda larga. Qualcuno, nel frattempo, ti sta accendendo i polmoni dopo averli cosparsi di combustibile. Contemporaneamente irradi crepe per tutto l’asfalto, condite di conseguenti disastri a catena. Code previste sul tratto Firenze - Signa. Se qualcuno mi rincorreva? No, signore. Da cosa stavo scappando? Da un pranzo di matrimonio che si sarebbe protratto fino alle 21 dello stesso giorno. Ora è lui che ride. I matrimoni, qui, durano settimane. Il suo non è ancora finito. L’ambiguità del messaggio rimane in traduzione.
Insomma al Wave avevo trovato il mio socio, e una setta di amici. Sì, Etere è il mio socio. Dov’è ora? Nemmeno voi del KGB riuscireste a scoprirlo, avete perso il tocco ormai. …ah…capisco. Il miliziano mi allunga delle foto scattate da satellite. Sempre il solito romanticone. Etere sta accucciato sul crinale di una collina. In solitaria contemplazione. Il miliziano suggerisce senza poesia - il tuo socio sta cagando sul monte. Penso ad Anja, alla seta della sua pelle slava sotto le mani del denti d’oro qui davanti. Al sorriso che gli dedica tutte le mattine, quando va in bagno, pregando di non essere incinta. Ancora un mese, sussurra, ancora un mese. E lui nel frattempo si stropiccia gli occhi, mette i piedi sul linoleum grigio e accende il samovar. S. Pietroburgo fa brillare le sue cupole d’oro, e lui risponde con un digrignare di incisivi incapsulati, azzannando cetrioli e pane nero. Etere è un artista, rispondo secca, era al Wave per una 24ore di fumetto.
La stanza dell’interrogatorio è decisamente piccola. Spalmata di fumo denso e bluastro. Con un sorridente e bidimensionale Putin incorniciato sopra alla cassaforte. Il nastro dell’ordine di S. Giorgio borda la scrivania. Un mitra è abbandonato accanto al ventilatore. Sarà una cosa lunga. Mi chiedo cosa stiano facendo, nel frattempo, i 15 studenti di cui sono responsabile. Rasputin, nell’angolo dietro la porta, si liscia la barba silenzioso. Se le cose dovessero mettersi male, sarà lui a farmi uscire da qui.
to be continued…