Il 23 dicembre era stato dedicato all’ordine.
140 mq di casa sospesi nel tempo in attesa di verdetto. Programmo la Rivoluzione dello Scopino scandendola in tre tempi. Viene stilata una tabella dettagliata, stampata in triplice copia, firmata due volte (prima e dopo i pasti, si sa mai che le calorie facciano cambiare idea) e affissa nelle zone di maggior concentrazione familiare. Rispettivamente: il cesso, la cucina e "quel_luogo_dove_io_cerco_di_studiare" - e che quindi si popola magicamente di rumori, grida, gente, cose, alieni, politici e polvere -
Reazioni riscontrate. Ilarità collettiva. Nella veranda viene allestito un banco di scommesse clandestine tenuto dalla tizia delle pulizie. Promettono una percentuale al portinaio purché mi chieda, per ogni sacchetto di rumenta che porto giù durante la Rivoluzione, come penso di risolvere l’Allarme Libri™. Il Piccolo Perverso Polimorfo invece sceglie le retrovie. Cambia le pile alla macchinina telecomandata e le fissa addosso un sacchetto bucato di coriandoli del carnevale passato mischiati a brillantini-collosi del natale presente.
Resto impassibile.
Nota Bene. L’Allarme Libri™ scatta quando gli scaffali delle librerie di casa cominciano a vomitare tomi sulla testa dei passanti. L’aviaria delle librerie comporta quindi spargimento di carta sui pavimenti. Spesso si manifesta anche il misterioso fenomeno del "libro infrattato": pur di non essere ri-ingoiato dalla libreria bulimica, il libro si nasconde sotto letti, mobili e superfici opache. Tu stesso diventi segreto untore. Te ne rendi conto quando infili Proust nel frigorifero, per fare posto butti la scorta di insaccati natalizi, e scopri che nel freezer alloggia - tra i 4 salti in padella e i pisellini primavera findus - la tua copia del ‘68 di Dottor Živago.
Postilla per i cultori del design estremo: i frigoriferi sono fonte grandiosa di scaffali a basse temperature, perfetti per tascabili e non, mentre nel reparto uova ci tengo le matite per le sottolineature lampo e nei cassettoni frutta-verdura i tomi che non voglio vedere nemmeno per sbaglio (da Manzoni a D’Annunzio, passando per tutta la pseudoletteratura moderna).
Mi attengo al piano. Un quattro quarti allegro ma non troppo mi spinge qui e là per la casa. L’ologramma della Casalinga di Voghera tiene il tempo con il suo tacco basso e largo - dopo il binomio vivente cane-padrone c’è quello donna-scarpa -.
Metodica.
Domo i folletti della polvere e i pesciolini d’argento con l’angolo del sopracciglio sinistro. L’aspirapolvere si inchina e mi porge sottomessa l’adattatore per la spina. Dopo pochi secondi di programmata attesa il subwoofer ruggisce sparando intere famiglie di acari direttamente nelle fauci del demonio elettrico.
Procedura non standard, geme la casalinga. Il fatto, poi, che io mi spari un Wild Turkey a canna, mentre colorati pezzetti di carta invadono ogni superficie piana, la destabilizza definitivamente. Si ritira a fare l’arrosto.
Visi tirati nella veranda. I vicini scommettono passando pizzini arrotolati per l’intercapedine.
Al terzo sacchetto di rumenta compro il portinaio promettendogli una percentuale maggiore e un incontro intimo con Rudolph, la renna capo di Babbo Natale. Ora, ogni volta che mi vede passare, urla "AU AU AU" in perfetto sincrono con l’intermittenza cromatica delle lucine dell’albero di natale.
Va meglio.
La casa brilla. I libri restano. Ovunque.
Ventisette minuti dopo ho murato la dispensa.
In terra ci sono quelli plastificati, creano un pattern simile al parquet, si sa mai qualcuno volesse lucidarli.
Vinco tutto. Carico su carta. Riverso su ibs.it, senza rendermi conto - nell’orgiastico tintinnio di rosso-verde-oro natalizio - di aver appena ordinato il corrispettivo di mezza libreria.
Chissà dov’è Etere. Ma soprattutto. Chissà se ha spazio-libri da affittarmi.
In chiusura di giornata capisco finalmente l’oscura verità di Fahrenheit 451.
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Alla luce del 23 dicembre, prima che il Dinamico Duo Vigilia e Natale si decidesse a ghigliottinare i testicoli del sottoscritto per quanto concerne sopportazione del prossimo e benevolenza generalizzata, mi rendevo conto che, in fondo, la questione di tutto l’ambaradan natalizio non era così complicata: dozzine di decine di centinaia di rotocalchi scandalistici inseguono spermatozoi vip estate dopo estate, nozze dopo nozze, cercando di accaparrarsi lo scoop sul nascituro famoso e riverito di qualche starlette zoccola abbinata, con evidente fortuna spermatica, a un non meglio identificato magnate del calcio, della finanza, dell’immobiliare, del culo sa cosa.
Passato il periodo di quarantena forzata nel CPT uterino della madre, il piccolo batuffolo color placenta strappata misto sangue rappreso è pronto ad incontrare la gioia e lo sfavillio dei flash e delle troiate da tabloid.
Il Natale, in fondo, è tutto ciò, solo maledettamente ad libitum: si insegue la nascita perpetua, e fittizia, di un marmocchio altolocato di madre nota e padre ignoto, o meglio, noto ma innominabile, pena la lapidazione. Sono sfortune, del resto ogni famiglia ha i propri casini e le proprie complicazioni, non lo mettiamo in dubbio; di certo sarà pure stato il figlio di dio, ma quello mica gli passava l’assegno mensile per il mantenimento e gli alimenti. San Giuseppe, intanto, chiarisce la sua posizione e medita la possibilità di vendere l’esclusiva per la vicenda a Corona, se non persino a Vespa in persona.
Se, però, scendiamo a un livello più intimo, nella recondita alcova spirituale che ognuno di noi serba gelosamente custodita nelle profondità della propria anima (voi, forse, io ho preferito trasformarla in un frigobar, a dirla tutta), nulla di tutto ciò esiste. Esistono solo due cose, due impellenti necessità di scadenza annuale che vengono mediamente assecondate.
La prima è la messa di mezzanotte, rito mostruosamente monolitico, catalizzatore di sonni mancati e incontenibili pennichelle tra i banchi della parrocchia di quartiere, evento termoautonomo grazie all’indescrivibile calore sprigionato dall’incessante frequenza di sbadigli ed altre emissioni non meglio specificate che si sprigionano da chi attende alla funzione. E’ uno degli eventi religiosi più ipocriti sin da tempi persi nelle nebbie dei secoli: orde di vecchi, vecchie e nipotini accalcano le panche e gli scranni sfoggiando inguardabili e imbarazzanti gioielli di famiglia appartenuti a generazioni ormai mummificate, abiti lussuosi e pellicce immorali per la loro cronica mancanza di attinenza con il contesto religioso.
Si fa notare, non bastasse, che lo spuntino gratificatore per i pazienti della cerimonia è pressoché nullo: un’ostia insapore e un sorso di vino annacquato. L’aggettivo santo fa lievitare il grado di accettazione della fregatura. Si finisce dopo un’ora e mezza, o due ore, pensando solo al cotechino da preparare per il 31, quante lenticchie mangiare per aumentare le proprie probabilità statistiche di azzeccare il 6 vincente al lotto e quali pacchetti scartare per primi una volta rientrati all’accogliente paganesimo consumistico della propria abitazione.
Il secondo punto fondamentale a cui non si sfugge non è, come si può pensare, l’atroce trappola per bracconieri di portafogli ed espianti di denaro (i regali), bensì gli auguri.
Il rito degli auguri è una pratica sadomasochistica terrificante, che viene perlopiù affrontata all’ultimo secondo con la gioia e l’ardore di un condannato a morte mediante visione forzata di Settimo Cielo. La pratica scomoda e fintamente diplomatica si può riassumere in modo molto semplice: alzare la cornetta del telefono, o premere il tastino verde dei vostri fottutissimi blackberry di merda™, e chiamare una serie di scomodi parenti, nonché amici, che siccome necessitano di essere raggiunti mediante medium telefonico significa che è gente che avete voluto, e scelto, di tenere lontano. Da ciò deriva il più grosso ostacolo alla sincerità dell’augurio recapitato, che il più delle volte, in effetti, se ascoltato al contrario o letto al calore di una candela rivela orribili maledizioni babilonesi che nemmeno voi sapevate di conoscere. Ah, le mirabilie della memoria genetica, eh?
La meraviglia degli auguri è però un’altra. Nessuno vi farà gli auguri, nessuno verrà a trovarvi, sarete sempre voi, anno dopo anno, a recarvi dai suddetti parenti, o amici (o a telefonare loro) e non avverrà mai il contrario. E ciò vale per tutti, tutti quanti al mondo: siete sempre voi a fare e andare. Sempre. Nessun cuginetto che viene da voi (eppure da bambini, cavolo, eravate voi a fare il giro degli zii come un freak), nessuno zio, cognata, amico d’infanzia che si scomodi al posto vostro.
Il che, lo capirete bene, genera un paradosso non indifferente che nessuno, al momento, ha mai spiegato.
Il professor Stephen Hawking, forse, potrebbe riuscirci, ma al momento è troppo impegnato a sbavare piña colada dalla sua cannuccia e finire di dettare una lista della spesa vecchia di quattro giorni. Ognuno, dicevamo, ha le sue priorità.
Questo meditavo, il 23 dicembre, dal cruscotto distrutto dello Squalo: niente più ruote, solo mattoni, la carrozzeria impolverata e il pellame degli interni sgualcito, con l’acchiappasogni al retrovisore che magicamente è riuscito ad acchiappare solo grasso e moscerini.
Questo pensavo, e non mi rincuorava, ma almeno mi teneva in viaggio, se non altro col cervello. Avrebbe richiamato, Mescaline?
Ci saremmo ritrovati dopo il naufragio dicembrino per riprendere a incazzarci artisticamente col mondo, alla luce di un bellissimo 2008 bolso e laido come le ultime tre cifre che lo compongono?
O l’Arkham Asylum che è diventata la blogosfera ci avrebbe tenuti imbrigliati nelle sue celle imbottite ancora a lungo?