Ci sentiamo tutti legati, stranamente, quando si parla di grandi tragedie. Dov’eravamo l’undici settembre? Cosa stavamo facendo l’undici settembre? E quando Kennedy fu ucciso?
E’ un’emozione sottile, che punge i nervi più eccitanti della nostra memoria, il chiedersi dove tanti altri, sconosciuti, diversi da noi, fossero negli attimi che hanno cambiato, in peggio, il mondo. Dov’eravamo nelle ore in cui la più grande, riuscita, e mediaticamente fulminante performance artistica veniva messa in atto?
Ogni resoconto che capita per le mani, a me, complottista insensibile, dietrologo all’alcaseltzer, istituzionalmente antiamericano, è un racconto che amo leggere, che ho voglia di conoscere. Perché in un così forte momento di realtà stravolta, di sogno vigile e collettivo com’è stato l’undici settembre duemilauno, trovo importante leggere le parole altrui come il pizzicotto che ci si dà per assicurarci di esser svegli e di non star sognando, né, purtroppo, di averlo fatto.
E io, io dov’ero? E io chi ero?
Credo che Etere debba smettere i panni qualche minuto, perché Etere doveva ancora nascere, a quel tempo. Nel duemilauno c’era un ragazzo glabro coi capelli a spazzola e le idee politicamente molto confuse; c’era un ragazzino, insomma, che non riusciva bene a capire se il fatto che a Giuliani avessero sparato fosse grave o no. C’era un marmocchio, in pratica, che pensava che la vita era un enorme videogame ribaltato, che non ci fosse fretta per crescere e pensare ad altre cose che non fossero i voti alti al liceo, fare un doppio sei a Warhammer o decorare di Excellent le sue partite a Quake III.
Questo ragazzino l’undici settembre si ricorda che faceva caldo, ma tanto; era vestito di nero, maglietta e jeans, come l’altro suo amico, poco più alto di lui, figlio di poliziotto. Faceva caldo, e i due scendevano lungo la strada, assolata, che a Genova da Brignole porta al mare della Foce; erano stati nel negozio di miniature di fiducia, a comprare qualche pezzo dal costo esorbitante e immoralmente inutile, e mentre la narrazione ha inizio stavano scendendo fino a un piccolo negozio di videogiochi, seminascosto, per tentare di trovare qualche occasione tra le scatole dell’usato in vendita.
Sulla strada incontrano una loro compagna di classe, quasi non riconoscendola, anzi, chiedendosi più volte se effettivamente fosse lei o le somigliasse solamente. Un sorriso, uno scambio di parole, i classici "tra poco si torna, pronta per l’inizio?" "sì, cheppalle, non ne ho veramente voglia". Del resto era l’undici settembre, e le scuole stavano per riaprire, i banchi sarebbero stati, come ogni anno, riempiti di nuovo da membra svogliate ed abbelliti con porcate da osteria.
I due ragazzini tornano a casa di quello che un tempo era il sottoscritto, che passa a salutare i nonni, incidentalmente vicini di casa, mentre un tecnico sta riparando loro la televisione della cucina.
E, da lì, non capisco.
Mia nonna ci saluta, poi mi guarda e mi chiede se ho visto che disastro sta succedendo in America. Eccolo. Davanti alla tv mio nonno e il tecnico commentano a voce bassa, mentre quest’ultimo continua a smanettare per calibrare la sintonia del baraccone Mivar. Dico qualcosa, qualcosa di adolescenziale, quindi mi congedo dai nonni e col mio amico salgo le scale fino a casa mia.
Qui è il bello, la nota curiosa. Ora, rigor di logica vorrebbe che uno, se ha visto che in televisione sta succedendo qualcosa di grosso, accenda il televisore. Invece no. 56k che ringhia e gracchia, Ansa e Reuters, poi Yahoo poi… Niente, tutto bloccato, ci eravamo fiondati su internet per saperne di più, ma la rete stava come collassando sotto l’evidente viavai di notizie in arrivo e visitatori in accesso; la cosa era ufficialmente grossa.
Accendo la tv in salotto, stiamo in piedi davanti, inutile usare il divano. Canale 5, Mentana in camicia d’emergenza, il resto è storia.
Ricordo solo che avevo nausea, fortissima, e la testa mi girava. Il mio amico continuava a dire "che ficata! che ficata! non ci credo!" mentre le immagini si ripetevano sullo schermo e le torri crollavano, e crollavano, ed esplodevano, quindi crollavano. Ricordo che pensai distintamente e con un nodo in gola "Ecco, ci siamo. Inizia", riferendomi alla Terza guerra mondiale.
La mia mente indugiava sulla paura di silos di lancio aperti, sul ritorno della paranoia, sull’atomo che incombeva.
Sapevo che era finita, in un giorno, la mia adolescenza. Sarei rimasto ancora per anni un coglione perfetto, ma con una più chiara visione del mondo: era nata in me una coscienza politica, era nato un bisogno di attualità, di informazione; avevo visto il mio mondo cambiare con me come fu per i miei genitori al tempo di Kennedy o di Moro.
Avevo capito che non c’era tempo per illudermi che i buoni sono i buoni dentro al teleschermo, nelle divise, né sono buoni i lustrini e le parole dei tromboni, delle pubblicità. Sapevo che tutto sarebbe cambiato, e che ne ero parte.
Sapevo solo che il dodici settembre sarebbe stato un giorno un po’ più buio per l’umanità, primo di tanti.
E, purtroppo, il ragazzino idiota di diciassette anni aveva avuto ragione.