Lo sapete tutti cosa succede in questi casi: esce il filmone di un regista mediocre ma scritto da un autore-culto, il quale è furbo furbissimo e genio genissimo, e nugoli di duepuntizzeri sciamano recitando salmi di lode per qualcuno che ancora una volta ha deciso di usare l’hype facilone della rete per montare un efficiente, e nemmeno troppo costoso, baracchino promozionale.
Siamo fatti così, i blogger scoppiano di entusiasmo in cinque minuti e si afflosciano per gli altri cinquantacinque, troppo spesso.
Percui, siate pronti a non sentire più parlare di Cloverfield in, diciamo, due settimane? L’hype dà, l’hype toglie, più stronzo dell’amore stesso.
L’hype è sostanzialmente una sveltina promozionale, qualcosa che, troppo spesso, crea aspettativa e ciba un desiderio incolmabile, per poi sgonfiarsi una volta che il prodotto è stato rapidamente e avidamente consumato. Diciamo un eiaculatore precoce alle prese con una sveltina di routine? Perché no.
Il mio consiglio spassionato, che si estende ovviamente a campi molto più seri dell’osservazione d’opinione cinematografica, è quello di tener cari i commenti sperticati che leggerete in giro, annotarli, flaggarli, segnalarli, quindi riprenderli a distanza di un mesetto, o poco più. A quel punto chiedetevi quante di quelle "recensioni" entusiastiche si sono mantenute sui livelli con cui sono state pubblicate. Troppo spesso, sappiatelo, molte poche.
Mi raccomando, fate ciò anche con me: monitoratemi, tenetemi d’occhio, segnatevi parola per parola. Perché sto per dirvi, sperticatamente, che ho goduto tanto, ma tanto, con Cloverfield.
Che Cloverfield, nella sua banalità, è bellissimo. E’ prendere il tema becero più tipico del cinema mediocre del Pacifico (il mostro cattivo e gigantesco sconquassa la metropoli) e renderlo una delle esperienze più coinvolgenti che possiate sperimentare nella sala di un cinema. Tenermi a occhi sgranati non è così facile, tenermi in tensione e godibilmente divertito, ma anche squassato dal pathos, è un’impresa tosta, specie quando un prodotto si presenta con un’aspettativa altissima di cui, troppe volte, dubito a priori.
Senza voler fare l’esperto di ’sto cazzo, mi basta dirvi che Cloverfield è un film notevole, che vi schiaccia nel campo ristretto di una handycam, privandovi del respiro d’inquadratura che caratterizza il genere mostruoso/disaster movie: il mostro è enorme, voi siete piccini e impotenti, mettetevelo in testa.
E’ un film sulla disillusione: togliendo i pallosissimi film su Godzilla (piantatela, sono film noiosi come il novanta percento delle pellicole "cult" ripescate sull’onda di una sviante nostalgia dell’adolescenza nerd) di matrice nipponica, il cinema statunitense ha sempre giocato sul ruolo decisivo delle istituzioni, specie quelle militari, nel tenere salda la mano sulla situazione improvvisamente catastrofica e nel conseguente rilancio patriottico/revanscista che porterà al tipico lieto fine stelle e strisce.
Cloverfield, come già nella più critica e, a mio avviso, più matura Europa hanno fatto lavori come 28 Days Later o, specialmente, 28 Weeks Later, mette in chiaro un pesante sottotesto di sfiducia nelle istituzioni. Innanzitutto, si sposta l’occhio da una imparziale regia "fuori campo" alla soggettiva di un comune newyorchese, un ragazzotto un po’ tonno che si ritrova lanciato assieme ad alcuni amici in una situazione che ha pesanti ed evidenti rimandi agli attentati contro le torri gemelle: la quotidianità lacerata, l’emergenza improvvisa, l’insicurezza e la dispersione… In più rende alieni tanto i nemici quanto gli alleati (specialmente l’esercito).
Il messaggio che si può captare è proprio questo: il militaria ha perso interesse, la fiducia negli esplosivi, nelle armi da fuoco e nel machismo non fa più sugo, così come la figura dell’eroe che tenta di risolvere la situazione, con l’intuizione della sua scienza a guidarlo verso una risposta alla minaccia (Matthew Broderick nel pessimo Godzilla USA) diviene una macchietta anacronistica; ciò che, quindi, diventa centrale è la forza del piccolo uomo comune nel compiere imprese grandi, comunque, per le sue possibilità ma non soverchianti (in Cloverfield è il desiderio di salvare la fidanzata del protagonista, intrappolata nel suo appartamento, in 28 Weeks Later può essere il fuggire in elicottero; in ambo i casi non si parla di sconfiggere il mostro o arginare l’epidemia…) è l’eroismo da pompiere dell’11 Settembre, per capirci.
E’ un mettere in scena il normale, nel senso di plausibile, anche se accentuato nei toni, reagire dell’uomo comune a un attacco non comune, come natura e come portata, senza scendere nei meandri dei possibili, triti e ritriti, simbolismi del mostro come dello spettro dell’islam, del terrorismo e quant’altro. Senza troppe cazzabubbole, Cloverfield dona un punto di vista veramente minimo e pseudo-realistico su qualcosa che, finora, siamo stati sempre abituati a vedere sulla grandissima scala e con un pesante scollamento dei personaggi da una parvenza di realismo.
Non aspettatevi una trama dettagliata, né il grande eroismo paramilitare da Marine; preparatevi a un fpm - First Person Movie - dall’angoscia dominante e dal senso di ineluttabilità impietoso e perenne. Ancora una volta, specie se siete amanti del "detto/non detto" tipico di Abrams, troverete pane per i vostri denti e vi arrovellerete nel lasciar correre la vostra immaginazione perché possa colmare i bocconi che vi sono stati offerti.
Magari pensando alla saga di Cthulhu…