Venghino signori venghino, in un post di sei corde in metallo, amplificatori e marmocchi rockettari. Ci saranno alcuni spoiler, ma niente di compromettente; se non temete questa potenza… Combatt… Leggete!

Dato che Mescaline continuava imperterrita il suo vivere spersa nella fog of war, e dato che non avevo ancora costruito né il tech center né il radome per sbloccare la visuale dell’intera mappa, il mio giocare con lei a nascondino doveva necessariamente prendersi una pausa.
Per rifornire lo Squalo, riposarmi, strapparmi le occhiaie da insonnia (sì, da insonnia, non pensate sempre alle malizie), e ricollegare il cervello a quella squassata fibra ottica che vagamente definirei come sistema nervoso periferico. Misi su un film, dopo esser entrato nell’ennesima, anonima, scialba stanza di motel per passarvi un po’ di tempo. In onda, su Ether Channel, School of Rock.

Bene, il tema mi è caro, mi è carissimo, mi è così caro che è come se stessero parlando del mio naso in un documentario a reti unificate: meglio per loro che ci vadano cauti. School of Rock è sostanzialmente la storia di un rocker sfigato (Dewey - Jack Black), maldestro ma con un fuoco sacro che lo pervade in continuazione: un rocker che sogna la vetta senza avere un soldo ma che si sente (anche giustamente) profeta di una religione ormai stuprata, slavata e privata dei suoi principi fondativi. Cacciato dalla sua band e indebitato, Dewey ruba un’occasione di lavoro come supplente al suo amico insegnante, Ned Schneebly (Mike White), nella più prestigiosa scuola elementare dello stato.
Dewey non è un insegnante, non ha praticamente cultura che non sia quella musicale e solo quando scopre i talenti strumentali e vocali dei suoi alunni decide di prenderli sotto la sua ala (di pipistrello) e istruirli al verbo del Rock’n'Roll. In vista c’è la partecipazione a una competizione per Rock band, la cui preparazione va tenuta ben nascosta dagli occhi morigerati di direttrice e genitori. Sì, i genitori che vessano i figlioletti della high class society, che li pressano, li tengono in riga: la famiglia prima di tutto, l’istruzione subito dietro.

Ora, veniamo al punto saliente. Jack Black è dannatamente convincente, sprizza passione da ogni suo sguardo e, per quanto sembri un film incentrato su di lui, riesce molto bene ad espandere la sua aura di protagonista assoluto fino a inglobare i marmocchi della band che, di luce riflessa, forse, tengono bene la scena senza risultare figurini di sfondo alla mercé dell’erede di Belushi.
E’ un film leggero che scivola via senza problemi, con un buon ritmo e una narrazione azzeccata; lui, Jack, è unico, forse perché è parte di un habitat naturale, il Rock, che gli pulsa dentro e si vede. Il messaggio che Dewey porta avanti è semplice: c’era un tempo, un tempo purtroppo lontano e rovinato per sempre da quell’enorme coca-cola commerciale che è Mtv (detto da lui è un po’ un discorso ipocrita, lui che è spesso pappa e ciccia con l’emittente musicale pop per eccellenza), in cui il Rock era un modo di esprimersi forte, per urlare in faccia ai potenti, a The Man, i disagi e le incazzature che arrovellavano lo spirito del vero rocker.
Il Rock, quindi, come protesta sociale, linguaggio degli esclusi, filosofia degli oppressi. E ci sta. E condivido.

Il film romba su questo motivo principale; Dewey istruisce a dovere i suoi pargoli infondendo in loro il coraggio di tirare fuori rabbia e sentimento, mettendoli in un riff di chitarra, incanalandoli in un giro di tastiere o sventrandoli su una rullata di batteria.
Sì, vero, niente di nuovo rispetto a opere più attempate come Sister Act (e, di fatto, School of Rock è una versione diabolica del film con Whoopi Goldberg, con ragazzini per bene che vanno demonizzati invece che scapestrati da beatificare; in entrambi i casi gli artefici sono degli infiltrati nel sistema) ma il carisma di Black riesce a farci superare tutto ciò, convincendo, trascinando, lasciando che anche nello spettatore resti una scia, almeno, di quella fiamma pagana che è il Rock puro e fulminante.

Fin qui, quindi, è tutto come un buon boccale di birra: non ti devasta il fegato, l’alcol si fa sentire al punto giusto, ed è fresco. Ma, ma, ma… sopraggiunto il finale (buonista, siamo negli USA e più precisamente nella Hollywood family sized, chevvelodicoaffare) il dubbio che qualcuno in quel boccale di birra ghiacciata, invitante, ci abbia sputato, inizia a farsi vivo. E’ un retrogusto che solo dopo la sbronza percepiamo distintamente.
Il problema: il Rock deve gridare in faccia ai potenti, ai perbenisti (vedasi il Punk), all’onnipresente e soverchiante The Man, deve riuscire a dare la carica per ribaltare le istituzioni come un raid degli Hell’s Angels, essere lo strumento espressione di una generazione di delusi e falliti che per una volta, almeno, rovesciano le vessazioni e rigurgitano i rospi che per anni hanno dovuto ingoiare in faccia a chi li ha oppressi, schiacciati, comandati.

Bene. Peccato che il film si concluda -spoiler alert- con genitori contenti dei talentuosi figlioletti indiavolati, vincitori morali della gara canora, al punto di ufficializzare l’esistenza della School of Rock; gli stessi ragazzini sono felici e beati dei sorrisi dei loro parenti e dimenticano senza alcuna fatica le proibizioni subite e gli ostacoli piazzati sul loro percorso dagli stessi. Se aggiungiamo, in più, che si sta parlando della miglior scuola dello stato, di high class e quindi di marmocchi che sono, chi più chi meno, destinati a diventare loro stessi The Man, ossia a prendere posizioni di potere, beh… Qualcosa non torna decisamente.

Il Rock viene imborghesito dalla sua accettazione nei ranghi più alti della società, ufficializzato, diventa quindi linguaggio Mtvzzato che era tanto ostile all’inizio dell’avventura di Dewey come improbabile supplente. Qualcuno mi ha sputato nella birra, in buona sostanza, ma diciamo che glielo perdoniamo; con difficoltà, ma possiamo passarci sopra. Davanti al rockeggiare sincero e convinto di Jack Black, alla passione del suo trasmettere ai pargoli i nomi di Jimmy Page, dei The Who e facendogli ripetere i giri dei Black Sabbath o dei Doors, nel vederlo assegnare i compiti a casa dando CD che io stesso adoro… Non so, gliela perdono, davvero.

So che è cedere al ricatto buonista del film ma… Stavolta passo, vado a prendere di nuovo in mano l’elettrica.

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