Ore 4.34 a.m.
Alzo la testa. Sbatto. Riabbasso la testa. La cella è un tugurio ottagonale, impossibile seguire il mio animale guida in quest’inferno di spigoli. Non che non ci abbia provato. Alla seconda svolta ho beccato la Matrona delle matrioske. Cozzato proprio contro. Sbam. Bave di vodka dappertutto. E lei che si apre. Ancora, ancora e ancora. E rimpicciolisce. Uno sballo da acido mal riuscito. Si appiattisce, una per ogni parete di questa maledetta gabbia. E allora l’animale guida mi guarda e dice “cazzi tuoi, sfigata”.
Credo che i piani di questa Abu Ghraib dei poveri siano scivolati nella tasca di Andropov in tempi non sospetti. Quando ancora i progetti si facevano a tante mani. Via via che le purghe decimavano i proprietari. Di idee e di mani.
Rasputin è qui con me. Ancora un po’ incazzato per la storia del palazzo Jusupov. Inutile farlo ragionare. Quando ti avvelenano, ti prendono a bastonate, ti sparano e ti buttano in un fiume e tu, di chiara tempra slava, sopravvivi, attaccato alla vita più di una cozza allo scoglio, passi il resto della vita nell’Oltreverso lievemente alterato. Gli allungo una fiala di Acutil Fosforo e la coppia di lenti a contatto di ricambio (nel trapasso ha perso parte della sua proverbiale intensità di sguardo, deve ricorrere alle lenti bianche, si rivolge allo stesso che rifornisce Marilyn Manson). Annuisce grato, rivolto verso la Matrioska n°3.
Mi accascio nella zona notte di quest’ottagono di claustrofobie remixate sui toni del Gulag. Un puzzo notevole. Le seguenti verità vengono svelate (sottofondo coro sovietico preferibilmente nella versione dei Leningrad Cowboys):
a) che i miei 15 studenti sono già morti e i rispettivi organi smistati nel mercato nero dell’ex URSS.
b) che nemmeno Mac Gyver con ben due graffette e quattro puntine sarebbe riuscito a farmi evadere dalla narice destra di Stalin in cui mi trovavo. Qualche speranza con un metro di nastro adesivo.
c) che il prossimo attacco mistico di Rasputin avrebbe risolto i grandi misteri del cosmo, esordendo con un baritonale 42 e proseguendo con, senza dubbio, una qualche profetica e discutibile affermazione sul potere dell’immateriale 2.0, sui grilli per la testa (head_er), e sull’imminente Leone d’oro di Ang Lee alla 64° Mostra del Cinema di Venezia (il più casto esercizio erotico in mezzo al porno d’autore che è atterrato in latex al Lido: piume di pavone comodamente inserite in sederi di donnine per Chabrol, cambio di sesso e ammiccamenti lesbo per Rohmer, una creativa 69 in piedi in Help Me Eros e un disdicevole sotto prodotto italiano con un paio di pompini mal assestati. Il tutto spesso proiettato alle 8.30 a.m. Conseguenze registrate: critici attempati arzillissimi, giovani leve nauseate, grande incremento nella vendita dei Kleenex. Son cose.)
d) Obi.One.Etere, sei la mia ultima speranza.
Ore 5.57 a.m.
Jennifer, lo scarafaggio transgender, racconta alla Matrioska n°7 dell’ultimo concerto dei NIN che si è tenuto qui a S. Pietroburgo. Riavvio il sistema e cerco di stare a sentire. Salvo rendermi conto, con orrore, che Jennifer ha la mia voce. E che questo sgangherato trip di tabuizzato lerciume nulla è se non l’effetto collaterale del mix di merda chimica che Denti d’oro mi ha sparato in vena poco prima di sbattermi in cella. Dunque, ricapitolando, sono io che parlo con un muro. Perfetto. Decido di starmi ad ascoltare (sic) e zittisco con uno schiocco di dita l’eterno mantra di Rasputin.
Di tutto questo berciare e fare gargarismi dei giornali sulle dichiarazioni che Trent Reznor si sgola a rilasciare durante i concerti ne ho veramente le tasche lise. Chiariamo un paio di cose. 1) Lo fa sempre. Tutto il maledettissimo tour di Year Zero vede in scaletta la magnifica uscita “If you can’t find our cd in stores, steal it! Listen to it with friends. Share it! Don’t buy it!” incastrata tra un successo di vecchia data e una novità elettronica di recente creazione, quando il frontman è sufficientemente pezzato da puzzare di maschio a distanza pogo. A questo punto la palla passa al pubblico, alle reazioni possibili. 2) C’è il popolo non anglofono che conosce by heart le canzoni ma ignora completamente la sintassi che le governa, e c’è invece la fazione che sa la lingua in cui Trent bofonchia. Se nel primo caso l’affermazione verrà accolta con un mite boato dettato unicamente dalla variabile “front man sudato che si rivolge al pubblico”, nel secondo caso la struttura che ospita il concerto verrà scossa da un terremoto di urla e strepiti. A meno che 3) Trent non pronunci queste stesse parole in una città russa dove, come tutti sanno, non esistono cd originali se non nei negozi piazzati ad hoc sulle strade turistiche e, se davvero sei così picio da andarli a comprare lì, il commesso ti guarda, dondola la testa, sorride e digita lo scontrino al ritmo di “Spider pig, spider pig” - film visto prima che lo stesso Matt Groening avesse dato l’ok alla diffusione delle pizze -. Il pubblico russo (che conosce perfettamente la lingua inglese ma non intende ammetterlo platealmente, soprattutto davanti ai malefici turisti occidentali) ascolta questo maschio bianco sudato urlare l’avvenuta scoperta dell’acqua calda. Trent ci mette l’anima, è eccitato, sta chiedendo alla gente di rubare il frutto del suo duro lavoro, normalmente questo assicura la riuscita del concerto e i titoloni su tutte le testate dei periodici musicali locali, non capisce cosa ci sia di sbagliato nella folla che ha davanti. Finché dagli spalti il primo russo inizia la ola, tira fuori stancamente un iPod, o un qualsiasi lettore mp3, schiaccia “play: Year Zero” e comincia a sventolarlo tipo accendino. Che sta per: già fatto, già visto. Trent ci rimane male, ne canta una di meno, e zompetta triste giù dal palco “tanto voi le sapete già tutte…”
La Matrioska n°7 muove goffamente i larghi fianchi, Jennifer annuisce a scatti, scricchiolando come un biscotto sotto ai piedi. La n°2 ondeggia sulla parete, come un ologramma andato a male. Perché sono qui dentro?
Ore 6.12 a.m.
Perché mi sono soffiata il naso in pubblico. Perché se no? Cosa c’è di non legale che si possa fare in Russia? Niente, cazzo. Rasputin vomita pezzi d’ambra in un angolo. “Fu così” dice “che costruirono stanza d’ambra” pausa “tutti gatti russi vomita ambra, cosa credi, occidentale, che abbiamo rubato oro del nord, noi?”. Il fatto che Rasputin non sia un gatto non mi impedisce di sorvolare sulla follia della situazione, penso anzi a che montatura potrebbe valorizzare i pezzi ammonticchiati sul pavimento, ci fosse Mac Gyver con le sue graffette ne farei un braccialetto per RedPill. Non ci sono leggi scritte circa il soffiarsi il naso. Ho visto gente dormire sui marciapiedi, vomitare nel bicchiere altrui, intonare ballate dell’amor Scortese che farebbero rabbrividire le conigliette di Playboy. Ma mai. Per l’amore di Lenin. Soffiarsi il naso in pubblico. Puoi sniffare una tanica di assenzio, insegnare ai NIN cosa sia la Pirateria, usare la falce e martello come calzascarpe. Ma non soffiarti il naso. Piuttosto tira su. Manco fosse il traforo del monte bianco. Un risucchio che nemmeno il Niagara stura lavandini saprebbe fare di meglio. Io mi sono soffiata il naso. E sono qui. Riaccompagnata in cella dallo stesso team di teste di cuoio che, gesuiddio, io - Io - ho pagato per essere portata in Russia. “Signorina, un altro viaggetto, eh?” “Eh.”
Ore 7.29 a.m.
Tappo** cinque terre, gioco Rasputin, stappo una creatura… Jennifer chiama il Lock. L’arbitro me la dà vinta a tavolino. Le Matrioske applaudono.
Ore 7.30 a.m.
Rimangono pochi giri di carta intorno al mio ultimo rotolo. Ci sono ancora un paio di cose che devo dire. Mi hanno fatto firmare un foglio. Ero alla mia personalissima Yalta, con tutti gli altri, Denti d’oro e soci. Cosa potevo fare? Ho firmato. Winston era d’accordo. Non è nella convenzione di Ginevra arrestarmi perché mi sono soffiata il naso. Quindi preferiscono far pensare al resto del mondo che io sia dentro perché la Russia è un paese in cui, oltre a tutto il resto, la censura esiste. E detta legge. Sono ufficialmente accusata di aver diffuso una copertina di giornale - Sabaka - che nell’edizione di S. Pietroburgo raffigurava una caricatura di Putin, la stessa che temevo di avere sulla maglietta al momento dell’arresto. La montatura dice - solo per coprire la storia del naso soffiato - che tutte le copie di quel giornale sono state ritirate. Che l’immagine è stata tolta anche dal sito. Che sono state fatte stampare due copie alternative e rimesse in circolazione nel giro di 48 ore. Che qualche testa nel sistema editoriale è rotolata. Ovviamente il mondo russo non permetterebbe mai niente di simile. Io ve la lascio qui, avvolta nella carta igienica, è una delle poche copie rimaste. E ora, come disse qualcuno, google fai il tuo sporco lavoro.

7.55
Attend trsferiment. Per crimini cntr stato non ci son processi. Dev andar…
[fine del rotolo]
**se non hai mai giocato a Magic e non capisci questa frase va tutto bene. Il mondo ti sorride. Esci e comprati un sacchetto di caramelle. Poi lavati i denti.