Uncategorizeddi Etere

 

Noto con dispiacere che il mio Chandler zoppica nel riuscire a camminare autonomamente per un’ora e dieci scarsa. La sua batteria inizia a vagliare le opportunità di una giusta e meritata siesta eterna in qualche ricovero d’alta classe per pazienti al litio. Che ci resti, e ‘fanculo. Andrai a corrente, prima o poi, diventerai un paralitico fisso, una di quelle categorie di computer che hai sempre disprezzato, portatile nazista.

Sei la crisi di mezz’età di qualunque pc desktop: la cabriolet grigio alluminio decappottabile che ora è destinata a una vita sedentaria, coi tuoi quattro mattoni di corrente alternata a sorreggerti il cranio.

Checcristo, deliro di nuovo. Qui, ammollo in un flamingo rosa a forma di ciambella, nuoto nella piscina che ormai è il mio materasso: l’umido cittadino si insinua tra le lenzuola assieme ai kleenex già starnutiti e smoccolati e alle tracce di sudore, con guizzi e gocce di bevande poco alcoliche ma molto gassate. Sono un rottame.

Ma un rottame che batte il ritmo sulla tasitera, esausto dall’estate a singhiozzo arrestata dal maltempo come un metrò da un suicida. Peraltro, il suicida mancato, o meglio, lo sventurato travolto ha procurato ieri pomeriggio (del sedici giugno) un ritardo indefinito all’unico intercity che scendesse dalle Alpi nel primo pomeriggio e che si era finalmente deciso, alla comoda ora delle 14:43, a ripartire da Asti.

Fermàti tutti, fatti scendere nel casino delle luci blu roteanti delle ambulanze e delle roteanti divise blu della polizia, che stava evidentemente non capendo una mazza sul da farsi. Glielo leggevo negli occhi, agli omini delle pantere, mentre sospiravo cinicamente e guardavo l’ora, terminando “Cronache del Rum” appoggiato alle mie cosce. Cercavo idee, e scendere dalla carrozza non avrebbe aiutato ad alleggerire il peso del convoglio che gravava sul pover’uomo. Ma lo compativo, e difatti non è passato molto prima che mestamente chiudessi il libro e me ne andassi al bar della stazioncina, per ammirare due infermierine tentare di far passare i loro corpicini torniti (in vista di una franata stagione balneare 2008) attraverso una porta fuori uso del locale.

Non mi stupisce più niente, penso troppo spesso. O, che dir si voglia, troppo spesso penso al da farsi mio e a me più congeniale, che in quei momenti verteva decisamente più sul capire che treno mi aiutasse a rientrare in questa città umida e maccajosa che non sul sincerarmi delle condizioni di salute dell’ennesima, possibile, ma spero scongiurata, vittima sul posto di lavoro.

Ma passiamo oltre, come poi del resto il regionale delle sedici ha fatto, sferragliando come un baraccone del circo. Mescaline è di nuovo sparita. O c’è ed è qui affianco e manco la vedo; comunque, per quel che ne so è ancora, se non di nuovo, avviluppata nelle reti ex sovietiche, in spiritu, se non altro, arrabattata in analisi meticolose e al tempo stesso sostanzialmente pindariche sulle lingue dei di là territori e di un autore non certo si secondo piano, che sempre caro le fu, pur non essendo un ermo colle. Tornerà? Spunterà? Mi scolo una birra gelida e faccio l’antipatico, mentre mi interrogo qualche minuto ancora su che diavolo stia architettando, sperando non sia ricaduta nelle maglie di quegli sballati che le avevano dato di che pensare diverso tempo fa.

Ma di questo non parlo più, rimirando la mazzetta recapitatami appositamente a lavoro concluso. Non ne parlo più perché, a quanto pare, nessuno di quelli a cui avrebbe dovuto interessare parlarne, all’epoca, lo fece davvero. E così, ‘fanculo bis, per coloro secondo i quali è stato meglio parlare di un manipolo di improbabili teste d’uovo dei Bbbbbloggg che di un gioco hippie, magari incespicante in quanto opera prima, ma che ha coinvolto decine e decine di persone.

Ah quanto faceva freddo in quei giorni…

E concludo, dai, la smetto. Ché, è bene a dirsi, potrei anche prenderci gusto di scrivere a letto prima di tentare la sorte ai dadi della nanna. Me lo auguro, e ve lo sconsiglio, ché a quest’ora tutto è nella mia testa tranne che madame lucidità. Ma a voi importa? Non credo, sennò non sareste qui a leggere e scaricarmi - scaricarci l’RSS prodigioso.

Il cappellino sull’armadio mi fissa inquieto e mi squadra. Il soffitto torna a pulsare e sbatte le palpebre dei faretti. Prima che torni il grave mugugnare dello scassato frigorifero, meglio rintanarsi sopra alle coperte e lasciare un obolo a San Eolo Nano, che una piccola brezza me la conceda.

Buona notte.

Uncategorizeddi Etere

C’è chi è arrivato a dire in anticipo su me stesso le cose che sto per dire ora, e proprio me stesso è colui che gliele ha dette! Adoro questa cosa, mea culpa per il ritardo, piuttosto. (E un grazie pubblico a mbf per entrambe le segnalazioni)!

Per correttezza, riporto (come corollario al post precedente) il fatto che ho ricevuto, e spero lo stesso sia accaduto per gli altri ammiratori di Kojima insoddisfatti dall’evento, una comunicazione di scuse ufficiale da parte di Halifax e PianoB. E’ stato anche previsto un "risarcimento" simbolico e la cosa, pur se non prioritaria per me, è comunque gradita e ringrazio. Rinrazio con lo sguardo severo, ben s’intende.

Insomma, scelgo la via della tregua e ci tengo che questo post sia il più possibile visto quanto il precedente, perché voglio essere il più corretto che si può. Ci sono state molte discussioni conseguenti, e non solo in questo non-luogo, e credo che ognuno, a suo modo, abbia fatto la propria parte.

Accetto sereno le scuse delle due aziende, un gesto sinceramente apprezzato.

Ora penso ai prossimi post, rientrando nei panni Gonzi e logori in cui sto tanto comodo.
Saludos!

Uncategorizeddi Etere

Come nelle migliori emergenze, qualcosa accelera i tuoi piani di tornare a scrivere. L’occasione potrebbe esser migliore, certamente, ma quel che è successo, a me e a circa altre duecento persone, voglio condividerlo.

Martedì 3 giugno 2008. Milano. L’orrenda Milano. Io non la posso soffrire, Milano. Sia ben chiaro, se vado a Milano lo faccio con una discreta mole di sacrificio. Che io, e lo ripeto per l’ultima volta, Milano non la sopporto. Ma, ovviamente, quando vieni a sapere di esser stato scelto per un evento esclusivo dedicato alla saga di videogiochi che hai imparato ad amare più di ogni altra, e lo so che sembra un’inezia, decidi di ingoiare il rospo, incollare la mano sulla tasca col portafogli e prendere il metrò in direzione Piazza Duomo. Ovviamente dopo un discreto viaggio su una sauna mobile definita treno interregionale.

Ma lo fai perché il gioco varrà la candela. Così ti dici, così ti ripeti rileggendo mentalmente le email entusiastiche che ti sono arrivate da parte dello staff: flash mob tematico, addestramento, equipaggiamento… Le cazzate ideali per rendere grande e divertente una cazzata fatta da un centinaio di figuranti. E, in più, premiati da un incontro esclusivo con “il generale Kojima”, il creatore di una saga appassionata e profonda come quella di Metal Gear, in persona.

Ma tutto cambia, come se le illusioni e le speranze fossero sciolte dal sole torrido che ha deciso di mettere la sua veste estiva in pieno vigore; una folla di almeno duecento ragazzi è già radunata nel raffazzonato luogo dell’appuntamento, appiccicata agli scampoli d’ombra per resistere alla canicola milanese. L’incontro era previsto per le 15:00.

Alle 15:05 un non meglio identificato personaggio dello “staff” arriva, sprovvisto di qualsivoglia megafono o maglia identificativa, e col sapiente metodo del passaparola fa sapere a tutti che ci vorranno ancora venti minuti, almeno. Ancora. Qualche sprovveduto, illuso come me, chiede se alla fine della manifestazione il tanto agognato “equipaggiamento” potrà esser conservato. Imbarazzato, il ragazzo
dello staff risponde che sì, non c’è problema; e di chiamare anche amici. Più si è, meglio è.

La cosa inizia a puzzare.

Alle 15:25 circa lo stesso individuo arriva in compagnia di un alto e aitante giovine, suo collega. Siamo carichi, siamo entusiasti, siamo una folla che crede di stare per assistere, e prendere parte, ad un evento mediaticamente forte, di giocare per una volta dal vero a uno scampolo delle avventure del proprio beniamino. Così ci era stato detto. Così eravamo indotti a credere. La folla oceanica viene fatta snodare fino ad una sala del cinema Ariston.
È fatta, pensiamo. Da un momento all’altro le luci si spegneranno e verremo “addestrati” sul da farsi. Sul flash mob. Sulle uniformi. Sull’equipaggiamento. Attendiamo qualche minuto mentre, sotto allo schermo impunemente bianco, si radunano personaggi decisamente poco attinenti alla situazione.

Ivan, in particolare, è il fulcro del cambiamento. Ivan è un coreografo sulla cinquantina. L’unica cosa che, per qualche secondo, riesce a farmelo digerire è una somiglianza curiosa proprio con Hunter S. Thompson: il cappello bianco, gli occhiali a goccia con lenti gialline, la pipa, la camicia a maniche corte dagli improbabili accostamenti di bianco e rosso aperta sul petto villoso e adornato di collanine d’argento. D’argento come i bracciali ai polsi.

Ivan è presentato con un cappello introduttivo del giovine alto e occhialuto che avevamo conosciuto poco prima. Ci dice che non solo vedremo il gioco, ma lo vedremo sul megaschermo di Piazza Duomo. Un Solid Snake (anzi, Old Snake) alto almeno otto metri. Il casino, le novità, il gameplay… A questo punto tutto cambia. Ivan apre nel modo peggiore possibile per il pubblico che ha davanti: “Io non ho mai fatto (giocato, intendeva…) i videogiochi, così come penso voi non abbiate mai organizzato uno show”.
Il succo è: scordatevi mimetiche, roba militaresca, ma, peggio, scordatevi qualcosa di tematico con Metal Gear Solid. Il malumore serpeggia. Ivan ci chiede un patto: la coreografia in cambio dell’incontro con Hideo Kojima e il suo gruppo. Ovviamente, al nome di Hideo, si alzano di nuovo le grida festanti dei partecipanti. Io osservo dubbioso. L’orario dell’incontro viene definito dalle 19:00 alle 20:00, ma prontamente Ivan dimezza il tutto a un sadico 19:30 alle 20:00.

Capisco che non ce la faremo mai. Siamo almeno in 200, se non di più, e faranno entrare a gruppi di 20 per volta. Autografi. Foto. Gadget e strette di mano. Non ce la faremo mai.

La cosa puzza di pacco in maniera sempre più inquietante.

Dopo aver compreso che l’incontro nel cinema era un mero pretesto, e che non ci sarebbe stata nessuna proiezione familiare, per così dire, del gioco, veniamo riportati in piazza. Sotto il sole, senza uno straccio di tendone a ripararci, veniamo fatti sedere sulle scale del Duomo. Per interminabili decine di minuti a sudare o a farci rapinare dai chioschi dei panini o dai bar a caccia di una bottiglietta di naturale.

No, nemmeno quella ci hanno dato, nemmeno una mezza naturale per cinque ore di evento.

Ci distribuiscono dei cappellini arancioni, che serviranno per coordinare i gruppi della coreografia. Ah, sì, la coreografia: dopo una corsa o una finta marcia in giro per la piazza, coi nostri corpicini distesi sul salubre suolo di Piazza Duomo comporremo la scritta “KOJIMA”. Imbarazzante per lui, a mio dire, offensivo per gli altri partecipanti all’evento (Yoji Shinkawa, il lead artist del progetto Metal Gear, per dire, non è uno meno importante di Kojima stesso).

Eccoci allo schifo vero e proprio: per provare la coreografia dobbiamo sdraiarci per terra. Senza nulla che ci ripari, per il momento.

Una rapida occhiata e già si vedono le merde di piccione, in quantità aberrante, le granite e le bibite rovesciate, i chewingum, i colombi malaticci, vetri rotti (una scheggia di bottiglia di birra era nei miei paraggi, per dire). Riusciamo malamente a procurarci dei giornali freepress e tentiamo di arginare il problema con quelli, ma è tutto inutile, lo schifo avanza. E, quando lo spazzastrade della nettezza urbana viene fatto allontanare perché “stiamo provando”, capisco che non ci sarà neppure quel minimo, minimo margine di pulizia.

Attendiamo inutilmente per quasi un’ora, durante la quale indossiamo ridicole tute modello fabbrica, fatte con una sorta di sintetico/carta che non è nuovo a chi ha viaggiato nelle cuccette Trenitalia… Alcuni sono in blu, altri in bianco. A loro è andata meglio, alla peggio potevano prendere in giro la gente spacciandosi per membri del RIS o disinfestatori.

Dopo. Dopo. Dopo. È tutto ciò che a più riprese ci viene detto. “Avete dell’acqua?” “Ve la diamo dopo, tranquilli”. Balla. Il colmo arriva a pochi minuti dall’inizio dell’esibizione, che viene ritardata, tra l’altro, continuamente. Uno dei membri dello staff di PianoB, la società di marketing che si è occupata di questo scempio, ci avverte che, per quanto possibile, dovremo restare concentrati sulla coreografia e NON FARCI DISTRARRE dal gioco.

Partono i vaffanculo. Siamo lì apposta per vedere questo cazzo di gioco.

Ci rassicura, ancora: potrete vederlo in tutta calma dopo l’esibizione. Balla clamorosa. Terminata la patetica esibizione, a correre in giro per la piazza con la vergogna nel cuore e la derisione della maggiorparte dei presenti, siamo stati subito incanalati verso l’incontro con Kojima.

Ma è tardi.

Attendiamo per quasi un’ora e solo verso la fine dell’attesa ci comunicano che: niente foto. Niente autografi personalizzati o su oggetti propri. Stretta di mano e via.
Balla anche questa, purtroppo: io e altre sessanta persone, almeno, non riusciamo ad accedere all’evento, completamente disorganizzato e parte la conseguente rissa modello aiuti umanitari. Kojima se ne va, e la cosa è il colmo ennesimo, forse perché erano già passate le 20:00, qualcuno dice infastidito, altri dicono si sia sentito male.

Qualunque sia la spiegazione, non è giustificabile. Né lui, né chi ha organizzato il tutto è giustificabile.

Ho sguazzato nella merda di piccione, tra gli sputi e le cicche e ho scritto il suo nome. E lui se ne va. Infastidito, dicono. Lui.

Mi resta una t-shirt di Metal Gear Solid 4 (nemmeno correlata all’evento a cui ho partecipato, il World Tour) e due penne a sfera di plastica genericamente marchiate Konami. Niente autografi. Niente disegno che ero pronto a regalargli, e sul quale avevo lavorato il giorno prima. Mangio svogliatamente al McDonald’s e mi rendo conto, vista la calma con cui fino a quel momento ho reagito a una simile serie di imbrogli, che sono in una sorta di choc. E, fino a quel momento, non ho potuto nemmeno andare in bagno a lavarmi le mani o il viso.

Un’umiliazione tale che finora non avevo mai sperimentato.

Ora si parla di class action per danni morali e materiali, contro i responsabili e gli organizzatori. Purtroppo temo sarà impossibile portare a fondo questa opzione, ma la pubblicità negativa per PianoB, agenzia che si è comportata in modo truffaldino e palesemente disorganizzata (specie nella comunicazione con noi “cavie”), Halifax per una pessima gestione dell’evento e dell’incontro e Konami stessa non gliela evita nessuno.

State. Alla. Larga.

Il premio, a quanto pare, è solo il guano, nemmeno la gloria.

Uncategorizeddi Etere

E sì il Gonzo, e i Gonzi e tutto, e come mai non scrivete, ohé ma vi date una mossa e altrettanti spintoni di incoraggiamento. Non bastano, non servono.

Ultimamente la cosa più bella che mi sia capitata, per assurdo, congiuntamente alla tragedia del vedersi sparire un’intera libreria di iPhoto, è che la morte dell’hard disk, forse prematura, forse no, s’è portata con sé i miei rss.
Tutti, tanti, finalmente.

Niente più blog, tranne gli sparuti amici, che non riguardino arte, disegno, fumetto e animazione. Il resto, la blogosfera italiana, i guru e le solite cose che qui andiamo come sempre attaccando mestamente e forse, ultimamente, in modo un po’ emo, spazzate via.

Se non fosse per qualche avvenimento, passatomi da Mescaline sottoforma di link, me ne fregherei altamente veramente di tutto.
Vorrei dire che ci sono persone meritevoli, eccetera eccetera. In realtà noto che le persone che leggevo, le poche meritevoli, erano meritevoli indipendentemente dal loro essere "famose blogstar". Per cui, mi son detto, chissenefrega, non se ne abbiano a male se preferisco loro ai loro blog.
A differenza di gente che, tanto per dire, scarta o promuove un ristorante a seconda del sito che ha, non a seconda della qualità culinaria. E me ne fotto se era una battuta, la dice comunque lunga.

A me spiace, davvero, avere un brivido di fastidio lungo la schiena, oggigiorno, quando sento la parola "rete" o "blog". Quando mi brucia lo stomaco al sentire parole straniere e così "cool" sostituire banali parole italiane.
Festa in casa - House swarming, tanto per dire.

Sto tornando giovane, sto tornando bambino, e di questa cosa ho bisogno. Torno alle matite, ai colori, alla carta, ai righelli, a disegnare solo ed esclusivamente in modo tattile, sensibile, caldo. Sento i profumi della china, le bestemmie delle cancellature, lo sporco dei bozzetti. Accantono la tavoletta grafica, uso il mac solo per ispirazione.
Se il fumetto, un giorno, sarà la mia strada? Non lo so. Ma lo spero.

Ho ventiquattro anni, e sono piccolo. Torno ancora più piccolo ma consapevole, deciso a non scrivere più per un po’, qui. A fare l’ingenuo, per carità, che comunque non ha capito nulla e lo sa, che sa che il mondo in cui tra due anni (si spera) entrerà è un mondo del lavoro già in crisi e tutt’altro che sereno, a cui la rete non sta dando un cazzo, se non una poco efficace vetrina.
La rete non ha rivoluzionato il fumetto, è la mia risposta definitiva. Quindi, tantovale, non perderci più tempo del dovuto. Con la rete sociale, ovvio.

Ma se fegato marcio sarà, sarà per un sogno che inseguo, sento mio, voglio sia mio e basta, pronto a sfondarmi lo stomaco di rabbia per salire un po’ più su verso i miei obiettivi, e credo non ci sia nulla di male. Cadere, sbattere, deludermi, essere incoraggiato… Solo allora avrà un senso e sarà un prezzo da pagare, non una tassa, non una multa.

Posso farmi sangue marcio pensando a editori, disegnatori, autori, illustratori. Ma di farmi sangue marcio per pandemie, catepolle, espertoni del vuoto, ninne, troie, scrittori imbranati e vignettisti scadenti… No, scusate, non è il mio ruolo, né il mio posto. Non ne posso più.
Colpa mia, forse. Dovrei fregarmene, ma non ne posso più di aprire l’editor di testo con una smorfia di fastidio sul volto.

Buon bloggin’ a tutti.

Uncategorizeddi Etere

Lo sapete tutti cosa succede in questi casi: esce il filmone di un regista mediocre ma scritto da un autore-culto, il quale è furbo furbissimo e genio genissimo, e nugoli di duepuntizzeri sciamano recitando salmi di lode per qualcuno che ancora una volta ha deciso di usare l’hype facilone della rete per montare un efficiente, e nemmeno troppo costoso, baracchino promozionale.

Siamo fatti così, i blogger scoppiano di entusiasmo in cinque minuti e si afflosciano per gli altri cinquantacinque, troppo spesso.
Percui, siate pronti a non sentire più parlare di Cloverfield in, diciamo, due settimane? L’hype dà, l’hype toglie, più stronzo dell’amore stesso.

L’hype è sostanzialmente una sveltina promozionale, qualcosa che, troppo spesso,  crea aspettativa e ciba un desiderio incolmabile, per poi sgonfiarsi una volta che il prodotto è stato rapidamente e avidamente consumato. Diciamo un eiaculatore precoce alle prese con una sveltina di routine? Perché no.

Il mio consiglio spassionato, che si estende ovviamente a campi molto più seri dell’osservazione d’opinione cinematografica, è quello di tener cari i commenti sperticati che leggerete in giro, annotarli, flaggarli, segnalarli, quindi riprenderli a distanza di un mesetto, o poco più. A quel punto chiedetevi quante di quelle "recensioni" entusiastiche si sono mantenute sui livelli con cui sono state pubblicate. Troppo spesso, sappiatelo, molte poche.

Mi raccomando, fate ciò anche con me: monitoratemi, tenetemi d’occhio, segnatevi parola per parola. Perché sto per dirvi, sperticatamente, che ho goduto tanto, ma tanto, con Cloverfield.

Che Cloverfield, nella sua banalità, è bellissimo. E’ prendere il tema becero più tipico del cinema mediocre del Pacifico (il mostro cattivo e gigantesco sconquassa la metropoli) e renderlo una delle esperienze più coinvolgenti che possiate sperimentare nella sala di un cinema. Tenermi a occhi sgranati non è così facile, tenermi in tensione e godibilmente divertito, ma anche squassato dal pathos, è un’impresa tosta, specie quando un prodotto si presenta con un’aspettativa altissima di cui, troppe volte, dubito a priori.

Senza voler fare l’esperto di ’sto cazzo, mi basta dirvi che Cloverfield è un film notevole, che vi schiaccia nel campo ristretto di una handycam, privandovi del respiro d’inquadratura che caratterizza il genere mostruoso/disaster movie: il mostro è enorme, voi siete piccini e impotenti, mettetevelo in testa.

E’ un film sulla disillusione: togliendo i pallosissimi film su Godzilla (piantatela, sono film noiosi come il novanta percento delle pellicole "cult" ripescate sull’onda di una sviante nostalgia dell’adolescenza nerd) di matrice nipponica, il cinema statunitense ha sempre giocato sul ruolo decisivo delle istituzioni, specie quelle militari, nel tenere salda la mano sulla situazione improvvisamente catastrofica e nel conseguente rilancio patriottico/revanscista che porterà al tipico lieto fine stelle e strisce.

Cloverfield, come già nella più critica e, a mio avviso, più matura Europa hanno fatto lavori come 28 Days Later o, specialmente, 28 Weeks Later, mette in chiaro un pesante sottotesto di sfiducia nelle istituzioni. Innanzitutto, si sposta l’occhio da una imparziale regia "fuori campo" alla soggettiva di un comune newyorchese, un ragazzotto un po’ tonno che si ritrova lanciato assieme ad alcuni amici in una situazione che ha pesanti ed evidenti rimandi agli attentati contro le torri gemelle: la quotidianità lacerata, l’emergenza improvvisa, l’insicurezza e la dispersione… In più rende alieni tanto i nemici quanto gli alleati (specialmente l’esercito).

Il messaggio che si può captare è proprio questo: il militaria ha perso interesse, la fiducia negli esplosivi, nelle armi da fuoco e nel machismo non fa più sugo, così come la figura dell’eroe che tenta di risolvere la situazione, con l’intuizione della sua scienza a guidarlo verso una risposta alla minaccia (Matthew Broderick nel pessimo Godzilla USA) diviene una macchietta anacronistica; ciò che, quindi, diventa centrale è la forza del piccolo uomo comune nel compiere imprese grandi, comunque, per le sue possibilità ma non soverchianti (in Cloverfield è il desiderio di salvare la fidanzata del protagonista, intrappolata nel suo appartamento, in 28 Weeks Later può essere il fuggire in elicottero; in ambo i casi non si parla di sconfiggere il mostro o arginare l’epidemia…) è l’eroismo da pompiere dell’11 Settembre, per capirci.

E’ un mettere in scena il normale, nel senso di plausibile, anche se accentuato nei toni, reagire dell’uomo comune a un attacco non comune, come natura e come portata, senza scendere nei meandri dei possibili, triti e ritriti, simbolismi del mostro come dello spettro dell’islam, del terrorismo e quant’altro. Senza troppe cazzabubbole, Cloverfield dona un punto di vista veramente minimo e pseudo-realistico su qualcosa che, finora, siamo stati sempre abituati a vedere sulla grandissima scala e con un pesante scollamento dei personaggi da una parvenza di realismo.

Non aspettatevi una trama dettagliata, né il grande eroismo paramilitare da Marine; preparatevi a un fpm - First Person Movie - dall’angoscia dominante e dal senso di ineluttabilità impietoso e perenne. Ancora una volta, specie se siete amanti del "detto/non detto" tipico di Abrams, troverete pane per i vostri denti e vi arrovellerete nel lasciar correre la vostra immaginazione perché possa colmare i bocconi che vi sono stati offerti.

Magari pensando alla saga di Cthulhu

Uncategorizeddi Etere

«Ho maledettamente bisogno di disegnare, tieni il volante!»
«C… Che cavolo stai facendo, maledetto rincoglionito?»
Il Piccolo Squalo Rosso iniziò a zigzagare per l’asfalto eroso, mentre Mescaline, controvoglia, tentava di tenerlo dritto sulla carreggiata.

Aprii il cassettino del lato passeggero; in quel momento io e la junkie sembravamo più impegnati in una intricata e tridimensionale fase di gioco a Twister: la ruota aveva decretato "piedi sui pedali" "costole sul cambio" e, finalmente, "mani sul cassettino". Alla compare sembrava fosse andata meglio, tuttosommato, anche se doveva sopportare l’ingombrante presenza del sottoscritto, mentre armeggiavo con la serratura incastrata dello sportello.

Aprendo il malefico accrocchio con un cazzotto, il cui rinculo permise al freno a mano di ispezionarmi a fondo la pleura, mentre fogli sgualciti e ritagli di carta si innalzavano turbinando fuori dal finestrino.
Maledetti finestrini aperti, dannate correnti d’aria!

Mescaline era allo stremo della sopportazione per le mie farcite e colorite imprecazioni, così mi convinse a tornare al mio posto con l’efficace aiuto di persuasive ginocchiate sullo sterno.

Non avevo fogli, e l’ispirazione rombava ancora tra i labirinti del cervello. Potevo esimermi dal soccorrerla e lasciarla congelare tra quelle pareti come Nicholson in Shining? Giammai!

«Senti bella, io qui devo sfogare la mia incondizionata creatività, e non ci sarà modo, stavolta, di impedirmelo. Quindi vedi di essere più collaborativa, almeno per cinque minuti cinque!»
«Eccheccristo, quando fai così è impossibile ragionare… E sia, che diavolo vuoi che faccia? Scordati di scarabocchiarmi la biancheria intima, pezzo di pervertito ubriaco, vedi di uscirtene con qualcosa di sensato e fattibile.»

Invocai l’aiuto di un santo disconosciuto da ogni chiesa, protettore degli arrangioni e ispiratore di grandi imprese con piccoli mezzi.

«Oh potente Angus! Possa il tuo spirito guidarmi verso la soluzione di questo dilemma, possa la tua saggezza smanettona dirigere la mia creatività verso un florido e salubre lido! Come riconoscente offerta ti porgo questo accendino scarico e un fermaglio per capelli, sperando siano di tuo gradimento e grande utilità.»

E, come sempre in questi casi, il bisogno primordiale di fare arte trovò sfoghi inaspettati, di cui riportiamo testimonianza qui di seguito.

You wanted the best, you got the best!

(Volete che anche il vostro mac in alluminio anodizzato venga tatuato a vostro piacimento? Parliamone… Batcountry Tattoo! Mescaline, nel frattempo, beve Mohito, incredula…) 

Uncategorizeddi Etere

Rido.
Forte.
Ma molto.

Non so perché, è una strana reazione spontanea, forse mi piace guardare le facce di chi assume lo stesso, identico, tono tragico che ci si aspetterebbe dall’affondamento di un transatlantico sotto i propri piedi, e per controbilanciarne l’aria greve io rido.

Ora vi spiego perché Etere non vota.
Perché il mio non è un ragionamento "de panza", non è un "non voto" sull’emozione, assolutamente. Chi guarda solo attraverso un vetrino la situazione attuale, al massimo dalle dimissioni di Mastella in poi, non capirebbe.
Io parto da prima, molto prima. Quando per giungere a quel memorabile "undici regioni a due" (o tre) a favore del centrosinistra dovetti turarmi ogni poro della pelle e votare un’ameba incomunicativa e passiva come solo Burlando, attuale presidente della Regione Liguria, ha saputo essere. Tura il naso (e se avete presente il mio, di naso, capite lo sforzo necessario…) e metti la crocetta. Soddisfazioni ottenute da tal segno, pochissime, se non un viscerale e immediato senso di goduria nel vedere le regioni tinteggiarsi una a una di rosso. Anzi, un rosé, a ben pensarci, oggi.
Dopo di ciò, fine.

Si torna alle urne per le primarie del centrosinistra. Seguo lo slogan di Scalfarotto e "per non tapparmi il naso" gli do la mia fiducia, sapendo di non votare certo per il futuro premier. Secondo, dietro all’annunciatissimo Prodi, si figura il capro espiatorio in potenza, Mastella.
Si vota sul serio, faccio lo scrutatore digitale e scopro che vinciamo le elezioni per un soffio. Inseguendo il cuore avevo votato Rifondazione, sperando che il mio pensiero politico non venisse né deluso né abbandonato in corso d’opera. La mia fiducia è moderatissima, ma l’idea di togliere Berlusconi dal suo scranno è forte, così mi dico che Prodi andrà bene. Pacche sulle spalle sostituiscono le martellate sulle palle dei cinque anni precedenti.

Se è andato bene, non lo so. Complimenti alla sinistra comunicatrice.
Giuro, non lo so, non fingo di ignorarlo. Mi basta pensare che, alla fine, non si è toccato il conflitto di interessi, la riforma tv, quella elettorale, lo stato non è meno chiesizzato di prima e gli inciuci continuano. Il decreto Pisanu è riconfermato, anche se pare che il deficit (o debito? La confusione continua…) si sia appianato. Mi deludono. E Mastella è ministro della Giustizia, con l’utilissimo indulto.
Devo proseguire?

Ora, con che coraggio andare alle urne?
Parliamoci fuori dai denti: le schede bianche, o nulle, non contano un cazzo per telegiornali e informazione tradizionale. Scendete dalla vostra Utopia 2.0, per favore. Mio nonno i blog non li segue, mia nonna vive di rotocalchi, mia madre considera Fazio informazione libera. E’ l’astensionismo che può farcela, il segnale che può spuntarla sulle pagine o sui titoli dei tg, secondo me.

E poi, a forza di tapparsi il naso, si resta senza fiato. E di far morire asfissiato il mio orgoglio, proprio non mi va.
Di votare ancora per masse di arrangioni inaffidabili, di sponsorizzare con la mia crocetta inutili rigiri di compromessi, NO.
E ci ho ragionato, giuro davvero. Non è sentimento, né emozione traditrice che si spegne presto: io non voto, per questa gente non voto, non mi rappresentano, nessuno, da Franca Rame a Borghezio.

Le stronzate stile "Fattoria degli Animali", ossia sventolare lo spauracchio del perfido Jones e del suo fantomatico e crudele ritorno (Berlusconi) per far votare ancora a sinistra (che a destra, no, MAI voterò) non rendono più forte un paese - sveglia! - né nobilitano un agire e una classe politica.
Semmai, indeboliscono le idee e lasciano poltrire le coscienze, svilendo la forza da una voglia di politica che va scemando con una velocità imbarazzante.

Tappatevi il naso voi, crocettate ancora chi non farà la vostra voce (in un’occasione ho pure votato Radicali… PANNELLA, cazzo, capite a che punti sto?) per allontanare lo spauracchio di una destra cattiva, gretta e miserabile. Problema: non è che la sinistra si sia dimostrata lungimirante. O meno ridicola. O, semplicemente, non è che la sinistra si sia dimostrata così sinistra, in fin dei conti.

Colpa anche mia, colpa di chi, comunque, per allontanare il ghigno mascarato di Berlusconi ha preferito accantonare l’insoddisfazione politica e segnare correttamente due schede elettorali. Ora ne paghiamo le conseguenze, ora vi divertite voi a chiedervi come mai Mastella fa il rodeo col culo dell’ex maggioranza e Dini salta dall’altra parte appena sente l’acqua salmastra bagnargli i calzini.
O Rutelli entusiasmarsi per italia.it (EHI, gente 2.0, cazzo, SVEGLIA, parlo a voi, eh) per poi far miseramente chiudere il portale con uno spreco di circa 7 milioni di euro, dopo averne stanziato un ottimistico 45 milioni, se non erro.

Non voto. Quel timbro sulla tessera elettorale, stavolta, non lo voglio.
Non voglio chiedermi ancora, colpevolmente, a chi abbia miseramente dato retta illudendomi di un qualsivoglia progresso.
Per favore, con questa classe, o casta, politica proprio non si può.

Non voto.

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

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Seriamente, lo avreste mai detto? Qui si brinda a Wild Turkey, spremuta di cedri e anfe q.b.

Enjoy! 

 

Uncategorizeddi Etere

E allora, cosa vi devo dire?
Lascio aperto il finestrino, mentre camme, pistoni e cilindri fanno il loro lavoro. Stanotte non c’è nessuno sulla strada, è tutto così tranquillo che potrebbe fare impressione.

Ancora qualche sputo di neve, coriaceo, se ne sta fermo ai bordi dell’asfalto, pezzando il poco paesaggio visibile mentre lo attraversiamo a ritmo regolare.
Il Piccolo Squalo va, con Mescaline indifesa addormentata sul sedile posteriore, in lungo. Non c’è niente da fare, nulla di che, se non guidare. E guidare.
L’essenza del viaggio è sempre ciò che si frappone tra il muso del tuo mezzo e il traguardo che ti sei prefissato; godere più a lungo è levare i pioli di quel traguardo, strappare le puntine dalla carta geografica e viaggiare senza posa alcuna, con la bussola impazzita ad indicarti ciecamente una direzione.

Sto improvvisando, sono jazz. Metto assieme parole in testa, che si trascrivono autonomamente sulla condensa fioca del parabrezza, senza un indirizzo definito a cui verranno recapitate. The girl from Ipanema suona, si scioglie dagli altoparlanti e si intrufola senza forza, come olio, nell’abitacolo.

Abbiamo il bagagliaio carico di festoni rubati dagli ultimi lampioni dimenticati durante le festività, e abbiamo scatole con striscioni stropicciati e candeggiati, pronti per essere scritti e appesi. Perché ci siamo quasi, e sarà una cosa da fissare.
Detto da uno come me può davvero suonare strano, uno che cerca di togliere tutti i punti fermi e i limiti, per correre più veloce, per saltare sempre più in alto, anche se spesso capita mentre nessuno sta guardando.

Ragionavo, intanto, su alcuni fumettazzi trovati su un paio di blog: sono lì, abbandonati e macchiati sul sedile del passeggero; la cintura non ve la metto, che non mi piacete, quindi spero che alla prossima frenata brusca, alla prossima lepre o cervo rincoglionito che decida di fiondarsi davanti alla macchina, vi spetasciate contro il parabrezza, spargendo il vostro inchiostro inutile sul cruscotto, finendo la vostra mediocre esistenza.

O chissenefrega, sto diventando veramente arrogante con la concorrenza, e un po’ mi piace. E’ la determinazione che per una volta riesco ad imbrigliare verso uno scopo ultimo. Incattivirsi per essere più bravi, per far crescere una nuova gentilezza. Possibile? Senza diventare patetici voltafaccia, senza gettare l’anima per ottenerne una nuova e sterilizzata.

Uncategorizeddi Etere

La trecentica conclusione dell’avventura, o disavventura, di Etere e Mescaline al MacWorld. Even an iPod-king can bleed.

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Uncategorizeddi Etere

I due Gonzi quipresenti avvisano gli impavidi naviganti che abbiamo modificato il nostro indirizzo RSS.
Eccolo, in tutto il suo nuovo, tracotante e pomposo splendore: http://feeds.feedburner.com/OneTokeOverTheLine

Se davvero volete continuare a seguirci nei nostri deliranti racconti, intrisi di Paura e Delirio nella Blogosfera, reindirizzate il vostro faro di feedburner verso la nuova gonzocaverna.

E’ un ordine. O forse no. Ma anche sì…

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

Ore 17:00 e qualcosa
Arriviamo, dribbliamo, superiamo di gran carriera. I saliscendi di Frisco non ci impauriscono, lo Squalo si impenna e cabra come un cormorano etiloide. Di qua, di là, Mescaline si sbraccia, tentando di interpretare la cartina stradale. Sarebbe più semplice se la smettesse, almeno ora, di strapparne rettangolini per rollarli con dovizia. Le quantità di tabacco e sostanze più o meno note, o salubri, che riusciva a mantenere nell’operazione, tra una brusca frenata e una curva azzardata, erano ridicole. Ma la ragazza non demordeva.

Ore 17:00 e qualcosa di più
Molliamo lo Squalo in modo grezzo dalle parti dell’entrata, al Moscone Center. Dobbiamo acclimatarci quanto prima, le nostre camicie sgargianti e l’atteggiamento ribelle potrebbero insospettire la folla di fedeli. La tattica è semplice: saltiamo fuori dall’abitacolo brandendo ognuno almeno due iPod, li agitiamo in aria simili a tecnologici hare-krishna, lodando la Mela e il suo operato. La cosa funziona, superiamo lo sbarramento e siamo dentro.

Ore 17:00 e arrangiatevi
A chiunque ci incroci mostriamo il pass e il telepass, cosicché non ci scassino il cass. Prima puntata: aggirare la folla, raggiungere il bar e riempire lo stomaco. Noccioline, queste sì che ci faranno bene, e alcool. Tanto. Qui si freme, sta per incominciare.

Ore 17:44
La vista annebbiata, le orecchie ovattate, il brusio di fondo, Nonostante tutto, nonostante i Melati che affollano come un’orda il salone, vediamo aprirsi le tende, sullo sfondo. Ci siamo, MADRE DI DIO, ci siamo. Saremo mangiati vivi, ci sbraneranno, ci spolperanno, le nostre vuote carcasse saranno calpestate al canto di mille "booong" di avvio dei portatili delle centinaia di presenti! Falliremo, me lo sento, falliremo, per la miseria!

Ore 17:45
Riprendiamo controllo di noi stessi. Ci accodiamo e superiamo le bodyguard. Calmi. Calmi, camuffiamo il sudore sulle nostre fronti, l’aria è pesante, questa gente fa la fighetta ma perlopiù non si lava da almeno due giorni. Sono geek, cristo, me ne stavo dimenticando. Puzzano, ma sono ordinati, sono in fila, sono buone bestie. Ci attirano dentro, il raggio magnetico Apple guida la mandria dentro al salone. Stiamo al gioco, mi dico…

Ore 17:50
Troviamo i nostri posti, piuttosto centrali. L’aria è riempita da musicaccia indie. Forse Mika. Non lo so, non mi interessa, sono troppo preso a discutere con il mio compare di posto, un manzo americano vitaminizzato di 150 chili di pura robustezza, non un filo di grasso. Non vuole saperne di lasciarmi almeno metà del bracciolo che abbiamo in comune. Cristo, la loro fottuta costituzione lo prevede, voglio appoggiare il mio gomito, è mio diritto, maledetto bufalo rasato dalla camicia costosissima e umidiccia…

Ore 17:52
Mescaline sta conversando amabilmente con qualcosa di simile a un surfista redento, l’odore di cera per tavole e olio abbronzante è stucchevole, ma la ragazza sembra persa nei meandri dei suoi bicipiti. il ragazzo le parla con sufficienza, non capisco se sia fatto come un fegatello o sia semplicemente interessato esclusivamente a individui con organi riproduttivi penduli tra le gambe. L’una non esclude l’altra, ovviamente.

Ore 17:55
Ci siamo quasi, forse. In compenso è finito il secondo margarita di Mescaline, che è riuscita a trafugare attraverso l’ingresso. Prendono posto anche alcune mamme con bebé al seguito, Gesù ci siamo, stavo pensando, è l’anno dei sacrifici umani, lo sapevo!

Ore 17:56
Temo da un momento all’altro venga allestito l’altare sacrificale, rigorosamente in plexiglass immacolato, sul quale il sangue di infanti adepti della Mela venga offerto in dono… Maledizione, ho solo una forchetta di plastica come arma per riscattare le loro vite, dovrò essere pronto ad usarla per evitare la strage di innocenti, quando sarà il momento opportuno…

Ore 17:58
Mescaline mi intima di piantarla con le mie paranoie di revanscismo Azteco. La vedo sempre più simile a Quetzalcoatl, il piumaggio multicolore inizia a rigoglire tra le sue ciocche castane di capelli. Merda merda merda, devo stare calmo, CALMO.

Ore 18:00
La folla rumoreggia, partono le prime prove di applausi. Un direttore del coro dirige la clac e la accorda come uno strumento. Il bisonte affianco a me inizia a spazientirsi. Io tento di unirmi al coro facendo notare, poco verosimilmente, che la scritta "There’s something in the Air" è sfocata. Mi risponde, urlando, un fondamentalista, dal fondo: "Mettiti gli occhiali, pagàno infame". Decido di tacere circa le osservazioni fuori dal coro, per il momento…

Ore 18:01
Niente da segnalare, ma l’ora mi ricordava la data di uscita di Cloverfield.

Ore 18:05
Come al solito qualche ritardo. Mescaline suppone che Jobs abbia finito il suo colluttorio al rabarbaro e abbia mandato una carovana dello staff a razziare il primo beauty shop a portata di SUV. Altre voci serpeggiano: c’è chi sostiene che Jobs abbia il raffreddore asinino, chi dice che abbia finito l’acqua gassata, chi dice sia morto ma nel frattempo risorto, e chi lo abbia già visto ascendere nell’alto dei cieli per istruire San Pietro circa l’uso dell’utility "Accesso Portachiavi".

Ore 18:08
Si spengono le luci, come canta Un uomo in frac. La musica si abbassa. Ci siamo! Si comincia.

Ore 18:08 e poco più
La folla è in visibilio, applausi a scena aperta, urla e incitamenti, mal celate eiaculazioni precoci di massa… E io che pensavo di aver visto il massimo del turpe all’apertura dei Saldi…

Ore 18:09
Eccolo! E’ lui! E’ sul palco, interamente ricoperto di stagnola, ha il volto coperto da un cestino per l’immondizia identico a quello presente nella dockbar! Sgomento e inquietudine diffusa.
Il presunto Jobs solleva il copricapo e si rivela: è Steve Ballmer!
La folla non sa se ridere o incitare alla lapidazione.

Ore 18:09 e qualcosina
Ballmer esordisce col discorso, e con fare deciso ma atonale esclama: "ALL YOUR BASE ARE BELONG TO US!".
Il golpe non riesce, un texano per una volta fa la cosa giusta e impallina il ciccione. Esultanza tribale e primitiva della folla, mentre il sangue di Ballmer impiastra stagnola e telone del proiettore… Si prevede un ulteriore ritardo, causa pulizie straordinarie…

Ore 18:15
Ripulito il tutto, dato in pasto alle tartarughe marine il cadavere di Ballmer, la cerimonia riprende.

Ore 18:16
Ci siamo, ci siamo! Eccolo che sale sul palco è… Oddio, ma è lui? E’ Andrea Beggi!

Ore 18:17
Beggi prende la parola, la folla è in puro visibilio, le connessioni WiFi partono come tappi di champagne e le reti Edge divengono visibili con i colori dell’arcobaleno. Beggi calma la folla e mostra il motivo della sua presenza.

Ore 18:18
Beggi mostra l’EEEpc che ha in prova, la folla ammira l’oggetto arcano, per una volta non trattandosi di un accrocchio Apple. Prima che il santissimo protettore di nostra signora WiFi possa completarne l’elogio, Jobs accorre e si pone tra lui e il pubblico, cercando di catalizzare l’attenzione.
Sembra una vecchia zitella, un po’ checca, istericamente mestruata.

Ore 18:18 e giù di lì
Beggi esce di scena, acclamato come il Gladiatore Maximo nel fatale scontro finale con Commodo. Avrà la sua VPN in questa vita o nell’altra… Si ode il verso dell’ippopotamo riecheggiare da dietro le quinte.

Ore 18:20
Dopo l’introduzione, pallosa, Jobs cantilena dei grandissimi exploit raggiunti da Apple. Cifre astronomiche su schermo, grafici iperbolizzanti, folla bagnata e vogliosa.

Ore 18:22
Risultati in borsa strabilianti… bla bla bla… Grandi successi… bla bla bla… Innovazioni… bla bla bla… trilioni di canzoni scaricate… No ma davvero a qualcuno frega di tutta ’sta pappardella? Il bestione al mio fianco gigioneggia, Mescaline tenta di oliare ancora un po’ il galvanizzato surfista.

Ore 18:25
"E ora partiamo davvero." Ah, mi pareva…

Ore 18:25 e nanosecondi a fottersi
"Ci aspettano grandi novità e la serata è BOOM lunga. Sarà FANTASTIC".

Ore 18:26
Si parla di Quicktime 8!

Ore 18:26 ma davvero leggete l’ora?
Nuove funzioni strabilianti, per gli utenti Mac ancora più compatibilità nei vari supporti, nuove modalità di riproduione tra cui la invertita, la casuale, la casuale (nei fotogrammi) e la escludente, ossia capace di escludere attori sgraditi a nostro piacimento da film e filmati (Tom Cruise è definitivamente finito, quindi). Se possibile, tutto ancora più eye candy, siamo al punto di definirlo Eye Diabetes.

Ore 18:27
Importanti novità per gli utenti PC di Quicktime: Apple ha pensato anche a loro e ha inserito due inescludibili e ineluttabili funzioni: "Piccolo Giulio Cesare" e "Waterloo on your PC". La prima funzione inizializza una vera e propria campagna di conquista della vostra taskbar: Quicktime inizia a conquistare cluster su cluster di memoria e si stabilizza permanentemente tra i processi in memoria. Istituiti dazi e imposte imperiali su ogni altro processo che osi anche lontanamente chiedere attenzione dalla CPU.
La seconda funzione entra in gioco qualora l’utente, sprovveduto, tentasse di chiudere forzatamente il processo Quicktime: il programma prende in mano la situazione ed ingaggia una battaglia all’ultimo colpo di cannone con la vostra RAM. "Resistance is BOOM futile".
La folla è in visibilio incontrollato.

Ore 18:32
iTunes 8 con nuove funzioni di streaming, ancora più potente nell’inchiappettarvi la rete AirTunes casalinga. Può essere collegato in remoto wi-fi, ora, anche a televisori HD, lavatrici e lavastoviglie. Leggerà formati .mp4, aac, .doc, .xls e diagrammi di autocad. Per ora mistero sul loro utilizzo. Nel dubbio, la folla esulta senza posa.

Ore 18:35
Nuovi iPod!

Ore 18:35 and counting
iPod Dwarf: touch screen (multi-touch per chi ha dita da neonato), più piccolo dell’iPod Nano e tre volte più capiente, riproduce in dolby surround video anche in HD. Jobs sottolinea: "FAANTASTIC". Sta nella scollatura di un push-up e in riproduzione dolby si adopera per rilasciare ioni di sonora armonia.

Ore 18:37
iPod Touch 2g: multi touch, più brillante nei colori, più sottile, più connettivo, più capiente, più tutto. Anche più caro, qualcuno mormora di un goduriosissimo 599$ per il modello 18giga e 699$ per il 19,5giga. Urla e strepiti di approvazione generale, lancio di candidi reggiseni. Etere fa quasi cadere il portatile. Cerca disperatamente di sniffare una coppa C3 della vicina e poi, colpevole come un mandrillo, mi guarda goduto esclamando "è ancora calda!". Inutile dire che dal palco si scostano un po’ infastiditi. L’unico bianco ammesso è quello iPod. Nemmeno la neve ha diritto.

Ore 18:38
NOVITA’! iPod Stracc’: sottilissimo, multi touch screen anche con una scopa o un’asta dello swiffer, non riproduce né video, né audio, non ha connessione wifi ma in compenso assorbe tre volte la quantità di liquidi di un comune straccio. 399$ il 100 e 499$ il 120 (pollici quadrati, ovvio…). Viene segnalata immediatamente l’apertura di un Apple Store nei pressi di Voghera. Le casalinghe 2.0 smettono lo sciopero della fame indetto e annullano il tatuaggio della Mela sul clitoride. In massa. Steeeev è l’uomo che ti accontenta. Sempre.

Ore 18:40
And BOOM. Finalmente iPhone. Si alzano al cielo gli iPhone illuminati a festa, sembra un concerto di Masini, ma nessuno si sta toccando le palle.
Nuovo formato, migliore aggancio della rete, batteria migliorata e finalmente implementazione di un sistema operativo OSX completo, anche se intuitivo e semplificato. Ridotti i costi e assottigliata la struttura, corretti i molti bug, finalmente aperto agli sviluppatori, in toto. Sarà completamente libero da operatori e programmabile da chiunque abbia un computer superiore a un 486DXII. Disponibile anche in versione Red per aiutare la raccolta delle indulgenze e la lotta all’AIDS.
Per 10$ in più precaricata l’intera discografia dei Beatles, compresi inediti e prime versioni.
200$ la versione base da 40giga, 300$ per quella da 80. Se fate un’offerta in più, avrete anche l’alito di Yoko Ono in boccetta.

Ore 18:41
…No ma ragazzi, avete DAVVERO creduto a quanto abbiamo appena scritto???
Etere disegna i capezzoli al reggiseno rubato mentre il surfista lo guarda di soppiatto ammiccante. Comincio a temere per la prima volta che raccoglierà una Rossa da terra.

Ore 18:45
iPhone 2g: uguale al precedente, più sottile. Per il resto, attaccatevi al tram, tutto invariato! Il pubblico si strappa camicie e capelli dalla contentezza, i MacBook in sala iniziano a figliare a seguito di gravidanze isteriche.

Ore 18:47
Devo disperatamente fare pipì. Steeeev scusa hai uno di quei cosi di D-mail per la parità dei sessi e fare pipì dall’alto? Ho tre bicchieri di Margarita vuoti. Comunque. Si entra nel vivo davvero. "And now, BOOM, we BOOM have something really FANTASTIC, visually speaking, it’s INCREDIBLE and so BOOM, believe me!" Sì, per dio, ti credo. Ogni BOOM che Steeev manda in terra i bicchieri chiedono perdono. E le lenti a contatto si spostano. Abbassiamo sto audio? O c’è anche la cuffia iPod che ti fa da apparecchio acustico?

Ore 18:47 ancora
Sarà il MacBook Aerofagico?

Ore 18:49
NUOVI SCHERMI APPLE! Così sottili da essere quasi flessibili, nuova scocca ultraleggera, design mai visto prima, brillantissimi e consumano meno di una torcia elettrica!
Jobs dice che hanno voluto seguire la filosofia fruttifera dell’iPhone e del Touch: sono sì schermi touchscreen ma visualizzano SOLO ciò che decidono loro, o la Apple. Niente di niente che provenga da terze parti sarà visualizzato su questi schermi.
Un fedelissimo, un grafico, tra sé e sé si domanda se non sia una pura troiata benemerita…

Ore 18:50
George Romero filma il povero grafico dubbioso mentre viene divorato senza pietà dagli altri presenti. Jobs sottolinea come il fuori programma sia assolutamente BOOM FANTASTIC and BOOM BOOM.

Ore 18.51 e quattro scubidubidu
L’A-team ad ologrammi emerge dal taschino del surfista. In qualità di promemoria il gruppo intima in coro di saltellare su un piede al grido di "Eva morse la mela, porca Eva, santa Mela". Signore imbarazzate tappano le orecchie ai rispettivi figli. Etere sniffa popper. Tutto nella norma.

Ore 18:55
Schermi disponibili in 22", 24" e 30". Hanno l’Apple HDCP oltre all’HDCP convenzionale e un tempo di risposta in negativo: -5ms, praticamente non visualizzano immagini, predicono il futuro…
Dal fondo della sala si alza un tech evangelist e con tutta l’aria che ha in corpo ci informa che "IO L’AVEVO DETTO! Sapevo che sarebbe successo!". Due Gorilla gli lanciano una manciata di iPhone Touch. Quello va in botta, convulsiona e si cheta. Ogni tanto oscilla avanti e indietro.

Ore 18:59
Non c’è molto tempo ancora, dice Jobs, ma BOOM abbiamo molte novità per voi, ancora! Se sbadigli ti sbattono fuori. Non sapendo che fare ho usato colla e dentifricio e mi sono inchiodata la mascella.

Ore 19:00
La gente non sta più nella pelle, le carte di credito e i conti in banca sono pronti a svuotarsi al solo sentire quelle paroline magiche. C’è un hype così forte che l’umidità espulsa da ogni presente in sala raggiunge vette invidiabili solo a Namor the Submariner o Aquaman.

Ore 19:05
Jobs blatera con tanti BOOM qui e là. Fatevelo bastare. L’estensione della pezzatura delle sue ascelle è preoccupante, qualche fedelissimo ha già pronte le tanichette per raccogliere le regali emissioni acquose, stile Lourdes.

Ore 19:08
ECCOLO! MacBook Air!
Mostruosamente sottile, memoria solida senza parti mobili, schermo glossy con cancellatore automatico di impronte e ditate, bluray, di tutto, di più! Il bestione mi abbraccia urlando, piange di gioia e mi scotenna accarezzandomi la testa con la grazia di un caimano. Mescaline si fa trascinare e con grazia prende tutti per il culo, osannando anche lei l’oggetto sexy dell’anno. Di secondo nome fa Air Jesus. Profetizza l’immateriale e l’immanente. Piovono dal soffitto gadget: USB montate su Crocifissi, piccole sfere piene d’aria raccolta durante 270 starnuti di Steeeev influenzato e pellicola da imballaggio griffata "Air, u can’t touch. U have to believe."

Ore 19:09
Ripristinata la calma, Jobs parte ad illustrare le BOOM caratteristiche peculiari del gingillo. Ultra sleek, ultra fashion, ultra sensuale, emette anche feromoni o testosteroni a seconda del sesso del proprietario. Esistono versioni lesbo e gay. Perché Cupertino è politicamente corretta. Mica cazzi.
Qualche innocente, in estasi, lo paragona a un’ostia. Miracolo! Miracolo! Grida chi assiste alla scena. Ed eccola lì, la vera ostia 2008 made in Apple, Cupertino…

Ore 19:10
Jobs si siede sul suo FANTASTIC sgabello e inizia il tour delle funzionalità. Mescaline ne approfitta per farsi un giro in bagno. Deve incipriarsi il naso, dice, ma io lo so che in fondo va solo a far pipì, è una brava ragazza.
"Se inventano dio, e lo mettono sul mercato - mi dice - fammi un fischio!"

Ore 19:15
Mille funzioni suonaaate dal veeento, un ultimo bacio, mia dolce Melina…. Uff, qui Jobs parla solo in termini di BOOM e BOOM and BOOM, mentre illustra il potentissimo portatile. Comunque, 13" e 15" i formati, il peso dovrebbe essere inferiori, decisamente, a un MacBook, anche se non ai livelli di un EEEpc. Si ode di nuovo il verso dell’ippopotamo da dietro le quinte.

Ore 19:18
Fila come una scheggia, ma mi sto iniziando a rompere, non so voi… Mescaline si struscia sul surfista gaio e riprende posto. Inizio a roteare la forchetta di plastica del baretto tra le dita. Intanto sul palco mostrano la nuova feature del telecomandino apple. Se cliccate in combo play e fwd il vostro Mac emetterà un sensuale "bip-bup" e si auto-custodirà per voi come un’ostrica. Insomma, un lock e autocriptaggio delle informazioni con lo stesso sforzo con cui chiudete i vostri Suv.

Ore 19:20
Jobs invita benignamente sul BOOM palco alcuni collaboratori preziosi per lo sviluppo del MacBook Air. La gente vuole solo Steve, quindi ascolta senza esser trascinata… Come la capisco. La pellicola regalata come gadget muta ora forma mentre la teniamo in mano, compaiono segnali luminosi che indicano il senso in cui inserire il proprio MBAir. Steve sorride sornione nel bearsi dell’"ohhh" generale.

Ore 19:26
Finita la parentesi degli interventi esterni, mentre Mescaline se ne rolla un’altra, tanto nessuno bada a lei, presi come sono tutti dallo charme dell’Uomo di Cupertino! Riprende la dimostrazione delle potenzialità delle nuove bestioline multitouch.

Ore 19:28
Jobs apre mille applicazioni, telefona a Wozniak e gli fa un simpatico scherzo telefonico: si finge operatore dei paramedici e lo avvisa che la madre e il padre sono appena morti in un simpatico BOOM rogo ferroviario.

Ore 19:29
Si chiude la telefonata via wi-fi con un simpatico "IT’S SIMPLY FANTASTIC, IT’S AMAZING" sul pianto disperato di Wozniak.

Ore 19:31
Provati per voi il nuovo Mail, il miglior Finder, Automator (che continua ad essere la cosa più inutile mai concepita, ma è più veloce nel rendersi inutile, ora).

Ore 19:36
In meno di 5 minuti Jobs ha rimontato, con iMovie, il Padrino e il Signore degli Anelli, assieme, senza alcun rallentamento. Ora sta cercando di montare "LOSER" di Beck su un video promozionale di Microsoft. Jobs temporeggia bevendo spuma, guarda il pubblico e con capo mezzo inclinato a destra dice che per la prima volta nella storia della sua carriera ha deciso di fare un passo indietro. E disabilitare il capslock ritardato (hm, scivolone in traduzione o doppiogioco dell’imbattibile?) dalle nuove tastiere super fashion. Pare che abbiano ricevuto milioni di mail di utenti insoddisfatti. L’unica vera verità che io non posso condividere con loro, è che è stata la mia socia a fare del sano email bombing per ottenere l’annullamento di ciò che la nevrotizzava da quando era nato.

Ore 19:37
Il prezzo? da 1799. Godete, stronzi; ballate, bastardi! E non lamentatevi: c’è una tecnologia della madonna dentro. O chi per lei…
Nel frattempo, un incauto fedelissimo, assolutamente sbalordito dalla potenza dei nuovi Mac, si lascia scappare un "Wow!". Viene garottato all’istante, scambiato per un infiltrato della campagna promozionale di Windows Vista.

Ore 19:38
Ci siamo, si avvicina la conclusione dell’evento, non ci sono altre novità. La folla urla e strepita, applaude, intona canti propiziatorii per il mercato globale, gli economisti presenti hanno calcolato un aumento di 3 punti percentuale, minimi, per ogni vocale pronunciata da Jobs e circa 1,7 punti di perdita in picchiata per Microsoft ad ogni consonante emessa dall’Altissimo. Jobs tenta di calmare le acque per continuare a parlare. Mescaline mi afferra per un braccio, mentre dalle stimmate di Steve inizia a fuoriuscire il santo liquido purpureo, e mi fa capire che è ora di agire. O adesso, o mai più.

Ore 19:39
[sulle note di Momenti di Gloria] Dalle parole di Mescaline, tempo dopo: "Il suo berretto gli teneva troppo caldo, gli limitava la visuale. E lui doveva vedere lontano. - getta a terra il cappello - Il suo Powerbook era pesante, lo sbilanciava. - lascia cadere il portatile, senza curarsene - E il suo bersaglio era lontano. - fissa Steve Jobs intensamente- "

Ore 19:39 e attimi interminabili
Etere: "MESCALINEEE!" La compare sbuca dal mucchio festante e trafigge una bodyguard con uno spillone per capelli. Etere carica la sua forchetta di plastica. E Jobs lo vede.

Ore 19:39 e tanto ralenti
La forchetta di plastica vibra nell’aria calda del salone, i volti sgomenti degli Apple Fan seguono la sua traiettoria mortale, trattenendo il fiato.

Ore 19:40
La forchetta sfregia la barba incolta di Jobs, che si volta inorridito urlando "AND BOOOOOOOOOOOOOMMMM!". La folla ci è addosso…

Ore 19:45
Col diavolo in corpo e razzi nel culo, voliamo fuori dal Moscone Center, inseguiti da qualcosa di decisamente più temibile dei 300 spartani e ben più incazzato dei milioni di persiani. Una sassaiola di vecchi iPod ci raggiunge, poi l’artiglieria degli inseguitori inizia a tirarci addosso i mighty mouse come frombole… Raggiungiamo lo Squalo a fatica, seminando i fondamentalisti Apple e i loro FANTASTIC di vendetta.

E ci rimettiamo in viaggio, ancora una volta strafatti ma vivi. And WROOMM.

Uncategorizeddi Etere

«Sì, questa andrà benissimo, la prendo»
«Ma, signore, la trasmissione è da rifare, gli interni sono da ricucire se non da sostituire in più punti, la cappotta è strappata e il finestrino del passeggero è bloccato chiuso, l’idroguida è completamente da rigenerare e l’impianto elettrico… Al diavolo, per solo un paio di migliaia di dollari in più le posso offrire una…»
«Non me ne frega una mazza pachistana, bello mio. Apprezzo l’interessamento rapace nel disperato tentativo di spillarmi denaro offrendomi una vettura più appariscente ma, sotto sotto, meno curata. È il tuo mestiere, lo stai facendo quasi bene, credimi. Ma questa andrà benissimo, ho deciso.»
«Va bene, va bene, che diavolo, la vita è la sua…»
Sollevato il cofano, lo spettacolo non poteva che essere migliore; mi trovavo davanti a uno dei peggio tenuti pezzi di ferraglia d’antiquariato americano che il mondo dell’usato potesse offrire. La carretta cadeva letteralmente a pezzi, fortunatamente il motore, aspirato, potenziato, con carburatore da corsa e ingranaggi da competizione, era in buono stato. Se fossimo sopravvissuti alla prima curva, se lo sterzo non ci avesse abbandonato alla prima sterzata brusca, questa vettura malconcia sarebbe diventata il nuovo Squalo, con tutti gli onori del caso.

Sganciai gli ultimi risparmi e il frutto di piccoli guadagni e afferrai le chiavi dal non troppo felice venditore; il bastardo era rimasto a bocca quasi asciutta, in più beffato dalla mia insistenza nel volermi accaparrare questa bestiola abbandonata e ferita. Venni poi a sapere che, oltre a ciò, il quarantenne dai capelli leccati e l’orlo fatto di fresco ai pantaloni lisi aveva scommesso mezzo stipendio con il suo principale, sostenendo che nessuno, nessuno davvero sarebbe stato abbastanza coglione da sborsare qualche mazzetta di grana per portarsi a casa un simile rudere.
Aveva perso. Mai sottovalutare l’attaccamento emotivo per oggetti dal grande Passato.

Sì, eravamo sulla strada, ancora una volta. Ci eravamo ritrovati ed eravamo ripartiti.
Ripartiti col botto, figurativamente ed effettivamente, sia per l’esplosione polverosa dello scarico dello Squalo, sia per l’evento con cui avevamo deciso di inaugurare questo sanguinoso e giornalisticamente violento anno del vostro signore: stavamo puntando i nostri nasi nella direzione del Moscone Center di San Francisco.
Sì, per seguire in diretta l’Evento, il sancta sanctorum geek con cui si inaugura il 2008: Macworld, compreso il keynote di Steve Jobs.
Mescaline aveva sfruttato gli agganci giusti, ancora una volta, ed evidentemente aveva indossato l’intimo più adatto per traviare chi potesse farci avere accesso esclusivo e illimitato alla sala congressi.

Quando qui sarà mattina, sulla Costa Ovest, nel regno dell’onda lisergica e psichedelica degli Anni ‘60, l’arca di noé di una generazione di sballati, svitati, sregolati e liberi americani ormai estinti o morsi dalla vendicativa calvizie, Etere e Mescaline saranno seduti tra infoiati ed arrapati ominidi appassionati della candida Mela, e riporteranno per voi, live, ciò che il guru, il Gates buono, l’infallibile bastardo Jobs avrà da dire sulle importanti novità della sua compagnia.

Ricapitoliamo: Gonzo live bloggin’ del Macworld 2008 di San Francisco. Steve Jobs come non lo avete mai letto, solo qui, alle 18:00, ora vaticana, per dio!
Preparatevi a fare furiosamente il refresh della nostra pagina. Spread the word, eat the hype.

Tags: Macworld, steve jobs, keynote, 2008, apple, macbook, pro, macpro, mela, san francisco, california, cupertino, blog, event, evento, gonzo, hunter, thompson, report

Uncategorizeddi Etere and Mescaline

Il 23 dicembre era stato dedicato all’ordine.
140 mq di casa sospesi nel tempo in attesa di verdetto. Programmo la Rivoluzione dello Scopino scandendola in tre tempi. Viene stilata una tabella dettagliata, stampata in triplice copia, firmata due volte (prima e dopo i pasti, si sa mai che le calorie facciano cambiare idea) e affissa nelle zone di maggior concentrazione familiare. Rispettivamente: il cesso, la cucina e "quel_luogo_dove_io_cerco_di_studiare" - e che quindi si popola magicamente di rumori, grida, gente, cose, alieni, politici e polvere -

Reazioni riscontrate. Ilarità collettiva. Nella veranda viene allestito un banco di scommesse clandestine tenuto dalla tizia delle pulizie. Promettono una percentuale al portinaio purché mi chieda, per ogni sacchetto di rumenta che porto giù durante la Rivoluzione, come penso di risolvere l’Allarme Libri™. Il Piccolo Perverso Polimorfo invece sceglie le retrovie. Cambia le pile alla macchinina telecomandata e le fissa addosso un sacchetto bucato di coriandoli del carnevale passato mischiati a brillantini-collosi del natale presente.
Resto impassibile.

Nota Bene. L’Allarme Libri™ scatta quando gli scaffali delle librerie di casa cominciano a vomitare tomi sulla testa dei passanti. L’aviaria delle librerie comporta quindi spargimento di carta sui pavimenti. Spesso si manifesta anche il misterioso fenomeno del "libro infrattato": pur di non essere ri-ingoiato dalla libreria bulimica, il libro si nasconde sotto letti, mobili e superfici opache. Tu stesso diventi segreto untore. Te ne rendi conto quando infili Proust nel frigorifero, per fare posto butti la scorta di insaccati natalizi, e scopri che nel freezer alloggia - tra i 4 salti in padella e i pisellini primavera findus - la tua copia del ‘68 di Dottor Živago.
Postilla per i cultori del design estremo: i frigoriferi sono fonte grandiosa di scaffali a basse temperature, perfetti per tascabili e non, mentre nel reparto uova ci tengo le matite per le sottolineature lampo e nei cassettoni frutta-verdura i tomi che non voglio vedere nemmeno per sbaglio (da Manzoni a D’Annunzio, passando per tutta la pseudoletteratura moderna).

Mi attengo al piano. Un quattro quarti allegro ma non troppo mi spinge qui e là per la casa. L’ologramma della Casalinga di Voghera tiene il tempo con il suo tacco basso e largo - dopo il binomio vivente cane-padrone c’è quello donna-scarpa -.
Metodica.

Domo i folletti della polvere e i pesciolini d’argento con l’angolo del sopracciglio sinistro. L’aspirapolvere si inchina e mi porge sottomessa l’adattatore per la spina. Dopo pochi secondi di programmata attesa il subwoofer ruggisce sparando intere famiglie di acari direttamente nelle fauci del demonio elettrico.
Procedura non standard, geme la casalinga. Il fatto, poi, che io mi spari un Wild Turkey a canna, mentre colorati pezzetti di carta invadono ogni superficie piana, la destabilizza definitivamente. Si ritira a fare l’arrosto.
Visi tirati nella veranda. I vicini scommettono passando pizzini arrotolati per l’intercapedine.
Al terzo sacchetto di rumenta compro il portinaio promettendogli una percentuale maggiore e un incontro intimo con Rudolph, la renna capo di Babbo Natale. Ora, ogni volta che mi vede passare, urla "AU AU AU" in perfetto sincrono con l’intermittenza cromatica delle lucine dell’albero di natale.
Va meglio.

La casa brilla. I libri restano. Ovunque.
Ventisette minuti dopo ho murato la dispensa.
In terra ci sono quelli plastificati, creano un pattern simile al parquet, si sa mai qualcuno volesse lucidarli.
Vinco tutto. Carico su carta. Riverso su ibs.it, senza rendermi conto - nell’orgiastico tintinnio di rosso-verde-oro natalizio - di aver appena ordinato il corrispettivo di mezza libreria.
Chissà dov’è Etere. Ma soprattutto. Chissà se ha spazio-libri da affittarmi.
In chiusura di giornata capisco finalmente l’oscura verità di Fahrenheit 451.

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Alla luce del 23 dicembre, prima che il Dinamico Duo Vigilia e Natale si decidesse a ghigliottinare i testicoli del sottoscritto per quanto concerne sopportazione del prossimo e benevolenza generalizzata, mi rendevo conto che, in fondo, la questione di tutto l’ambaradan natalizio non era così complicata: dozzine di decine di centinaia di rotocalchi scandalistici inseguono spermatozoi vip estate dopo estate, nozze dopo nozze, cercando di accaparrarsi lo scoop sul nascituro famoso e riverito di qualche starlette zoccola abbinata, con evidente fortuna spermatica, a un non meglio identificato magnate del calcio, della finanza, dell’immobiliare, del culo sa cosa.
Passato il periodo di quarantena forzata nel CPT uterino della madre, il piccolo batuffolo color placenta strappata misto sangue rappreso è pronto ad incontrare la gioia e lo sfavillio dei flash e delle troiate da tabloid.

Il Natale, in fondo, è tutto ciò, solo maledettamente ad libitum: si insegue la nascita perpetua, e fittizia, di un marmocchio altolocato di madre nota e padre ignoto, o meglio, noto ma innominabile, pena la lapidazione. Sono sfortune, del resto ogni famiglia ha i propri casini e le proprie complicazioni, non lo mettiamo in dubbio; di certo sarà pure stato il figlio di dio, ma quello mica gli passava l’assegno mensile per il mantenimento e gli alimenti. San Giuseppe, intanto, chiarisce la sua posizione e medita la possibilità di vendere l’esclusiva per la vicenda a Corona, se non persino a Vespa in persona.

Se, però, scendiamo a un livello più intimo, nella recondita alcova spirituale che ognuno di noi serba gelosamente custodita nelle profondità della propria anima (voi, forse, io ho preferito trasformarla in un frigobar, a dirla tutta), nulla di tutto ciò esiste. Esistono solo due cose, due impellenti necessità di scadenza annuale che vengono mediamente assecondate.

La prima è la messa di mezzanotte, rito mostruosamente monolitico, catalizzatore di sonni mancati e incontenibili pennichelle tra i banchi della parrocchia di quartiere, evento termoautonomo grazie all’indescrivibile calore sprigionato dall’incessante frequenza di sbadigli ed altre emissioni non meglio specificate che si sprigionano da chi attende alla funzione. E’ uno degli eventi religiosi più ipocriti sin da tempi persi nelle nebbie dei secoli: orde di vecchi, vecchie e nipotini accalcano le panche e gli scranni sfoggiando inguardabili e imbarazzanti gioielli di famiglia appartenuti a generazioni ormai mummificate, abiti lussuosi e pellicce immorali per la loro cronica mancanza di attinenza con il contesto religioso.
Si fa notare, non bastasse, che lo spuntino gratificatore per i pazienti della cerimonia è pressoché nullo: un’ostia insapore e un sorso di vino annacquato. L’aggettivo santo fa lievitare il grado di accettazione della fregatura. Si finisce dopo un’ora e mezza, o due ore, pensando solo al cotechino da preparare per il 31, quante lenticchie mangiare per aumentare le proprie probabilità statistiche di azzeccare il 6 vincente al lotto e quali pacchetti scartare per primi una volta rientrati all’accogliente paganesimo consumistico della propria abitazione.

Il secondo punto fondamentale a cui non si sfugge non è, come si può pensare, l’atroce trappola per bracconieri di portafogli ed espianti di denaro (i regali), bensì gli auguri.
Il rito degli auguri è una pratica sadomasochistica terrificante, che viene perlopiù affrontata all’ultimo secondo con la gioia e l’ardore di un condannato a morte mediante visione forzata di Settimo Cielo. La pratica scomoda e fintamente diplomatica si può riassumere in modo molto semplice: alzare la cornetta del telefono, o premere il tastino verde dei vostri fottutissimi blackberry di merda™, e chiamare una serie di scomodi parenti, nonché amici, che siccome necessitano di essere raggiunti mediante medium telefonico significa che è gente che avete voluto, e scelto, di tenere lontano. Da ciò deriva il più grosso ostacolo alla sincerità dell’augurio recapitato, che il più delle volte, in effetti, se ascoltato al contrario o letto al calore di una candela rivela orribili maledizioni babilonesi che nemmeno voi sapevate di conoscere. Ah, le mirabilie della memoria genetica, eh?

La meraviglia degli auguri è però un’altra. Nessuno vi farà gli auguri, nessuno verrà a trovarvi, sarete sempre voi, anno dopo anno, a recarvi dai suddetti parenti, o amici (o a telefonare loro) e non avverrà mai il contrario. E ciò vale per tutti, tutti quanti al mondo: siete sempre voi a fare e andare. Sempre. Nessun cuginetto che viene da voi (eppure da bambini, cavolo, eravate voi a fare il giro degli zii come un freak), nessuno zio, cognata, amico d’infanzia che si scomodi al posto vostro.
Il che, lo capirete bene, genera un paradosso non indifferente che nessuno, al momento, ha mai spiegato.
Il professor Stephen Hawking, forse, potrebbe riuscirci, ma al momento è troppo impegnato a sbavare piña colada dalla sua cannuccia e finire di dettare una lista della spesa vecchia di quattro giorni. Ognuno, dicevamo, ha le sue priorità.

Questo meditavo, il 23 dicembre, dal cruscotto distrutto dello Squalo: niente più ruote, solo mattoni, la carrozzeria impolverata e il pellame degli interni sgualcito, con l’acchiappasogni al retrovisore che magicamente è riuscito ad acchiappare solo grasso e moscerini.
Questo pensavo, e non mi rincuorava, ma almeno mi teneva in viaggio, se non altro col cervello. Avrebbe richiamato, Mescaline?
Ci saremmo ritrovati dopo il naufragio dicembrino per riprendere a incazzarci artisticamente col mondo, alla luce di un bellissimo 2008 bolso e laido come le ultime tre cifre che lo compongono?
O l’Arkham Asylum che è diventata la blogosfera ci avrebbe tenuti imbrigliati nelle sue celle imbottite ancora a lungo?

Uncategorizeddi Etere

Dove siamo ora?
Non lo so. Siamo stati sballottati per bene, in questo periodo. Su e giù per arterie indistinte, lungo marciapiedi di cartavetro, tra tombini sconnessi. Quando questo viaggio è iniziato, eravamo carichi di un entusiasmo mite ma presente, volevamo scardinare una realtà così nuova, così strana.
Eravamo stati attratti dalle luci di una Las Vegas 2.0 mostruosamente brillante, pacchiana come i draghi cinesi di cartapesta, troppo spesso tanto appariscente quanto vuota. E cosa è emerso, ad oggi, a poco meno di dieci mesi da quel "Cazzo, parti." e quella sgommata? Dov’è il sogno della blogosfera?
Popolarità, maniglie, agganci. Pallidissima meritocrazia, zero voglia di aggirare un sistema spesso mafioseggiante, sfruttando davvero le potenzialità del sacralizzato blog.

Attorno a un manipolo di volenterosi, forse nocchieri dai polsi ancora troppo fragili per tenere dritta la prua di una nave, figuriamoci di un’isola intera, sciamano le stesse marchette, gli intrallazzi, i tramezzini e le paranoie effimere del mondo tangibile. Non c’è una rivoluzione che sta covando, nella blogosfera quel che di dimenticabile persiste nelle vite quotidiane dei suoi abitanti (anzi, di diversi suoi illustri abitanti) viene spesso riversato sulle pagine dei blog e sul modo di vivere in rete e per la rete. Invidie, classifiche, giochi da bambini. Un peccato, insomma.

Lo Squalo era fracassato, avevamo discusso a lungo nell’abitacolo e nessuno di noi due, né Mes né io, sapevamo che rumore effettivamente facesse un airbag che si apre di scatto, artigliando morbidamente i nostri nasi a distanza di millisecondi dal suono sordo di lamiere che rientrano. Quindi, decidemmo di scoprirlo. Il Piccolo Squalo Rosso venne lanciato al galoppo fuori dal tracciato prestabilito, a luci spente. Nella notte, l’oscurità avrebbe fatto il resto e il Destino avrebbe piazzato l’ostacolo giusto, delle dovute dimensioni, al momento più adatto per completare la nostra galoppata. Se fosse stata la nostra ora, sarebbe stata questa.

Ma non è stato così. Con gli airbag davanti a noi flosci come preservativi usati e il rosso del cofano aggrinzito sul parabrezza, con tutta la calma del mondo io e Mescaline riprendemmo a discorrere su che fosse la blogosfera, e che idea ce ne fossimo fatti. Al momento soluzione non c’è, ci sono solo brutti malditesta e smorfie di amarezza, solo idee e impressioni. Libri vengono scritti, risibili guru di un bellissimo vuoto ascendono, altri calano, esperti di tutto e di più fioccano quando meno te lo aspetti, in incredibile tempismo per risultare perfettamente inutili oggi e dimenticabili domani, come i santificati gadget tecnologici compulsivamente agognati.

Viene fuori (in ritardo, rispetto al sottoscritto) che non ci si dovrebbe chiamare blogger, salta all’occhio che in fondo il blog-campanilismo fa male, si sottolinea che 2.0 è già desueto. E con la mente, con i modem, si vola sempre oltreoceano, a pescare là, a tentare di sviscerare il segreto per far funzionare le cose. Cercando la via delle rockstar dei bit, del ping, del "non emozionante ma dannatamente utile".

Il fioccare di ominidi devoti all’ultimo ritrovato del www, all’aperitivo techno-chic, dal portafogli facile e con uno stadio infantile semipermanente del cerebro, che insegnano, abbrancando cattedre prestigiose e così moderne, rende incredibilmente farsesco questo universo provincialotto. E’ un peccato, che vi dobbiamo dire?
Ama l’aggregatore tuo come te stesso, vivi di superlativi, corri più veloce della prossima smentita, prega per un link. Sali, sali, sali e ancora sali, sconfiggi il mostro catepol, rinnega blogbabel e la sua classifica, quindi sputtana il luca conti di turno e sfancula il grillone nazionale.

Che sia il tuo mantra: inquadra un nemico, annientalo, quindi superalo. Finché qualcuno non prenderà di mira te, finché non scriverai un libro, finché non ti intervisteranno e dirai che con i blog ci si può guadagnare fino "a un milione di dollari".

Yuppies zombie in un 2007 che va scadendo, che si chiude con uno dei periodi più vuoti di idee che la rete blog italiana abbia visto ai suoi piani alti: quelli che dovrebbero essere imitati per il buon bloggare, per capire come un mezzo funziona davvero, per ispirare discussioni e riflessioni. Invece ci si fregia di chic, di snob, si ride di caste mentre la bocca è piena di paroloni anglofoni per i più semplici concetti. E l’isteria cresce: twitter è una classe dalla presa in giro facile e l’offesa al fulmicotone. La persona depressa è l’oracolo misinterpretato delle folle, ogni video un tormentone, phonkmeister il luogo dove è importante esser stati visti, tipo il Billionaire. Ha senso, tutto ciò?

Si sottovalutano i non entusiasti, si fan pastette, si ride ma non si scherza, ci si maschera da buoni papà in un mondo di orfani precari. E la professionalità annega, i blog aziendali risultano sempre di più un controsenso in termini, ma 2.0.
Vince il moderato, vince il perennemente contento che bacchetta ma non trafigge, vince chi non si sporca mai la bocca, in questo sistema ai margini di una nuova religiosità tecnologica. Ridi e ti sarà dato, sorridi e sarai benvenuto, critica duro e sarai cazziato. Sii squalo, ma con su la dentiera da buontempone.

E noi si è qui, con troppe parole lasciate andare, scatoloni mezzi vuoti e un’auto sfasciata. Il viaggio lo continuiamo, ma a piedi, o in autostop, magari scroccando qualche corsa sui lividi greyhound. Respiriamo, tocchiamo, sentiamo, approfondiamo, tutto a modo nostro. E nostro e basta, senza granierini, mantellini, gigicoghini, pinchipallini. Un modo di fare più vecchio, sicuramente, meno à la page, perché no, ma che sentiamo nostro.