Noto con dispiacere che il mio Chandler zoppica nel riuscire a camminare autonomamente per un’ora e dieci scarsa. La sua batteria inizia a vagliare le opportunità di una giusta e meritata siesta eterna in qualche ricovero d’alta classe per pazienti al litio. Che ci resti, e ‘fanculo. Andrai a corrente, prima o poi, diventerai un paralitico fisso, una di quelle categorie di computer che hai sempre disprezzato, portatile nazista.

Sei la crisi di mezz’età di qualunque pc desktop: la cabriolet grigio alluminio decappottabile che ora è destinata a una vita sedentaria, coi tuoi quattro mattoni di corrente alternata a sorreggerti il cranio.

Checcristo, deliro di nuovo. Qui, ammollo in un flamingo rosa a forma di ciambella, nuoto nella piscina che ormai è il mio materasso: l’umido cittadino si insinua tra le lenzuola assieme ai kleenex già starnutiti e smoccolati e alle tracce di sudore, con guizzi e gocce di bevande poco alcoliche ma molto gassate. Sono un rottame.

Ma un rottame che batte il ritmo sulla tasitera, esausto dall’estate a singhiozzo arrestata dal maltempo come un metrò da un suicida. Peraltro, il suicida mancato, o meglio, lo sventurato travolto ha procurato ieri pomeriggio (del sedici giugno) un ritardo indefinito all’unico intercity che scendesse dalle Alpi nel primo pomeriggio e che si era finalmente deciso, alla comoda ora delle 14:43, a ripartire da Asti.

Fermàti tutti, fatti scendere nel casino delle luci blu roteanti delle ambulanze e delle roteanti divise blu della polizia, che stava evidentemente non capendo una mazza sul da farsi. Glielo leggevo negli occhi, agli omini delle pantere, mentre sospiravo cinicamente e guardavo l’ora, terminando “Cronache del Rum” appoggiato alle mie cosce. Cercavo idee, e scendere dalla carrozza non avrebbe aiutato ad alleggerire il peso del convoglio che gravava sul pover’uomo. Ma lo compativo, e difatti non è passato molto prima che mestamente chiudessi il libro e me ne andassi al bar della stazioncina, per ammirare due infermierine tentare di far passare i loro corpicini torniti (in vista di una franata stagione balneare 2008) attraverso una porta fuori uso del locale.

Non mi stupisce più niente, penso troppo spesso. O, che dir si voglia, troppo spesso penso al da farsi mio e a me più congeniale, che in quei momenti verteva decisamente più sul capire che treno mi aiutasse a rientrare in questa città umida e maccajosa che non sul sincerarmi delle condizioni di salute dell’ennesima, possibile, ma spero scongiurata, vittima sul posto di lavoro.

Ma passiamo oltre, come poi del resto il regionale delle sedici ha fatto, sferragliando come un baraccone del circo. Mescaline è di nuovo sparita. O c’è ed è qui affianco e manco la vedo; comunque, per quel che ne so è ancora, se non di nuovo, avviluppata nelle reti ex sovietiche, in spiritu, se non altro, arrabattata in analisi meticolose e al tempo stesso sostanzialmente pindariche sulle lingue dei di là territori e di un autore non certo si secondo piano, che sempre caro le fu, pur non essendo un ermo colle. Tornerà? Spunterà? Mi scolo una birra gelida e faccio l’antipatico, mentre mi interrogo qualche minuto ancora su che diavolo stia architettando, sperando non sia ricaduta nelle maglie di quegli sballati che le avevano dato di che pensare diverso tempo fa.

Ma di questo non parlo più, rimirando la mazzetta recapitatami appositamente a lavoro concluso. Non ne parlo più perché, a quanto pare, nessuno di quelli a cui avrebbe dovuto interessare parlarne, all’epoca, lo fece davvero. E così, ‘fanculo bis, per coloro secondo i quali è stato meglio parlare di un manipolo di improbabili teste d’uovo dei Bbbbbloggg che di un gioco hippie, magari incespicante in quanto opera prima, ma che ha coinvolto decine e decine di persone.

Ah quanto faceva freddo in quei giorni…

E concludo, dai, la smetto. Ché, è bene a dirsi, potrei anche prenderci gusto di scrivere a letto prima di tentare la sorte ai dadi della nanna. Me lo auguro, e ve lo sconsiglio, ché a quest’ora tutto è nella mia testa tranne che madame lucidità. Ma a voi importa? Non credo, sennò non sareste qui a leggere e scaricarmi - scaricarci l’RSS prodigioso.

Il cappellino sull’armadio mi fissa inquieto e mi squadra. Il soffitto torna a pulsare e sbatte le palpebre dei faretti. Prima che torni il grave mugugnare dello scassato frigorifero, meglio rintanarsi sopra alle coperte e lasciare un obolo a San Eolo Nano, che una piccola brezza me la conceda.

Buona notte.