Uncategorizeddi Mescaline

Ore 4.34 a.m.

Alzo la testa. Sbatto. Riabbasso la testa. La cella è un tugurio ottagonale, impossibile seguire il mio animale guida in quest’inferno di spigoli. Non che non ci abbia provato. Alla seconda svolta ho beccato la Matrona delle matrioske. Cozzato proprio contro. Sbam. Bave di vodka dappertutto. E lei che si apre. Ancora, ancora e ancora. E rimpicciolisce. Uno sballo da acido mal riuscito. Si appiattisce, una per ogni parete di questa maledetta gabbia. E allora l’animale guida mi guarda e dice “cazzi tuoi, sfigata”.

Credo che i piani di questa Abu Ghraib dei poveri siano scivolati nella tasca di Andropov in tempi non sospetti. Quando ancora i progetti si facevano a tante mani. Via via che le purghe decimavano i proprietari. Di idee e di mani.

Rasputin è qui con me. Ancora un po’ incazzato per la storia del palazzo Jusupov. Inutile farlo ragionare. Quando ti avvelenano, ti prendono a bastonate, ti sparano e ti buttano in un fiume e tu, di chiara tempra slava, sopravvivi, attaccato alla vita più di una cozza allo scoglio, passi il resto della vita nell’Oltreverso lievemente alterato. Gli allungo una fiala di Acutil Fosforo e la coppia di lenti a contatto di ricambio (nel trapasso ha perso parte della sua proverbiale intensità di sguardo, deve ricorrere alle lenti bianche, si rivolge allo stesso che rifornisce Marilyn Manson). Annuisce grato, rivolto verso la Matrioska n°3.

Mi accascio nella zona notte di quest’ottagono di claustrofobie remixate sui toni del Gulag. Un puzzo notevole. Le seguenti verità vengono svelate (sottofondo coro sovietico preferibilmente nella versione dei Leningrad Cowboys):

a) che i miei 15 studenti sono già morti e i rispettivi organi smistati nel mercato nero dell’ex URSS.
b) che nemmeno Mac Gyver con ben due graffette e quattro puntine sarebbe riuscito a farmi evadere dalla narice destra di Stalin in cui mi trovavo. Qualche speranza con un metro di nastro adesivo.
c) che il prossimo attacco mistico di Rasputin avrebbe risolto i grandi misteri del cosmo, esordendo con un baritonale 42 e proseguendo con, senza dubbio, una qualche profetica e discutibile affermazione sul potere dell’immateriale 2.0, sui grilli per la testa (head_er), e sull’imminente Leone d’oro di Ang Lee alla 64° Mostra del Cinema di Venezia (il più casto esercizio erotico in mezzo al porno d’autore che è atterrato in latex al Lido: piume di pavone comodamente inserite in sederi di donnine per Chabrol, cambio di sesso e ammiccamenti lesbo per Rohmer, una creativa 69 in piedi in Help Me Eros e un disdicevole sotto prodotto italiano con un paio di pompini mal assestati. Il tutto spesso proiettato alle 8.30 a.m. Conseguenze registrate: critici attempati arzillissimi, giovani leve nauseate, grande incremento nella vendita dei Kleenex. Son cose.)
d) Obi.One.Etere, sei la mia ultima speranza.

Ore 5.57 a.m.

Jennifer, lo scarafaggio transgender, racconta alla Matrioska n°7 dell’ultimo concerto dei NIN che si è tenuto qui a S. Pietroburgo. Riavvio il sistema e cerco di stare a sentire. Salvo rendermi conto, con orrore, che Jennifer ha la mia voce. E che questo sgangherato trip di tabuizzato lerciume nulla è se non l’effetto collaterale del mix di merda chimica che Denti d’oro mi ha sparato in vena poco prima di sbattermi in cella.  Dunque, ricapitolando, sono io che parlo con un muro. Perfetto. Decido di starmi ad ascoltare (sic) e zittisco con uno schiocco di dita l’eterno mantra di Rasputin.

Di tutto questo berciare e fare gargarismi dei giornali sulle dichiarazioni che Trent Reznor si sgola a rilasciare durante i concerti ne ho veramente le tasche lise. Chiariamo un paio di cose. 1) Lo fa sempre. Tutto il maledettissimo tour di Year Zero vede in scaletta la magnifica uscita “If you can’t find our cd in stores, steal it! Listen to it with friends. Share it! Don’t buy it!” incastrata tra un successo di vecchia data e una novità elettronica di recente creazione, quando il frontman è sufficientemente pezzato da puzzare di maschio a distanza pogo. A questo punto la palla passa al pubblico, alle reazioni possibili. 2) C’è il popolo non anglofono che conosce by heart le canzoni ma ignora completamente la sintassi che le governa, e c’è invece la fazione che sa la lingua in cui Trent bofonchia. Se nel primo caso l’affermazione verrà accolta con un mite boato dettato unicamente dalla variabile “front man sudato che si rivolge al pubblico”, nel secondo caso la struttura che ospita il concerto verrà scossa da un terremoto di urla e strepiti. A meno che 3) Trent non pronunci queste stesse parole in una città russa dove, come tutti sanno, non esistono cd originali se non nei negozi piazzati ad hoc sulle strade turistiche e, se davvero sei così picio da andarli a comprare lì, il commesso ti guarda, dondola la testa, sorride e digita lo scontrino al ritmo di “Spider pig, spider pig” - film visto prima che lo stesso Matt Groening avesse dato l’ok alla diffusione delle pizze -. Il pubblico russo (che conosce perfettamente la lingua inglese ma non intende ammetterlo platealmente, soprattutto davanti ai malefici turisti occidentali) ascolta questo maschio bianco sudato urlare l’avvenuta scoperta dell’acqua calda. Trent ci mette l’anima, è eccitato, sta chiedendo alla gente di rubare il frutto del suo duro lavoro, normalmente questo assicura la riuscita del concerto e i titoloni su tutte le testate dei periodici musicali locali, non capisce cosa ci sia di sbagliato nella folla che ha davanti. Finché dagli spalti il primo russo inizia la ola, tira fuori stancamente un iPod, o un qualsiasi lettore mp3, schiaccia “play: Year Zero” e comincia a sventolarlo tipo accendino. Che sta per: già fatto, già visto. Trent ci rimane male, ne canta una di meno, e zompetta triste giù dal palco “tanto voi le sapete già tutte…”

La Matrioska n°7 muove goffamente i larghi fianchi, Jennifer annuisce a scatti, scricchiolando come un biscotto sotto ai piedi. La n°2 ondeggia sulla parete, come un ologramma andato a male. Perché sono qui dentro?

Ore 6.12 a.m.

Perché mi sono soffiata il naso in pubblico. Perché se no? Cosa c’è di non legale che si possa fare in Russia? Niente, cazzo. Rasputin vomita pezzi d’ambra in un angolo. “Fu così” dice “che costruirono stanza d’ambra” pausa “tutti gatti russi vomita ambra, cosa credi, occidentale, che abbiamo rubato oro del nord, noi?”. Il fatto che Rasputin non sia un gatto non mi impedisce di sorvolare sulla follia della situazione, penso anzi a che montatura potrebbe valorizzare i pezzi ammonticchiati sul pavimento, ci fosse Mac Gyver con le sue graffette ne farei un braccialetto per RedPill. Non ci sono leggi scritte circa il soffiarsi il naso. Ho visto gente dormire sui marciapiedi, vomitare nel bicchiere altrui, intonare ballate dell’amor Scortese che farebbero rabbrividire le conigliette di Playboy. Ma mai. Per l’amore di Lenin. Soffiarsi il naso in pubblico. Puoi sniffare una tanica di assenzio, insegnare ai NIN cosa sia la Pirateria, usare la falce e martello come calzascarpe. Ma non soffiarti il naso. Piuttosto tira su. Manco fosse il traforo del monte bianco. Un risucchio che nemmeno il Niagara stura lavandini saprebbe fare di meglio. Io mi sono soffiata il naso. E sono qui. Riaccompagnata in cella dallo stesso team di teste di cuoio che, gesuiddio, io - Io - ho pagato per essere portata in Russia. “Signorina, un altro viaggetto, eh?” “Eh.”

Ore 7.29 a.m.

Tappo** cinque terre, gioco Rasputin, stappo una creatura… Jennifer chiama il Lock. L’arbitro me la dà vinta a tavolino. Le Matrioske applaudono.

Ore 7.30 a.m.

Rimangono pochi giri di carta intorno al mio ultimo rotolo. Ci sono ancora un paio di cose che devo dire. Mi hanno fatto firmare un foglio. Ero alla mia personalissima Yalta, con tutti gli altri, Denti d’oro e soci. Cosa potevo fare? Ho firmato. Winston era d’accordo. Non è nella convenzione di Ginevra arrestarmi perché mi sono soffiata il naso. Quindi preferiscono far pensare al resto del mondo che io sia dentro perché la Russia è un paese in cui, oltre a tutto il resto, la censura esiste. E detta legge. Sono ufficialmente accusata di aver diffuso una copertina di giornale - Sabaka - che nell’edizione di S. Pietroburgo raffigurava una caricatura di Putin, la stessa che temevo di avere sulla maglietta al momento dell’arresto. La montatura dice - solo per coprire la storia del naso soffiato - che tutte le copie di quel giornale sono state ritirate. Che l’immagine è stata tolta anche dal sito. Che sono state fatte stampare due copie alternative e rimesse in circolazione nel giro di 48 ore. Che qualche testa nel sistema editoriale è rotolata. Ovviamente il mondo russo non permetterebbe mai niente di simile. Io ve la lascio qui, avvolta nella carta igienica, è una delle poche copie rimaste. E ora, come disse qualcuno, google fai il tuo sporco lavoro.

Misha-Putin Censorship

7.55

Attend trsferiment. Per crimini cntr stato non ci son processi. Dev andar…

[fine del rotolo]

**se non hai mai giocato a Magic e non capisci questa frase va tutto bene. Il mondo ti sorride. Esci e comprati un sacchetto di caramelle. Poi lavati i denti.

Uncategorizeddi Etere

La task-force per ritrovare Mescaline stava prendendo corpo. Ma penso avrò moltissimo bisogno di aiuto anche da voi, voi che leggete questi appunti strampalati incisi con un temperino sulla porta di una sala d’aspetto, o che li sbirciate affissi a pali sperduti di metanodotti in disuso.
Nel frattempo, quindi, allenatevi con un altro gioco: trovate Etere.

 

 

Non vi resta che fare una visita a sito della Scuola di cui faccio parte, a questo punto. Eccolo

Uncategorizeddi Etere

Ci sentiamo tutti legati, stranamente, quando si parla di grandi tragedie. Dov’eravamo l’undici settembre? Cosa stavamo facendo l’undici settembre? E quando Kennedy fu ucciso?
E’ un’emozione sottile, che punge i nervi più eccitanti della nostra memoria, il chiedersi dove tanti altri, sconosciuti, diversi da noi, fossero negli attimi che hanno cambiato, in peggio, il mondo. Dov’eravamo nelle ore in cui la più grande, riuscita, e mediaticamente fulminante performance artistica veniva messa in atto?

Ogni resoconto che capita per le mani, a me, complottista insensibile, dietrologo all’alcaseltzer, istituzionalmente antiamericano, è un racconto che amo leggere, che ho voglia di conoscere. Perché in un così forte momento di realtà stravolta, di sogno vigile e collettivo com’è stato l’undici settembre duemilauno, trovo importante leggere le parole altrui come il pizzicotto che ci si dà per assicurarci di esser svegli e di non star sognando, né, purtroppo, di averlo fatto.

E io, io dov’ero? E io chi ero?
Credo che Etere debba smettere i panni qualche minuto, perché Etere doveva ancora nascere, a quel tempo. Nel duemilauno c’era un ragazzo glabro coi capelli a spazzola e le idee politicamente molto confuse; c’era un ragazzino, insomma, che non riusciva bene a capire se il fatto che a Giuliani avessero sparato fosse grave o no. C’era un marmocchio, in pratica, che pensava che la vita era un enorme videogame ribaltato, che non ci fosse fretta per crescere e pensare ad altre cose che non fossero i voti alti al liceo, fare un doppio sei a Warhammer o decorare di Excellent le sue partite a Quake III.
Questo ragazzino l’undici settembre si ricorda che faceva caldo, ma tanto; era vestito di nero, maglietta e jeans, come l’altro suo amico, poco più alto di lui, figlio di poliziotto. Faceva caldo, e i due scendevano lungo la strada, assolata, che a Genova da Brignole porta al mare della Foce; erano stati nel negozio di miniature di fiducia, a comprare qualche pezzo dal costo esorbitante e immoralmente inutile, e mentre la narrazione ha inizio stavano scendendo fino a un piccolo negozio di videogiochi, seminascosto, per tentare di trovare qualche occasione tra le scatole dell’usato in vendita.
Sulla strada incontrano una loro compagna di classe, quasi non riconoscendola, anzi, chiedendosi più volte se effettivamente fosse lei o le somigliasse solamente. Un sorriso, uno scambio di parole, i classici "tra poco si torna, pronta per l’inizio?" "sì, cheppalle, non ne ho veramente voglia". Del resto era l’undici settembre, e le scuole stavano per riaprire, i banchi sarebbero stati, come ogni anno, riempiti di nuovo da membra svogliate ed abbelliti con porcate da osteria.
I due ragazzini tornano a casa di quello che un tempo era il sottoscritto, che passa a salutare i nonni, incidentalmente vicini di casa, mentre un tecnico sta riparando loro la televisione della cucina.

E, da lì, non capisco.

Mia nonna ci saluta, poi mi guarda e mi chiede se ho visto che disastro sta succedendo in America. Eccolo. Davanti alla tv mio nonno e il tecnico commentano a voce bassa, mentre quest’ultimo continua a smanettare per calibrare la sintonia del baraccone Mivar. Dico qualcosa, qualcosa di adolescenziale, quindi mi congedo dai nonni e col mio amico salgo le scale fino a casa mia.
Qui è il bello, la nota curiosa. Ora, rigor di logica vorrebbe che uno, se ha visto che in televisione sta succedendo qualcosa di grosso, accenda il televisore. Invece no. 56k che ringhia e gracchia, Ansa e Reuters, poi Yahoo poi… Niente, tutto bloccato, ci eravamo fiondati su internet per saperne di più, ma la rete stava come collassando sotto l’evidente viavai di notizie in arrivo e visitatori in accesso; la cosa era ufficialmente grossa.
Accendo la tv in salotto, stiamo in piedi davanti, inutile usare il divano. Canale 5, Mentana in camicia d’emergenza, il resto è storia.

Ricordo solo che avevo nausea, fortissima, e la testa mi girava. Il mio amico continuava a dire "che ficata! che ficata! non ci credo!" mentre le immagini si ripetevano sullo schermo e le torri crollavano, e crollavano, ed esplodevano, quindi crollavano. Ricordo che pensai distintamente e con un nodo in gola "Ecco, ci siamo. Inizia", riferendomi alla Terza guerra mondiale.
La mia mente indugiava sulla paura di silos di lancio aperti, sul ritorno della paranoia, sull’atomo che incombeva.
Sapevo che era finita, in un giorno, la mia adolescenza. Sarei rimasto ancora per anni un coglione perfetto, ma con una più chiara visione del mondo: era nata in me una coscienza politica, era nato un bisogno di attualità, di informazione; avevo visto il mio mondo cambiare con me come fu per i miei genitori al tempo di Kennedy o di Moro.
Avevo capito che non c’era tempo per illudermi che i buoni sono i buoni dentro al teleschermo, nelle divise, né sono buoni i lustrini e le parole dei tromboni, delle pubblicità. Sapevo che tutto sarebbe cambiato, e che ne ero parte.
Sapevo solo che il dodici settembre sarebbe stato un giorno un po’ più buio per l’umanità, primo di tanti.

E, purtroppo, il ragazzino idiota di diciassette anni aveva avuto ragione.

Uncategorizeddi Etere

Venghino signori venghino, in un post di sei corde in metallo, amplificatori e marmocchi rockettari. Ci saranno alcuni spoiler, ma niente di compromettente; se non temete questa potenza… Combatt… Leggete!

Dato che Mescaline continuava imperterrita il suo vivere spersa nella fog of war, e dato che non avevo ancora costruito né il tech center né il radome per sbloccare la visuale dell’intera mappa, il mio giocare con lei a nascondino doveva necessariamente prendersi una pausa.
Per rifornire lo Squalo, riposarmi, strapparmi le occhiaie da insonnia (sì, da insonnia, non pensate sempre alle malizie), e ricollegare il cervello a quella squassata fibra ottica che vagamente definirei come sistema nervoso periferico. Misi su un film, dopo esser entrato nell’ennesima, anonima, scialba stanza di motel per passarvi un po’ di tempo. In onda, su Ether Channel, School of Rock.

Bene, il tema mi è caro, mi è carissimo, mi è così caro che è come se stessero parlando del mio naso in un documentario a reti unificate: meglio per loro che ci vadano cauti. School of Rock è sostanzialmente la storia di un rocker sfigato (Dewey - Jack Black), maldestro ma con un fuoco sacro che lo pervade in continuazione: un rocker che sogna la vetta senza avere un soldo ma che si sente (anche giustamente) profeta di una religione ormai stuprata, slavata e privata dei suoi principi fondativi. Cacciato dalla sua band e indebitato, Dewey ruba un’occasione di lavoro come supplente al suo amico insegnante, Ned Schneebly (Mike White), nella più prestigiosa scuola elementare dello stato.
Dewey non è un insegnante, non ha praticamente cultura che non sia quella musicale e solo quando scopre i talenti strumentali e vocali dei suoi alunni decide di prenderli sotto la sua ala (di pipistrello) e istruirli al verbo del Rock’n'Roll. In vista c’è la partecipazione a una competizione per Rock band, la cui preparazione va tenuta ben nascosta dagli occhi morigerati di direttrice e genitori. Sì, i genitori che vessano i figlioletti della high class society, che li pressano, li tengono in riga: la famiglia prima di tutto, l’istruzione subito dietro.

Ora, veniamo al punto saliente. Jack Black è dannatamente convincente, sprizza passione da ogni suo sguardo e, per quanto sembri un film incentrato su di lui, riesce molto bene ad espandere la sua aura di protagonista assoluto fino a inglobare i marmocchi della band che, di luce riflessa, forse, tengono bene la scena senza risultare figurini di sfondo alla mercé dell’erede di Belushi.
E’ un film leggero che scivola via senza problemi, con un buon ritmo e una narrazione azzeccata; lui, Jack, è unico, forse perché è parte di un habitat naturale, il Rock, che gli pulsa dentro e si vede. Il messaggio che Dewey porta avanti è semplice: c’era un tempo, un tempo purtroppo lontano e rovinato per sempre da quell’enorme coca-cola commerciale che è Mtv (detto da lui è un po’ un discorso ipocrita, lui che è spesso pappa e ciccia con l’emittente musicale pop per eccellenza), in cui il Rock era un modo di esprimersi forte, per urlare in faccia ai potenti, a The Man, i disagi e le incazzature che arrovellavano lo spirito del vero rocker.
Il Rock, quindi, come protesta sociale, linguaggio degli esclusi, filosofia degli oppressi. E ci sta. E condivido.

Il film romba su questo motivo principale; Dewey istruisce a dovere i suoi pargoli infondendo in loro il coraggio di tirare fuori rabbia e sentimento, mettendoli in un riff di chitarra, incanalandoli in un giro di tastiere o sventrandoli su una rullata di batteria.
Sì, vero, niente di nuovo rispetto a opere più attempate come Sister Act (e, di fatto, School of Rock è una versione diabolica del film con Whoopi Goldberg, con ragazzini per bene che vanno demonizzati invece che scapestrati da beatificare; in entrambi i casi gli artefici sono degli infiltrati nel sistema) ma il carisma di Black riesce a farci superare tutto ciò, convincendo, trascinando, lasciando che anche nello spettatore resti una scia, almeno, di quella fiamma pagana che è il Rock puro e fulminante.

Fin qui, quindi, è tutto come un buon boccale di birra: non ti devasta il fegato, l’alcol si fa sentire al punto giusto, ed è fresco. Ma, ma, ma… sopraggiunto il finale (buonista, siamo negli USA e più precisamente nella Hollywood family sized, chevvelodicoaffare) il dubbio che qualcuno in quel boccale di birra ghiacciata, invitante, ci abbia sputato, inizia a farsi vivo. E’ un retrogusto che solo dopo la sbronza percepiamo distintamente.
Il problema: il Rock deve gridare in faccia ai potenti, ai perbenisti (vedasi il Punk), all’onnipresente e soverchiante The Man, deve riuscire a dare la carica per ribaltare le istituzioni come un raid degli Hell’s Angels, essere lo strumento espressione di una generazione di delusi e falliti che per una volta, almeno, rovesciano le vessazioni e rigurgitano i rospi che per anni hanno dovuto ingoiare in faccia a chi li ha oppressi, schiacciati, comandati.

Bene. Peccato che il film si concluda -spoiler alert- con genitori contenti dei talentuosi figlioletti indiavolati, vincitori morali della gara canora, al punto di ufficializzare l’esistenza della School of Rock; gli stessi ragazzini sono felici e beati dei sorrisi dei loro parenti e dimenticano senza alcuna fatica le proibizioni subite e gli ostacoli piazzati sul loro percorso dagli stessi. Se aggiungiamo, in più, che si sta parlando della miglior scuola dello stato, di high class e quindi di marmocchi che sono, chi più chi meno, destinati a diventare loro stessi The Man, ossia a prendere posizioni di potere, beh… Qualcosa non torna decisamente.

Il Rock viene imborghesito dalla sua accettazione nei ranghi più alti della società, ufficializzato, diventa quindi linguaggio Mtvzzato che era tanto ostile all’inizio dell’avventura di Dewey come improbabile supplente. Qualcuno mi ha sputato nella birra, in buona sostanza, ma diciamo che glielo perdoniamo; con difficoltà, ma possiamo passarci sopra. Davanti al rockeggiare sincero e convinto di Jack Black, alla passione del suo trasmettere ai pargoli i nomi di Jimmy Page, dei The Who e facendogli ripetere i giri dei Black Sabbath o dei Doors, nel vederlo assegnare i compiti a casa dando CD che io stesso adoro… Non so, gliela perdono, davvero.

So che è cedere al ricatto buonista del film ma… Stavolta passo, vado a prendere di nuovo in mano l’elettrica.

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Uncategorizeddi Etere

E non me ne fregava più molto.
Davanti a quell’enorme linoleum blu cobalto, perso per centinaia di chilometri come il pavimento di una sala da ballo il mattino dopo un campionato di liscio, cosparso com’era di perline e lustrini scintillanti, non me ne fregava molto.
O mentivo, sì, dicevo balle per sentirmi in controllo della situazione.

Mescaline taceva, era rimbalzata dalle lande ex sovietiche agli umidi e fradici colli veneziani, sui tappeti rossi, sulle calze a strisce, sotto le luci della ribalta o tra i riflettori e il silenzio religioso delle sale cinematografiche.

Tutto ciò che era definibile come indizio della sua esistenza era un completo e ricco resoconto di viaggio, consegnatomi da un corriere espresso lungo la strada; una busta, un plico semplice; come l’indirizzo di destinazione: "Per Etere. Trovalo"

Così ero qui, tra Sanremo e Arma, fermo in una piazzola di sosta malconcia ad ammirare le nuvole irraggiungibili che aiutavano la Corsica a stagliarsi sull’orizzonte, facendole da scenografia. Le navi, i mercantili, scivolavano lenti, in lontananza. Come soprammobili e niente di più; piccoli, remoti e bui, nel grigiore della distanza, nell’assenza di dettagli, come un miraggio.

Giornata limpidissima, questa, con l’aria perfetta che entrava dai finestrini e dal condizionatore dello Squalo, con la voglia di guidarlo su e sempre più su oltre qualche costone, su qualche altopiano per godere ancora meglio del panorama inaspettato.
E poi basta. Non trovi Mescaline, non sai dove sia, non sai come raggiungerla. Hai solo idea che sia a Venezia, ma sarà così? E se non fosse mai uscita dalla stretta del viscido Vladimiro? Innamorata di qualche discendente di ussaro, con gli occhi di ghiaccio e la mascella determinata, fuggita verso est per sempre, dispersa.

Ma, davvero, ce ne importava? Ora, qui, davanti a questo azzurro sopra, questo blu immobile sotto e questa mistura di verde alle spalle, ce ne importava? Non so.

Heard it through the grapevine scivolava fuori dall’abitacolo a tutto volume, con sotto l’LSD che scendeva piano; le note dei Creedence Clearwater Revival e quella voce guizzante, acuta nelle tempie azzeravano le mie necessità e seducevano i miei dubbi, allentandone la morsa ansiogena.

Dovevo comunque organizzarmi per avere notizie di Mescaline. Appena questo sluscioso trip avesse attenuato i suoi effetti, avrei pensato lucidamente a cosa fare, a chi mobilitare.
Qualche idea l’avevo, e di sicuro mi sarei dovuto accordare con altri, e altri, e altri ancora. Fosse anche stato per il gusto di rovinarle la fuga, di apparirle davanti quando meno se lo potesse aspettare, avrei ritrovato Mescaline.

Così, lasciando che fossero gli Heart con la loro rutilante Barracuda a seguire i Creedence, rientrai nell’abitacolo della vettura rossa e la puntai ancora verso una meta non meglio precisata. Bastava tenersi il mare sulla destra, con i suoi luccichii e le sue ventate salate di ricordi. Troppi, tutti assieme.
Meglio accelerare, Barracuda.