Come nelle migliori emergenze, qualcosa accelera i tuoi piani di tornare a scrivere. L’occasione potrebbe esser migliore, certamente, ma quel che è successo, a me e a circa altre duecento persone, voglio condividerlo.
Martedì 3 giugno 2008. Milano. L’orrenda Milano. Io non la posso soffrire, Milano. Sia ben chiaro, se vado a Milano lo faccio con una discreta mole di sacrificio. Che io, e lo ripeto per l’ultima volta, Milano non la sopporto. Ma, ovviamente, quando vieni a sapere di esser stato scelto per un evento esclusivo dedicato alla saga di videogiochi che hai imparato ad amare più di ogni altra, e lo so che sembra un’inezia, decidi di ingoiare il rospo, incollare la mano sulla tasca col portafogli e prendere il metrò in direzione Piazza Duomo. Ovviamente dopo un discreto viaggio su una sauna mobile definita treno interregionale.
Ma lo fai perché il gioco varrà la candela. Così ti dici, così ti ripeti rileggendo mentalmente le email entusiastiche che ti sono arrivate da parte dello staff: flash mob tematico, addestramento, equipaggiamento… Le cazzate ideali per rendere grande e divertente una cazzata fatta da un centinaio di figuranti. E, in più, premiati da un incontro esclusivo con “il generale Kojima”, il creatore di una saga appassionata e profonda come quella di Metal Gear, in persona.
Ma tutto cambia, come se le illusioni e le speranze fossero sciolte dal sole torrido che ha deciso di mettere la sua veste estiva in pieno vigore; una folla di almeno duecento ragazzi è già radunata nel raffazzonato luogo dell’appuntamento, appiccicata agli scampoli d’ombra per resistere alla canicola milanese. L’incontro era previsto per le 15:00.
Alle 15:05 un non meglio identificato personaggio dello “staff” arriva, sprovvisto di qualsivoglia megafono o maglia identificativa, e col sapiente metodo del passaparola fa sapere a tutti che ci vorranno ancora venti minuti, almeno. Ancora. Qualche sprovveduto, illuso come me, chiede se alla fine della manifestazione il tanto agognato “equipaggiamento” potrà esser conservato. Imbarazzato, il ragazzo
dello staff risponde che sì, non c’è problema; e di chiamare anche amici. Più si è, meglio è.
La cosa inizia a puzzare.
Alle 15:25 circa lo stesso individuo arriva in compagnia di un alto e aitante giovine, suo collega. Siamo carichi, siamo entusiasti, siamo una folla che crede di stare per assistere, e prendere parte, ad un evento mediaticamente forte, di giocare per una volta dal vero a uno scampolo delle avventure del proprio beniamino. Così ci era stato detto. Così eravamo indotti a credere. La folla oceanica viene fatta snodare fino ad una sala del cinema Ariston.
È fatta, pensiamo. Da un momento all’altro le luci si spegneranno e verremo “addestrati” sul da farsi. Sul flash mob. Sulle uniformi. Sull’equipaggiamento. Attendiamo qualche minuto mentre, sotto allo schermo impunemente bianco, si radunano personaggi decisamente poco attinenti alla situazione.
Ivan, in particolare, è il fulcro del cambiamento. Ivan è un coreografo sulla cinquantina. L’unica cosa che, per qualche secondo, riesce a farmelo digerire è una somiglianza curiosa proprio con Hunter S. Thompson: il cappello bianco, gli occhiali a goccia con lenti gialline, la pipa, la camicia a maniche corte dagli improbabili accostamenti di bianco e rosso aperta sul petto villoso e adornato di collanine d’argento. D’argento come i bracciali ai polsi.
Ivan è presentato con un cappello introduttivo del giovine alto e occhialuto che avevamo conosciuto poco prima. Ci dice che non solo vedremo il gioco, ma lo vedremo sul megaschermo di Piazza Duomo. Un Solid Snake (anzi, Old Snake) alto almeno otto metri. Il casino, le novità, il gameplay… A questo punto tutto cambia. Ivan apre nel modo peggiore possibile per il pubblico che ha davanti: “Io non ho mai fatto (giocato, intendeva…) i videogiochi, così come penso voi non abbiate mai organizzato uno show”.
Il succo è: scordatevi mimetiche, roba militaresca, ma, peggio, scordatevi qualcosa di tematico con Metal Gear Solid. Il malumore serpeggia. Ivan ci chiede un patto: la coreografia in cambio dell’incontro con Hideo Kojima e il suo gruppo. Ovviamente, al nome di Hideo, si alzano di nuovo le grida festanti dei partecipanti. Io osservo dubbioso. L’orario dell’incontro viene definito dalle 19:00 alle 20:00, ma prontamente Ivan dimezza il tutto a un sadico 19:30 alle 20:00.
Capisco che non ce la faremo mai. Siamo almeno in 200, se non di più, e faranno entrare a gruppi di 20 per volta. Autografi. Foto. Gadget e strette di mano. Non ce la faremo mai.
La cosa puzza di pacco in maniera sempre più inquietante.
Dopo aver compreso che l’incontro nel cinema era un mero pretesto, e che non ci sarebbe stata nessuna proiezione familiare, per così dire, del gioco, veniamo riportati in piazza. Sotto il sole, senza uno straccio di tendone a ripararci, veniamo fatti sedere sulle scale del Duomo. Per interminabili decine di minuti a sudare o a farci rapinare dai chioschi dei panini o dai bar a caccia di una bottiglietta di naturale.
No, nemmeno quella ci hanno dato, nemmeno una mezza naturale per cinque ore di evento.
Ci distribuiscono dei cappellini arancioni, che serviranno per coordinare i gruppi della coreografia. Ah, sì, la coreografia: dopo una corsa o una finta marcia in giro per la piazza, coi nostri corpicini distesi sul salubre suolo di Piazza Duomo comporremo la scritta “KOJIMA”. Imbarazzante per lui, a mio dire, offensivo per gli altri partecipanti all’evento (Yoji Shinkawa, il lead artist del progetto Metal Gear, per dire, non è uno meno importante di Kojima stesso).
Eccoci allo schifo vero e proprio: per provare la coreografia dobbiamo sdraiarci per terra. Senza nulla che ci ripari, per il momento.
Una rapida occhiata e già si vedono le merde di piccione, in quantità aberrante, le granite e le bibite rovesciate, i chewingum, i colombi malaticci, vetri rotti (una scheggia di bottiglia di birra era nei miei paraggi, per dire). Riusciamo malamente a procurarci dei giornali freepress e tentiamo di arginare il problema con quelli, ma è tutto inutile, lo schifo avanza. E, quando lo spazzastrade della nettezza urbana viene fatto allontanare perché “stiamo provando”, capisco che non ci sarà neppure quel minimo, minimo margine di pulizia.
Attendiamo inutilmente per quasi un’ora, durante la quale indossiamo ridicole tute modello fabbrica, fatte con una sorta di sintetico/carta che non è nuovo a chi ha viaggiato nelle cuccette Trenitalia… Alcuni sono in blu, altri in bianco. A loro è andata meglio, alla peggio potevano prendere in giro la gente spacciandosi per membri del RIS o disinfestatori.
Dopo. Dopo. Dopo. È tutto ciò che a più riprese ci viene detto. “Avete dell’acqua?” “Ve la diamo dopo, tranquilli”. Balla. Il colmo arriva a pochi minuti dall’inizio dell’esibizione, che viene ritardata, tra l’altro, continuamente. Uno dei membri dello staff di PianoB, la società di marketing che si è occupata di questo scempio, ci avverte che, per quanto possibile, dovremo restare concentrati sulla coreografia e NON FARCI DISTRARRE dal gioco.
Partono i vaffanculo. Siamo lì apposta per vedere questo cazzo di gioco.
Ci rassicura, ancora: potrete vederlo in tutta calma dopo l’esibizione. Balla clamorosa. Terminata la patetica esibizione, a correre in giro per la piazza con la vergogna nel cuore e la derisione della maggiorparte dei presenti, siamo stati subito incanalati verso l’incontro con Kojima.
Ma è tardi.
Attendiamo per quasi un’ora e solo verso la fine dell’attesa ci comunicano che: niente foto. Niente autografi personalizzati o su oggetti propri. Stretta di mano e via.
Balla anche questa, purtroppo: io e altre sessanta persone, almeno, non riusciamo ad accedere all’evento, completamente disorganizzato e parte la conseguente rissa modello aiuti umanitari. Kojima se ne va, e la cosa è il colmo ennesimo, forse perché erano già passate le 20:00, qualcuno dice infastidito, altri dicono si sia sentito male.
Qualunque sia la spiegazione, non è giustificabile. Né lui, né chi ha organizzato il tutto è giustificabile.
Ho sguazzato nella merda di piccione, tra gli sputi e le cicche e ho scritto il suo nome. E lui se ne va. Infastidito, dicono. Lui.
Mi resta una t-shirt di Metal Gear Solid 4 (nemmeno correlata all’evento a cui ho partecipato, il World Tour) e due penne a sfera di plastica genericamente marchiate Konami. Niente autografi. Niente disegno che ero pronto a regalargli, e sul quale avevo lavorato il giorno prima. Mangio svogliatamente al McDonald’s e mi rendo conto, vista la calma con cui fino a quel momento ho reagito a una simile serie di imbrogli, che sono in una sorta di choc. E, fino a quel momento, non ho potuto nemmeno andare in bagno a lavarmi le mani o il viso.
Un’umiliazione tale che finora non avevo mai sperimentato.
Ora si parla di class action per danni morali e materiali, contro i responsabili e gli organizzatori. Purtroppo temo sarà impossibile portare a fondo questa opzione, ma la pubblicità negativa per PianoB, agenzia che si è comportata in modo truffaldino e palesemente disorganizzata (specie nella comunicazione con noi “cavie”), Halifax per una pessima gestione dell’evento e dell’incontro e Konami stessa non gliela evita nessuno.
State. Alla. Larga.
Il premio, a quanto pare, è solo il guano, nemmeno la gloria.