E non me ne fregava più molto.
Davanti a quell’enorme linoleum blu cobalto, perso per centinaia di chilometri come il pavimento di una sala da ballo il mattino dopo un campionato di liscio, cosparso com’era di perline e lustrini scintillanti, non me ne fregava molto.
O mentivo, sì, dicevo balle per sentirmi in controllo della situazione.

Mescaline taceva, era rimbalzata dalle lande ex sovietiche agli umidi e fradici colli veneziani, sui tappeti rossi, sulle calze a strisce, sotto le luci della ribalta o tra i riflettori e il silenzio religioso delle sale cinematografiche.

Tutto ciò che era definibile come indizio della sua esistenza era un completo e ricco resoconto di viaggio, consegnatomi da un corriere espresso lungo la strada; una busta, un plico semplice; come l’indirizzo di destinazione: "Per Etere. Trovalo"

Così ero qui, tra Sanremo e Arma, fermo in una piazzola di sosta malconcia ad ammirare le nuvole irraggiungibili che aiutavano la Corsica a stagliarsi sull’orizzonte, facendole da scenografia. Le navi, i mercantili, scivolavano lenti, in lontananza. Come soprammobili e niente di più; piccoli, remoti e bui, nel grigiore della distanza, nell’assenza di dettagli, come un miraggio.

Giornata limpidissima, questa, con l’aria perfetta che entrava dai finestrini e dal condizionatore dello Squalo, con la voglia di guidarlo su e sempre più su oltre qualche costone, su qualche altopiano per godere ancora meglio del panorama inaspettato.
E poi basta. Non trovi Mescaline, non sai dove sia, non sai come raggiungerla. Hai solo idea che sia a Venezia, ma sarà così? E se non fosse mai uscita dalla stretta del viscido Vladimiro? Innamorata di qualche discendente di ussaro, con gli occhi di ghiaccio e la mascella determinata, fuggita verso est per sempre, dispersa.

Ma, davvero, ce ne importava? Ora, qui, davanti a questo azzurro sopra, questo blu immobile sotto e questa mistura di verde alle spalle, ce ne importava? Non so.

Heard it through the grapevine scivolava fuori dall’abitacolo a tutto volume, con sotto l’LSD che scendeva piano; le note dei Creedence Clearwater Revival e quella voce guizzante, acuta nelle tempie azzeravano le mie necessità e seducevano i miei dubbi, allentandone la morsa ansiogena.

Dovevo comunque organizzarmi per avere notizie di Mescaline. Appena questo sluscioso trip avesse attenuato i suoi effetti, avrei pensato lucidamente a cosa fare, a chi mobilitare.
Qualche idea l’avevo, e di sicuro mi sarei dovuto accordare con altri, e altri, e altri ancora. Fosse anche stato per il gusto di rovinarle la fuga, di apparirle davanti quando meno se lo potesse aspettare, avrei ritrovato Mescaline.

Così, lasciando che fossero gli Heart con la loro rutilante Barracuda a seguire i Creedence, rientrai nell’abitacolo della vettura rossa e la puntai ancora verso una meta non meglio precisata. Bastava tenersi il mare sulla destra, con i suoi luccichii e le sue ventate salate di ricordi. Troppi, tutti assieme.
Meglio accelerare, Barracuda.